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USA2020: 365 giorni all’Iowa

Il 3 Febbraio 2020, esattamente fra un anno, comincerà ufficialmente il grande circo che ci porterà in novembre alle elezioni del (nuovo) Presidente degli Stati Uniti d’America.
Tra un anno infatti verranno convocati i caucuses in Iowa, le assemblee locali che eleggeranno i primi delegati alle convention di partito che sceglieranno i candidati presidenti.
Il calendario completo è ancora da definire, alcuni blog stanno cercando di tenerne traccia, ma per la fine di marzo dovremmo già avere un buon numero di sconfitti e forse due vincitori: il compito quest’anno è particolarmente difficile perché, come vedremo, potrebbe darsi che non tutti gli stati eleggeranno i propri delegati.

I Repubblicani

Partiamo dal partito attualmente alla Casa Bianca.
In condizioni normali il presidente in carica sarebbe l’unico candidato credibile (come nel 2012 successe a Obama) e in alcuni stati addirittura non si organizzerebbero le primarie: ma Trump è tutto fuorché una condizione normale.
Ci sono alcuni motivi che potrebbero portare a un esito diverso da delle primarie meramente pro forma.
Il primo e forse il più importante è l’inchiesta di Mueller sui rapporti tra il comitato elettorale di Trump e la Russia nelle elezioni del 2016: se dovesse uscire qualcosa di grosso (e concreto) a carico di Trump sicuramente la Camera (in questo momento a maggioranza democratica) avvierebbe le procedure di impeachment. Difficilmente ciò comporterebbe una decadenza di Trump (dovrebbe votare a favore anche il Senato dove la maggioranza è solidamente repubblicana) ma lo indebolirebbe politicamente e permetterebbe a qualche sfidante di candidarsi senza essere sicuro di perdere.
Il secondo è il tasso di approvazione di Trump, molto basso tra gli elettori (sceso ancora di più in questi giorni di blocco dei servizi federali) ma ancora molto alto nel suo zoccolo duro di elettori (ma solo fra quelli): con questo profilo è facile prevedere un buon risultato alle primarie ma parecchie difficoltà alle elezioni dove gli elettori sono molti di più.
Il terzo è la dirigenza del partito che vede ancora Trump come un outsider dalle posizioni poco ortodosse, sebbene alcune scelte in questi due anni di governo abbiano convinto alcuni conservatori a rientrare nei ranghi (lo stesso non si può dire però per l’ala più moderata).
Come andrà a finire però a oggi non è troppo prevedibile:
Se le indagini di Mueller non dovessero portare a nulla e Trump riuscisse a non fare nessuna scelta politica che scontenti una fetta consistente della sua base elettorale allora sarà senza dubbio una cavalcata trionfale di Trump verso la nomination;
Se invece il consenso di Trump tra i militanti repubblicani dovesse scendere (a causa delle inchieste di Mueller che potrebbero portare alla condanna di qualche suo stretto collaboratore o di qualche scelta politica azzardata) potrebbe aprirsi lo spazio per qualche repubblicano di lungo corso per provare a correre per la nomination senza partire sconfitto (un nome su tutti Paul Ryan, che è stato speaker della camera e che non si è ricandidato a novembre scorso);
Se invece le inchieste di Mueller finissero per incriminare direttamente Trump o venisse approvato qualche legge indifendibile agli occhi dell’opinione pubblica la dirigenza del partito repubblicano potrebbe riuscire a escluderlo dai giochi e fare delle primarie senza Trump.
Il grande problema del secondo e del terzo scenario è che sono molto pochi i nomi nel partito Repubblicano che potrebbero avere un’appeal elettorale forte, cosa che mise molto in difficoltà il partito contro Obama.
Le quote dei bookmakers danno Trump molto favorito ma non sicuro di essere rinominato, come abbiamo visto ci sono tante cose che possono succedere.

