Bioetica

Se le leggi non bastano: perché il problema non è solo Verona

Ho fatto trascorrere un po’ di tempo prima di mettere mano ad un articolo, o anche ad un solo pensiero, che potesse trattare in qualche modo, il tema non certo delicato dell’aborto. Se n’è parlato e discusso moltissimo negli ultimi tempi causa improbabili appellativi conferiti a città del nord est; dico improbabili perché la probabilità che una città nel 2018, quasi 2019, possa darsi nei nomi o dei caratteri simili dovrebbe rasentare lo 0%, secondo il mio modesto parere. E infatti un tale gaio evento si è riscontrato, guarda caso, in una città di una regione che alle elezioni nazionali del 4 marzo vide il trionfo del centro destra e della lega in particolare.
Dire che Verona è una città pro-vita, o pro-life se si vuole essere più internazionali, può risultare affascinante. Sembra voler dire che Verona si è votata alla protezione della vita: dalle piante, agli animali, ai singoli, ai gruppi, ai calzolai, alle felci.
Dobbiamo garantire a tutti la vita.
Anche alle mosche che svolazzano intorno alla mia fetta di mortadella dici? Si, anche a loro. E quindi anche a Gino, quello che mi ha augurato una contusione al braccio per il giorno del mio matrimonio? Ma certo, ovvio, anche a lui. E ma allora anche alla mia vicina che è rimasta incinta e non vuole tenere il bambino perché dice che non è ancora pronta? Eh, adesso; con calma, non possiamo mica estendere il diritto alla vita proprio a tutti. E’ un po come per il concetto di cittadinanza no, hai presente. Un po’ alla volta, forse alla maggiore età, forse no. Il bambino che porta in grembo la tua vicina, lui si che deve assolutamente poter vivere. Che poi bambino, è ancora un ammasso di cellule, grande quanto un fagiolo, ma è come se lo fosse. Lo sento quasi già parlare guarda.
Quindi pro-vita si ma con delle eccezioni.
Se vi sembra che questo dialogo strambo possa risultare eccessivo, vi invito a riflettere meglio su cosa significa lasciare che una donna, dopo l’ennesimo rifiuto da parte dell’ennesimo medico di praticare un aborto, attui metodi di interruzione di gravidanza clandestini, anche fai da te. In molti casi significa morte. Parlare quindi di vita in un contesto del genere mi sembra alquanto incoerente e fuori luogo.
A tutelare il diritto della donna ad abortire ci pensa la famosissima legge 194, amata e bistrattata come solo l’articolo 18 sa. La legge consente l’aborto volontario entro i primi novanta giorni dal concepimento e ne prevede il finanziamento statale. Fu approvata il 22 maggio 1978 dopo che per anni Partito Radicale e CISA (Centro di informazione per la sterilizzazione e l’aborto) ne chiesero la promulgazione.
Il prologo (art 1) della legge recita:

“Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.
L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.
Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.”

Poche righe che dovrebbero proteggere la mia libertà di scelta e sancire il mio diritto all’aborto o perlomeno alle cure mediche e psicologiche da prestare prima o dopo un’eventuale operazione.
Eppure l’incipit non mi hai mai convinto del tutto. Non voglio denigrare le battaglie di gruppi di persone che hanno speso tempo ed energie per permetterci di raggiungere l’obiettivo; proprio per questo mi sarei aspettata un testo di legge più onesto. Il titolo della legge “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” mi lascia un po’ perplessa. Forse è quell’accenno alla maternità, come se, nonostante tutto, ciò che bisognasse difendere fosse, ancora e per sempre, l’essere madri. Forse sono le parole interruzione e gravidanza: edulcorate per meglio nascondere ciò di cui si sta parlando. Se la legge si fosse chiamata “Norme per regolare il diritto all’aborto volontario” avremmo avuto un titolo più diretto ma concreto.
Ma cosa prevede la mozione portata avanti dalla giunta veronese? Il comune si impegna ad inserire nel prossimo assestamento di bilancio un congruo finanziamento ad associazioni e progetti che operano nel territorio del Comune di Verona, ad esempio i due progetti Gemma e Chiara, entrambi di stampo cattolico, che incentivano le donne a non ricorrere alla pratica dell’aborto proponendo loro aiuti economici. Si pone a questo punto un quesito: una donna che decide di non continuare una gravidanza lo fa solo perché sa di essere troppo povera? Non potrebbero esserci altre motivazioni, sociali, psicologiche? Una donna può non volere figli? Può una donna volersi dedicare alla carriera e col tempo, forse, avere bambini?. Evidentemente no, le donne sono state create per sfornare bebè e dobbiamo tenercele così. Non a caso rappresentanti di #NonUnaDiMeno si sono presentate nella sala del consiglio comunale, il giorno della votazione della mozione, vestite con abiti indossati dalle protagoniste del libro The Handmaid’s Tale da cui è stata tratta l’omonima serie tv. Impersonavano le Ancelle, gruppo di donne che nella serie sono letteralmente usate come incubatrici viventi, vendute a famiglie ricche perché le sole ancora fertili e quindi in grado di procreare. Ma il mondo dipinto nella serie televisiva rappresenta un futuro distopico. Forse che, dopotutto, non siamo così distanti?

