Spazio alla creatività
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Spazio alla creatività

Cos’è la creatività culturale?

Quando parliamo di creatività culturale, intendiamo la capacità di ogni società umana di creare nuove e impreviste strutture, date specifiche situazioni straordinarie. È un dispositivo che le società possiedono come modo per reinventare o reimmaginare i propri tratti o inclinazioni in relazione al mondo esterno.

Ancora una volta dobbiamo ringraziare, tra gli altri, Adriano Favole per il suo lavoro sulla questione. La parola “creatività” ha una storia particolare e complessa in Occidente, e viene associata alle attività umane solo a partire dal Rinascimento. Come sottolinea lo storico P. Kristeller, nella cultura occidentale il verbo creare e i suoi derivati sono stati principalmente associati alle facoltà creatrici riservate a Dio, e solo raramente riconosciute agli uomini; è con il romanticismo nel XVIII secolo che anche gli artisti diventano creativi e creatori. Attraverso questa nuova interpretazione, l’idea di creatività trova strada in altri ambiti della cultura occidentale come la scienza, il linguaggio, la politica ecc. La parola ha origine dall’aggettivo inglese creative, e compare nel vocabolario per la prima volta solo nel 1961 (Third New International Dictionary). Ritorna poi di nuovo nel 1972 (Oxford English Dictionary supplement), seguita da una citazione di A. N. Whithead Religion in the making (1926). Il francese créativité viene utilizzato per la prima volta nel supplemento al dizionario Robert nel 1970, mentre l’italiano creatività è datato al 1956, nel Dizionario Enciclopedico Italiano. Il filosofo Alfred N. Whitehead, è il nome più spesso associato alla diffusione della parole nel Regno Unito (e come conseguenza negli Stati Uniti e nel resto dei paesi occidentali), e al suo uso in altri campo specifici come l’antropologia, con una maggiore attenzione alla nozione di relation, e chiamando in causa l’idea di identità (all’interno di una società). Whitehead (parlando della filosofia dell’organismo) intende l’universo come un processo dove i corpi e gli oggetti (chiamati actual entities e actual occasions) sono strettamente connessi gli uni agli altri; in questo universo, le actual entities si combinano continuamente tra di loro. La creatività è questo potere di generare nuove forme e configurazioni da congiunzioni, relazioni e collegamenti gli uni con gli altri

Gli organismi possono creare il loro particolare ambiente circostante. L’organismo individuale è, invece, quanto a ciò, impotente. Perchè le forze bastino, occorre che si formino società di organismi che agiscono in cooperazione
Whitehead A.N., La scienza e il mondo moderno, Milano Bompiani (or. ed. Science and the modern world, New York, Free Press, 1967 [1925]), p. 138

Il filosofo chiama creativity il potere di ogni entità di diventare qualcos’altro, e creativeness l’abilità degli organismi che collaborano per creare il proprio ambiente circostante; creativeness è il potere creativo della società o della comunità di organismi, laddove creativity è più connesso all’individualità.

Da oggetti a combinazioni

Attraverso le lenti della creatività, le culture non sono più oggetti ma combinazioni e fusioni sempre in cambiamento; in particolare, questo porta a interpretare i fenomeni creativi come processi e trasformazioni che si verificano all’interno delle relazioni sociali di uno specifico sistema; anche considerando la possibilità della creatività individuale, è necessario che l’innovazione sia riconosciuta e accetata dalla comunità più ampia. Dobbiamo in questo contesto ricordare Georges Balandier (il cui lavoro è significativo sia per la nozione di creatività che per la recente teoria dell’ antropo-poiesi), che dichiara che le società sono entità in costante autodefinizione

La società si impone adesso sotto l’aspetto di una creazione collettiva e mai compiuta; essa è costantemente in corso di realizzarsi, di costruirsi e di darsi un senso […] [l’umanità] si presenta non tanto sotto l’aspetto di un dato quanto sotto quello di un progetto mai interamente realizzato […] [la società] può essere, e non soltanto progredire, solo costruendosi continuamente
Balandier G., Società e dissenso, Bari, Dedalo 1977 (or.ed., Anthropologiques, Paris, Presses Universitaires de France 1977) pp. 21; 311