I Democratici

I Democratici arrivano da delle trionfali elezioni di medio-termine che hanno galvanizzato i militanti e dimostrato che una vittoria nel 2020 è possibile.
Le primarie si preannunciano molto affollate ma stanno già emergendo quali potrebbero essere i segmenti di elettorato che i vari candidati si contenderanno:
I giovani, che sono stati la colonna portante delle elezioni di Obama nel 2008 e più recentemente della quasi elezione di Beto O’Rourke in Texas e all’elezione di Alexandria Ocasio-Cortez a New York;
La sinistra del partito, che fa riferimento ai Democratic Socialists of America e che ha permesso a Bernie Sanders di rimanere in corsa nel 2016 e a cui fa riferimento Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts;
Le minoranze etniche, afroamericani e ispanici soprattutto, che costituiscono una ampia fetta dei militanti democratici da cui proverranno alcuni candidati (come Kamala Harris, senatrice della California ed ex-magistrato, o Cory Booker, senatore del New Jersey) o che saranno la base solida di altri (ad esempio Beto O’Rourke nel caso decidesse di candidarsi);
Le donne, che con un presidente che non ha mai fatto mistero di considerare come normali certi comportamenti e dichiarazioni misogine stanno diventando particolarmente attive tra i militanti democratici.
In delle primarie senza dubbio affollate però potrebbe essere che i tanti candidati nuovi (rappresentanti delle minoranze e la sinistra del partito soprattutto) lascino un ampio spazio al centro dove un candidato più “centrista”, più affine a quelli che sono gli elettori tradizionali democratici (pensionati e lavoratori più sindacalizzati), potrebbe emergere per riunire il partito: i nomi che vengono fatti con più insistenza sono il vice-presidente di Obama Joe Biden, Michelle Obama e la senatrice di New York Kirsten Gillibrand.
I sondaggi e le quote dei bookmakers tendono ancora a rilevare soprattutto candidati noti sulla scena nazionale ma la lista dei candidati rilevati/quotati è lunga e probabilmente cambierà molte volte da qui a febbraio.
Dobbiamo aspettarci che chi partirà in testa a febbraio potrebbe non arrivare in testa alla convention e che parecchi candidati avranno la loro settimana di notorietà per poi passare la mano e dirottare i propri delegati verso qualcun altro che emergerà più avanti.

Gli Altri

Ad ogni elezione presidenziale ci sono dei candidati minori che cercano di ritagliare uno spazio di notorietà per sé o per le istanze che rappresentano ma è dal 1992 che nessun candidato raggiunge una quota cospicua dei voti ed è dal 1968, anche a causa del sistema elettorale, che nessun terzo candidato elegge dei delegati nel collegio elettorale.
L’unico scenario che potrebbe portare a una vera corsa a tre è quello in cui Trump viene escluso dalle (o perde le) primarie repubblicane e decide comunque di candidarsi sfruttando il forte consenso che potrebbe conservare in una parte dell’elettorato.
Ma uno scenario del genere favorirebbe moltissimo i democratici.

Cosa succederà?

Lo scenario base è una sfida nel 2020 tra Trump e un candidato abbastanza moderato dei democratici (Biden o Harris), possibili variazioni sono un candidato diverso per i repubblicani (eventualmente con Trump che corre come indipendente) o un candidato più radicale per i democratici (come Sanders o la Warren).
In ogni caso i democratici partono in vantaggio e sembra che solo un candidato di scarso appeal come Hillary Clinton possa rimettere in campo i repubblicani, soprattutto dopo il crollo di di consensi verso Trump in seguito alla chiusura degli uffici federali a causa della mancata approvazione del bilancio 2019.

Michele Ciruzzi on Twitter
Michele Ciruzzi
22 anni, Milanese insediato a Torino. Scout e giocatore di ruolo.
In università studio Matematica, fuori tutto il resto.
Di Sinistra e -in fondo- Democratico, però non riesco a essere amico di tutti...
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