L’interruzione volontaria di gravidanza e l’Italia
Non credo che la linea di intenti portata avanti da svariati esponenti della giunta veronese, avvantaggiare la procreazione per convincere le donne ad avere figli e così ripopolare il nostro bel paese, possa essere tenuta in reale considerazione. Penso piuttosto sia una manovra dettata dal bigottismo. La nostra cultura, intrisa di religiosità e Romanticismo, influenza ancora argomenti legati alla sfera sessuale, all’identità e alla vita. Dato ormai per sdoganato, si spera, il mito della razza, cerchiamo di svincolarci anche dal mito dell’aborto. E rispondiamo a qualche domanda:
Quanto è rilevante la pratica dell’aborto in Italia? Secondo i dati e l’analisi riportati nella Relazione del Ministro della Salute sull’attuazione della legge 194 relativo all’anno 2017 “prosegue l’andamento in diminuzione del fenomeno. La riduzione dal 1982 ha subìto un decremento percentuale del 74.7%, passando da 234.801 a 59.423 nel 2016.”. Il consigliere della Lega veronese Zelger, promotore della delibera, il ministro Fontana e il senatore Pillon, a cui tanto a cuore sta la situazione sociale, economica, affettiva della donna (vedi ddl Pillon) possono quindi stare tranquilli. Non sembra esserci alcuna correlazione tra fertilità femminile e ricorso all’aborto.
La pratica dell’aborto alimenta il cosiddetto “turismo sanitario”? In realtà risulta che il 91.4% delle IVG viene effettuata nella regione di residenza, di cui l’86.5% nella provincia di residenza. A tal proposito ricordo alla giunta veronese che disincentivare il ricorso all’interruzione di gravidanza non farà che favorire il flusso di persone che si spostano per ottenere un servizio, portando ad un aumento delle spese sanitarie a carico della regione ospitante. Un tema questo più in linea con le idee destrorse di Zelger, che sulla questione tasse, probabilmente, ci va maggiormente a nozze rispetto all’argomento diritti femminili.
Addentriamoci nei territori del nostro bel paese e diamo uno sguardo ai luoghi dove concretamente viene praticato l’aborto: ospedali, cliniche, asl, strutture che dovrebbero porre fine o rimedio a tanti piccoli e grandi dolori. Ma che spesso, colpa di difetti di cui il sistema sanitario italiano, tagliato, cucito e ritagliato, è pieno, diventano l’inizio di un incubo. Quante sono le strutture in italia nelle quali è possibile effettuare un’ IVG? A fronte di 648 strutture nel 2015 e 614 nel 2016 con all’interno reparto di ostetricia e ginecologia, sono 375 quelle nelle quali l’aborto è praticato, secondo i dati forniti del 2015, e 381 nel 2016. Un dato, ci dice il ministro della salute, in diminuzione ma percentualmente in aumento da un anno all’altro; sembrerebbe che la copertura risulti essere adeguata. Effettivamente, il 59% di strutture attue all’aborto nel 2015 e il 60% nel 2016 sono dei validi risultati. Non troppo se si considera l’aborto come diritto fondamentale, nonostante molti siano ancora convinti del contrario. In questo quadro turbano le percentuali proveniente dalla PA di Bolzano e dalla Campania, dove solo il 30% delle strutture sanitarie presenti consente le IVG. Da queste breve analisi appare una prima problematica. Il numero di cliniche che permettono di effettuare un aborto è in calo, forse perché in linea con il decremento dei numeri di IVG. Cioè, è probabile che essendoci meno IVG, le strutture ospedaliere taglino il servizio offerto. Potrebbe però essere il contrario o comunque un serpente che si morde la coda. Un basso numero di ospedali o cliniche che praticano aborto spinge le donne ad abortire sempre meno. Se così fosse la fruibilità di un servizio basilare, da considerare alla stregua di un’operazione dentistica, è per le donne ancora difficile da ottenere.