Due livelli di creatività

Un altro importante autore da menzionare per una maggiore comprensione della creatività culturale è John Liep, antropologo danese da tempo attento al soggetto. Liep identifica due livelli sui quali si sviluppa la nozione di creatività: il primo implica la generazione di diverse regole e regolamentazioni normalmente accettate all’interno di una data struttura (chiamata framework); questo corrisponde alla produzione quotidiana di soluzione a problemi piccoli e concreti in accordo con la struttura di base condivisa. Un secondo livello, dall’altro lato, è quello della vera creatività, che implica un significativo rinnovamento e riorganizzazione delle regole, delle norme e delle esperienze; questo secondo livello è visibile e attivo solo in momenti e luoghi specifici.

Liep suggerisce che, per identificare le condizioni che conducono alla comparsa di forme significative di creatività culturale, è necessario trovare specifiche situazioni con interazioni che coinvolgano diversi valori, visioni del mondo ed espressioni; allo stesso tempo, un certo grado di apertura (o di allentamento del controllo sociale) deve emergere per permetter un certo grado di combinazione e mescolanza tra le varie prospettive. Ritroviamo qui due elementi della creatività: prima di tutto, esiste una variazione interna nelle pratiche quotidiane, in particolare in circostanze extraordinarie, fino a una più ampia e profonda azione di rinnovamento del modello e di riconsiderazione della struttura sociale. Liep suggerisce inoltre i modi e le situazioni in cui questa creatività può più facilmente manifestarsi, indicando in particolare i momenti di relazione inerculturale e di pluralismo. Sotto diverse circostanze, dove il controllo politico e sociale è troppo rigido, la creatività rischia di essere duramente limitata e contenuta. Per trovare la creatività culturale, dobbiamo riconoscere quindi qualche condizione preliminare; prima di tutto, è fondamentale la recezione e l’accettazione da parte della società. In secondo luogo, perché un’innovazione venga accettata, deve rispondere ad un’ambizione o una necessità sociale. È una condizione che risulta sempre da esperienze di condivisione sociale. La nozione di creatività culturale aitua a chiarire la capacità culturale in date situazione storiche, di far fronte al cambiamento attraverso la generazione di nuovi modelli, permettendo di analizzare le differenze senza cadere nella semplificazione culturale; rafforza anche l’importanza del lavoro di campo come momento fondamentale durante il quale affrontare la varietà e la complessità delle diverse società, e delle relazioni multiple e spesso problematiche che si sviluppano tra esse e al loro interno.

Capacità creativa di tutte le culture

Questa nuova nozione ha anche il merito di rifiutare chiaramente un’attitudine per molto tempo radicata tra i ricercatori, fin dalle origini della pratica etnografica, che conferisce la capacità della creatività solo alle società occidentali, interpretando le culture altrui come realtà immutabili e fuori dal tempo. Questa interpretazione ha condotto a comprendere male le culture e le società straniere e a esagerarne alcuni aspetti (ignorandone altri) per il fine della coerenza culturale; ha anche condotto a una forte critica della nozione antropologica di cultura, colpevole di interpretare le culture e le società come mondi isolati, senza comunicazione gli uni con gli altri. Queste critiche, di contro, se hanno contribuito al rinnovamento delle teorie antropologiche, hanno tuttavia avuto lo svantaggio di confondere quello che viene chiamato esoticismo con la negazione completa della diversità culturale. Inoltre, opponendosi al concetto di cultura, hanno rifiutato ongi coerenza o continuità culturale; per comprendere la creatività e la vitalità delle culture è per prima cosa fondamentale riconoscere un luogo di significati e informazioni culturali condivise. Dire che le società in tutto il mondo sono sempre immerse nella storia nel cambiamento dovrebbe permettere ai ricercatori di riconoscere la possibilità di localizzare luoghi (o tempi) di continuità culturale. Invece di abbandonare la nozione di cultura, questo dibattito vuole condurre ad abbandonare la nozione di identità, l’idea di una genuina ed autentica essenza come base per le specifiche culture.


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Marianna Zanetta
PhD in Antropologia
PhD in Antropologia delle Religioni e Studi dell'Estremo Oriente, presso l'Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi.
Parla spesso di Giappone, di morte e di religione, in ordine sparso.
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