Oltre Cultura

Vuoto di coscienza

di Marta Mosca – Antropologa –

La facoltà di avvertire, comprendere, valutare i fatti che si verificano nella sfera dell’esperienza individuale o si prospettano in un futuro più o meno vicino; consapevolezza di sé e del mondo esterno; sentimento che ciascun individuo (in quanto capace di ripiegarsi su sé stesso e farsi consapevole di sé nei propri rapporti con gli altri) ha dei valori morali. La troviamo definita così sui dizionari.

La coscienza.

Dov’è finita?

Gli insegnamenti della storia circa le disumanità compiute dall’uomo sono eclatanti. Dovremmo conoscere bene il modo in cui prendono avvio i processi di disumanizzazione dell’“Altro” e dovremmo esserne costantemente terrificati, oltre che provare ripugnanza. È a dir poco sconcertante constatare quanto, per alcuni, le nefandezze umane commesse nel secolo scorso siano evaporate come vecchi ricordi. Stiamo parlando del Novecento, del secolo dei genocidi della storia recente, e noi, qui a casa nostra, nella nostra civilizzata Europa, abbiamo visto consumarsi gli orrori più turpi. Mio nonno paterno all’età di circa vent’anni venne prelevato e condotto nel Terzo Reich dove rimase prigioniero tra il settembre del 1943 e l’aprile del 1945 subendo le pene dell’inferno, come si suol dire. Là però l’inferno esisteva per davvero e lui non era neppure ebreo, ma solo un deportato politico, quindi da alcune pene fu esonerato. I tempi e le generazioni a cui si fa riferimento sono dietro l’angolo, eppure così evanescenti da far paura. Ecco, è di questo che dovremmo avere paura. Del livido pallore che per molti, pare, abbiano assunto gli eventi più traumatici della storia. E non si parla preistoria, ma di ottant’anni fa.

È altrettanto evidente quali siano state le matrici della violenza esercitata su tutte quelle persone ordinate in categorie e definite “indesiderabili” per motivi politici, razziali e di orientamento sessuale: la logica dell’identità, l’elogio della purezza, il mito della razza, l’imperativo della difesa dalla contaminazione. Tutto ciò, in maniera terribilmente inquietante, riemerge nell’attuale dialettica politica. Ora, al di là delle personali posizioni, credo che alcuni concetti espressi attraverso determinati linguaggi, evochino delle ideologie inequivocabilmente perniciose. Non credo si possa affermare che le mosse muscolari inneggianti alle chiusure (non solo dei porti) e i discorsi sull’italianità pronunciati con tanto orgoglio, non richiamino neppure lontanamente le logiche identitarie e l’urgenza di una ferrea difesa (bianca) da un’imminente e pericolosa invasione (nera). No, non lo credo affatto. Anzi, i rimandi linguistici e simbolici sono chiari, e spaventa il fatto che tanti non lo riconoscano o addirittura lo neghino.

Certamente, aderire a ideologie che sembrano soddisfare nell’immediato le proprie pulsioni e promettono di porre fine ad ogni frustrazione a colpi di slogan ad effetto, è molto più facile e veloce rispetto ad un’analisi attenta del reale contenuto di questo sensazionalismo. L’Italia è senza ombra di dubbio attanagliata da seri problemi, che peraltro tutti riconosciamo. Ma mi chiedo come sia possibile considerare gli immigrati responsabili della disoccupazione giovanile, delle condizioni di precarietà in cui vivono i terremotati, di tutti gli atti di delinquenza commessi sul territorio italiano e addirittura del caso di malaria registrato lo scorso settembre che provocò la morte della piccola Sofia Zago. Queste correlazioni sfiorano il limite dell’assurdo. Così come è incomprensibile non riuscire a riconoscere quanto il linguaggio mediatico sia strumentalizzato a fini politici. E poi il mondo sfavillante delle fake news, pieno zeppo di notizie a portata di mano. Tutte palesemente false ma utilizzate come fonti scientifiche per difendere e corroborare le proprie idee e convinzioni.

Cercare informazioni attendibili, avere senso critico, chiedersi il perché delle cose quasi come riflesso incondizionato, non sono affatto “robe da intellettuali” come alcuni sostengono. Questa è piuttosto un’affermazione che serve a giustificare una sostanziale pigrizia nel provare a comprendere i fatti e la realtà sociale in cui viviamo. Vogliamo essere tutti globali e interconnessi? Bene, allora questo dovrebbe implicare una forte consapevolezza, non solo riguardo a ciò che ci connette in termini positivi, ma anche a ciò che ci lega ad altri Paesi in maniera non proprio esemplare, come per esempio gli accordi commerciali internazionali che spesso si traducono in sfruttamento di esseri umani e di risorse. Uno sfruttamento feroce che ha generato nel tempo danni così devastanti da spingere migliaia di persone a compiere immani traversate di sabbia e di acqua, in cui molti finiscono risucchiati.

Vogliamo davvero disfarci della solidarietà, dell’accoglienza e della convivenza a favore di chiusure, separazioni e censimenti? Questa operazione si tradurrebbe inesorabilmente in una spaccatura sociale. Le chiusure non hanno mai portato a nulla di buono e neppure la costruzione di un nemico a cui addebitare ogni colpa. Ci siamo già passati e abbiamo visto com’è andata a finire. Le peggiori forme di violenza che l’uomo ha riservato ai suoi simili, le più macabre e spietate commesse nel mondo, le ritroviamo nella storia dei genocidi e l’antropologia della violenza ci spiega molto bene la causa di tale abbrutimento: la logica dell’identità (sia essa nazionale, etnica, religiosa, culturale) da difendere e preservare nella sua totale purezza. Si parte sempre da qui. Mi viene da chiedere, tra l’altro, quando mai la nostra identità è stata immacolata. Non siamo altro che confluenze, basta risalire all’indietro il nostro albero genealogico per rendersene conto.

Oppure basta leggere cosa scriveva un grande antropologo nel 1996: «di “sola” identità si muore» (Remotti).

Ecco, il vuoto di coscienza rispetto al passato e l’incapacità di avvertire, comprendere, valutare le derive attuali, e dunque, i fatti che si prospettano in un futuro più o meno vicino, mi inquieta. Preferire l’epurazione alle mescolanze mi fa terribilmente paura.

Consigli di lettura
Aime M. 2015, Senza sponda. Perché l’Italia non è più una terra d’accoglienza, Utet, Milano
Barbujani G. 2016, Gli africani siamo noi. Alle origini dell’uomo, Laterza, Bari
Dei F. (a cura di) 2005, Antropologia della violenza, Meltemi, Roma
Favole A. 2018, Vie di fuga. Otto passi per uscire dalla propria cultura, Utet, Milano
Remotti F. 1996, Contro l’identità, Laterza, Roma-Bari

Marta Mosca
PhD in Anthropology
Dottore di ricerca in Antropologia - Università degli Studi di Torino. Si occupa di Africa dei Grandi Laghi, Burundi in particolare, e di Senegal. Impegnata (con passione) in progetti di antropologia pubblica e applicata nel torinese e dintorni.
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About Marta Mosca

Dottore di ricerca in Antropologia - Università degli Studi di Torino. Si occupa di Africa dei Grandi Laghi, Burundi in particolare, e di Senegal. Impegnata (con passione) in progetti di antropologia pubblica e applicata nel torinese e dintorni.

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