Le trappole nascoste
Ed ora una domanda che non dovrei pormi in un paese in cui l’aborto è legale, o che la cui risposta dovrebbe essere una quantità irrisoria. Quanti sono i medici obiettori di coscienza in Italia? Sempre secondo quanto riportato dalla relazione del Ministro della Salute del 2017, su 3609 ginecologi il 70.9% risulta essere obiettore di coscienza, ovvero non pratica l’aborto per motivi personali, religiosi o etici. Un dato sconcertante che avvalora l’idea di uno Stato ancora tradizionalista, in cui il credo individuale gioca un ruolo fondamentale a discapito di diritti che, a mio avviso, dovrebbero essere inalienabili. Come riportato dalla relazione ministeriale il 30 % di ginecologi non obiettori di coscienza è, in realtà, un numero più che sufficiente per soddisfare l’intero servizio, dal momento che dal 1983 ad oggi il numero di IVG si è dimezzato. Addirittura il 6.6% di ginecologi nel 2016 è assegnato ad altri servizi e non a quello IVG, pur non avvalendosi del diritto all’obiezione di coscienza. Dati che sembrano confermare, scrive il ministero, che il numero di obiettori di coscienza non determina criticità nell’accesso all’IVG.
Se però si scava un po’ più a fondo nel dato relativo al numero di non obiettori di coscienza, si scopre una cosa interessante. Come ha spiegato Luca Benci, giurista e direttore dal 1998 al 2004 della Rivista di diritto delle professioni sanitarie, “il problema è che in quel 30% vi sono inseriti medici che in realtà non si occupano affatto dell’interruzione di gravidanza, poiché negli ospedali in cui operano non è garantito tale servizio. Perciò questi numeri sono del tutto fittizi, in quanto non rispecchiano il quadro reale della situazione”. Il numero dimezzato di strutture idonee a praticare un IVG unito al risicato numero di medici non obiettori potrebbero quindi essere un fortissimo disincentivo alla richieste di pratiche di aborto e non la giustificazione di tagli al servizio.

A questo punto sarebbe legittimo pensare che in una realtà come quella italiana, molte donne possano ritenere che l’azione più immediata, veloce e velata per superare lo scoglio dell’aborto possa essere l’IVG fai da te o l’aborto clandestino. Si cerca la rapidità e l’invisibilità perché dire alla famiglia, al partner o alla comunità di aspettare un bambino non sempre è facile, soprattutto se fuori dal matrimonio. Gravidanza implica sesso e del sesso non si può parlare liberamente. Nel meridione in particolare, la religione, l’idea di purezza, la maternità intesa come dono da non sprecare sono capisaldi culturali, secondi solo alla convinzione che “Al sud si cucina meglio!”.
Di invisibile però non c’è nulla: la probabilità di comparse di infezioni o emorragie è alta. A tal proposito, il ministero della salute, per monitorare il numero di IVG clandestine, ha pensato bene di numerare e analizzare tutti i casi segnalati di AS (Aborti Spontanei) che arrivano in ospedale. Se si riscontra presenza di infezioni o emorragie negli AS precoci, ovvero quelli che avvengono nelle prime 9 settimane, allora potrebbe trattarsi di IVG fai da te.
Quante sono, quindi, le IVG da considerare clandestine?
Osservando le SDO (Schede Dimissioni Ospedaliere) si osserva che il 60% di AS avviene dopo le 9 settimane di gestazione, e se si studiano i numeri di AS con emorragia e infezioni, secondo i dati Istat e delle SDO, si può notare che i risultati si attestano intorno a 390 per l’Istat e 507 per SDO a fronte di, rispettivamente, 63000 e 65000 AS.
Messe così le cose dovremmo stare tranquilli, più o meno, e ritenerci fortunati per cifre così basse.
L’inghippo sta proprio nella scelta degli istituti che forniscono i dati. L’Istat infatti “rileva i casi di AS ospedalizzati, perdendo quindi tutti i casi che si risolvono in ambulatorio e/o si fermano al pronto soccorso e che dovrebbero essere nella maggior parte dei casi AS avvenuti nelle prime settimane di gestazione.” Le SDO invece, mostrano codici specifici per diagnosticare IVG o AS con complicazioni; ma le modalità di codifica non sono state rese note dagli operatori sanitari. Resta ancora difficile fare maggiori indagini a riguardo.
La situazione potrebbe essere meno rosea del previsto.

I medici obbiettori sono soltanto una parte della storia, quella più evidente, di cui si discute maggiormente. La parte più sottile e nascosta ha lo stesso potere di limitazione dei diritti delle donne.
Una sera di qualche anno fa, seduta comodamente al tavolo di un pub, chiacchieravo con un medico genovese. Parlavamo di aborto; lui esprimeva il suo rammarico per i troppi ospedali pubblici che, essendo ancora di proprietà della Chiesa, non agevolano, secondo lui, l’interruzione di gravidanza. Gli chiesi quali sarebbero potute essere le problematiche maggiori che una donna incontra durante il percorso per accedere all’aborto. Mi rispose un po’ scocciato: “la burocrazia”.
Mettiamo che una donna si sia recata in farmacia per comprare un test di gravidanza. Il test risulta positivo e lei decide di abortire. A questo punto se pensate che l’idea migliore sia quella di fare visita al medico di base per chiedere informazioni vi sbagliate. Il medico di base firmerà una ricetta e vi dirà di recarvi in ospedale. Giunti all’accettazione, però, vi diranno che la ricetta del medico di base non funzionerà per l’operazione che avrete intenzione di intraprendere, perché ha valore solo quella che vi consegneranno nella Asl del vostro quartiere. Consiglio: se dovete far le cose in fretta, e questo caso lo richiede, saltate a piè pari l’appuntamento dal medico di fiducia. Vi sentirete forse meno rassicurati ma risparmierete tempo e bile. Alla Asl, ovviamente, vi renderete conto che il risultato ottenuto col test di gravidanza non è sufficiente; c’è bisogno di analisi delle urine vere. Analisi che si possono svolgere in farmacia o nella Asl stessa. A detta del mio amico medico, in farmacia si spende un po’ ma si risparmia tempo. La sanità mentale ringrazia. Dopo le analisi, alla Asl sarai sottoposto ad una visita ginecologica e poi ti spediranno in Ospedale per consegnare ad un ufficio apposito i risultati dell’esame e poter richiedere analisi del sangue. Attenzione, spesso uffici del genere non sono aperti durante il fine settimana; occhio a fare il tutto nei giorni lavorativi. Infine, dopo le analisi del sangue e dopo essere passato nuovamente dallo stesso ufficio, si viene informati sulle modalità delle diverse IVG: aborto medico (farmacologico) o aborto chirurgico (operazione sotto anestesia). Si ha, dal quel momento, una settimana di tempo per decidere se portare a compimento o meno l’aborto.
I tempi per tutta la trafila non sono brevi, spesso, nascono complicazioni. “Per studentesse fuorisede come voi” ricordo che il mio amico disse a me e alla sua ragazza “i tempi di attesa si allungano. Se siete fortunate avete un medico di base o lo avete già rinnovato ( rinnovo che deve esser fatto ogni anno), altrimenti vi tocca riempire altri moduli alla Asl, richiedere un medico e tutto si complica un po’”.
Forse snellire l’apparato burocratico a riguardo, come rendere maggiormente protagonisti i cosiddetti medici di famiglia e avviare politiche di informazione su tutti i processi utili a compiere un aborto, non sarebbe una cattiva idea. Avremo cittadine e cittadini più informati e consapevoli.

Bigottismo e “modernità”
Secondo un sondaggio rilasciato dall’Espresso, i ragazzi tra i 15 e i 18 anni sono ancora molto lontani dalla piena coscienza del proprio corpo, della sessualità e dell’accesso all’aborto. Dichiarano che non hanno mai partecipato o hanno preso parte raramente a lezioni di educazione sessuale perché, credono, per la scuola il sesso è ancora un tabù. Si sentono disinformati su metodi contraccettivi da utilizzare e non nutrono alcuna fiducia nei consultori, luoghi pensati per dare informazioni sull’argomento. Alcuni non vi sono mai entrati, altri non sanno se ne esistono nella loro città.
L’Italia si piazza agli ultimi posti tra i paesi Europei per utilizzo della pillola contraccettiva: ne fa uso il 6% delle italiane, contro il 14 % registrato in Spagna. Che la disinformazione possa giocare un ruolo rilevante? Probabile. Come probabile è la responsabilità sulla scarsità di politiche adottate dal governo sui temi della sessualità e dell’aborto in particolare. Come si legge nel report del 2017 del Ministro della Salute si assiste ad una curiosa particolarità nel nostro paese: in Italia l’uso dei contraccettivi è basso ma vi è anche una bassa percentuale di gravidanze indesiderate e ricorso all’aborto. Il Ministero, penso rallegrato da questa analisi, induce come causa di questo strano andamento, il poco sesso che svolgono gli italiani. O meglio, il fatto che, rispetto ai comportamenti più “moderni” dei ragazzi degli Stati nordeuropei, gli adolescenti e non solo, italiani, restino maggiormente a casa, sotto lo stesso tetto dei genitori. Risulterebbe quindi sgradevole dover ammettere a mamma e papà di essere in dolce attesa. Io avrei analizzato altre cause ma non sono una sociologa e non mi occupo di demografia; visto che lo studio è stato condotto da esperti mi tengo le mie perplessità. Vorrei solo aggiungere che riporre la fiducia in un metodo contraccettivo, quale vivere con i parenti, che di contraccettivo non ha niente, mi sembra una scelta azzardata. Se è andata bene fino ad oggi non significa che andrà bene in futuro. Avremo solo ragazzi spaventati dai rapporti sessuali e dalle complicazioni che potrebbero portare, dalle gravidanze alle malattie sessualmente trasmissibili.
L’essere choosy alla fine dà i suoi frutti.
Non va così bene alle giovanissime, ragazzine sotto i 15 anni in particolare ma anche tra i 15-20 anni, per le quali si è assistito ad un aumento di gravidanze indesiderate e che vanno ad alimentare il fenomeno delle cosiddette “baby-mamme”. La colpa, secondo molti, sarebbe da ritrovare proprio nella legge 194: la decisione sull’aborto, senza il consenso dei genitori, passa nelle mani di un giudice che valuta il caso e, entro 5 giorni, deve decidere se concedere o meno la possibilità alla ragazzina di abortire.
Ma come si pone il Ministro della Salute sul fenomeno dell’aumento di gravidanze tra giovanissime?
“La tendenza […] sull’aumento del numero dei partner nelle nuove generazioni fa supporre la presenza di rapporti occasionali e quindi comportamenti più a rischio e meno controllati, probabilmente concentrati nel fine settimana in un contesto “da sballo”. È facile in queste circostanze incappare in una gravidanza indesiderata che può condurre alla scelta di una sua interruzione. Questa può essere una spiegazione plausibile dell’aumento dei tassi di abortività tra le giovanissime, aumento che viene via via ridimensionato al crescere dell’età: le ragazze dopo i primi approcci sessuali magari imparano dalle esperienze proprie o da quelle dei coetanei e tendono ad assumere comportamenti un po’ meno a rischio di gravidanza.”
La colpa è sempre dettata da scelte sbagliate, nate perché si è giovani, amanti della libertà o ribelli. Mai che qualcuno si prendesse le proprie responsabilità. Sarà vero che le giovani e i giovani hanno maggiore possibilità di avere più rapporti occasionali, rispetto a ragazzi vissuti tra gli anni 60 e 80: non è un fattore di discredito. Non è una colpa, non è un comportamento sbagliato, rientra perfettamente nella logica bigotta italiana per la quale la castità è il migliore anticoncezionale al mondo. La gravidanza è l’onta, la macchia che ti porti dietro per aver disobbedito a leggi divine o banalmente, ai richiami dei tuoi genitori, ammonimenti che hanno pur sempre un retrogusto di Tavola delle Leggi.
La soluzione è aspettare che ragazzi e ragazze imparino dagli errori dei loro amici, tipo cadi e ti rialzi, come andare in bicicletta.
E’ così difficile ammettere che la sessuologia ha valenza didattica?

Son passati pochissimi giorni dalla grande manifestazione tenutasi a Roma, alla quale hanno partecipato centinaia di migliaia di donne e uomini che hanno manifestato il loro dissenso nei confronti della violenza contro le donne. Io non c’ero ma ho apprezzato l’intento.
La violenza ha molti volti, dall’occhio nero di nostra madre, alla nostra vicina di casa uccisa sul pianerottolo. Dalla stagista licenziata all’attrice Jennifer Lawrence che vuole essere pagata tanto quanto i suoi colleghi maschi. Dalle vittime di molestie da parte di superiori alle prostitute trattate da animali.
Ma anche la difficoltà di accedere all’aborto è violenza contro le donne. Solo che soprassediamo perché non vogliamo macchiarci la coscienza di un crimine che riteniamo aberrante. Preferiamo che quel crimine muoia in silenzio, in casa, in un posto buio, dove nessuno possa vederlo.

Gilda Borello on Twitter
Gilda Borello