Tempo di lettura: 5 minuti

La certezza di morire è un dato di fondo dell’esistenza umana
Adriano Favole, Resti di Umanità. Vita sociale del corpo dopo la morte, Bari, Laterza 2003, p. 3

La consapevolezza della morte come destino ultimo è una caratteristica dell’umanità intera, in ogni tempo e ogni luogo; tuttavia, possiamo spesso riconoscere, in differenti sistemi religiosi, l’identificazione di una zona grigia dove i confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti sono incerti, confusi e dove le due dimensioni vengono pericolosamente a contatto. L’immagine e la definizione di quest’area sono culturalmente stabilite, e variano in accordo con i cambiamenti sociali, politici e religiosi all’interno di una data cultura; in molti casi, la porosità tra i due mondi permette l’esistenza di comunicazioni bidirezionali, e lo sciamano diventa allora la figura chiave che garantisce questa comunicazione, verso il morto ma anche dal morto al nostro mondo, in una sorta di ritorno spesso nella forma di possessione e di attività medianica.

La morte negli studi antropologici

In antropologia, lo studio della morte è relativamente recente, limitato agli ultimi trent’anno di ricerca; la ragione per tale attitudine verso questo soggetto può essere compresa se consideriamo l’articolo di Geoffrey Gorer article ‘Pornography of death’, dove l’autore parla della proibizione della morte, caratteristica della società occidentale del XX

During most of this period death was no mystery, except in the sense that death is always a mystery. Children were encouraged to think about death, their own deaths and the edifying or cautionary death-beds of others. […] In the 20th century, however, there seems to have been an unremarked shift in prudery; whereas copulation has become more and more “mentionable”, particularly in the Anglo-Saxon societies, death has become more and more “unmentionable” as a natural process
Gorer, G., “The Pornography of Death”, Encounter, Oct. 1955, pp. 42-51, p. 50

Seguendo questo approccio, Philippe Ariès propone negli anni Settanta l’idea di morte proibita, con cui si riferisce alla commune attitudine delle moderne società occidentali verso la morte e il morire

Death, so omnipresent in the past that it was familiar, would be effaced, would disappear. It would become shameful and forbidden. […] At its beginning doubtlessly lies a sentiment already expressed during the second half of the nineteenth century: those surrounding the dying person had a tendency to spare him and to hide from him the gravity of his condition. […] But this sentiment […] very rapidly was covered by a different sentiment, a new sentiment characteristic of the modernity: one must avoid – no longer for the sake of the dying person, but for society’s sake, for the sake of those close to the dying person – the disturbance and the overly strong and unbearable emotion caused by the ugliness of dying and by the very presence of death in the midst of a happy life, for it is henceforth given that life is always happy or should always seem to be so.
Ariès, P., Western Attitudes Towards Death: from the Middleages to the Present, the Jonson Hopkins University Press, Baltimore and London, 1974

Considerando l’origine di questo sentimento nelle società occidentali (Stati Uniti e Regno unito sopra tutte), si può suggerire che la mancanza di attenzione al soggetto in campo antropologico sia dovuta al fatto che gli etnografi e gli antropologi condividono gli stessi valori e le stesse attitudini causando uno spostamento dall’argomento della morte a quello dei rituali e dei sistemi di credenze. Come suggerisce Adriano Favole, può anche essere una diretta conseguenza della metodologia della ricerca di campo: laddove i rituali sono per la maggior parte eventi pubblici e collettivi, condivisa dalla comunità (o quanto meno da una parte di essa), nascita e morte in diverse società hanno una natura meno pubblica e possono essere state più difficili da avvicinare da parte dei ricercatori data la loro natura sensibile e privata. Solo la morte già avvenuta può essere gestita nuovamente dalla società, lasciando così spazio ai riti funebri, al lutto rituale e all’integrazione del defunto nella società dell’altro mondo.
Nonostante quest’attitudine ambivalente verso il soggetto, un certo numero di lavori importanti è stato prodotto nell’ultimo secolo, favorendo una maggiore conoscenza della rappresentazione della morte, del morto e delle modalità in cui i vivi gestiscono l’evento, in diversi contesti culturali e aree del mondo. Uno dei contributi più significativi arriva dalla definizione di religione proposta da Emile Durkheim, come elemento di coesione sociale che crea una tensione tra l’individuo e l’ambiente, tra la libertà personale e l’identità sociale. Pertanto, anche la morte non è più (o non solo) un fatto personale che libera paure e angosce individuali, ma un evento sociale, che minaccia la coesione sociale e a cui tutta la società deve provare a dare risposta.

Un passaggio | non un istante

Da qui, altri importanti studi hanno trovato radice, a partire dal lavoro di Arnold Van Gennep sui riti di passage (e iniziazione). È ormai popolare la sua definizione della struttura a tre fasi presente nei rituali, caratterizzata da una prima fase di separazione, seguita da un periodo liminale a cui segue una finale reincorporazione con un nuovo status. Van Gennep consacra un intero capitolo all’analisi dei riti funebri

À première vue, il semblerait que dans les cérémonies funéraires, ce sont les rites de séparation qui doivent prendre la place la plus im- portante, les rites de marge et d’agrégation par contre n’étant que peu développés. Cependant l’étude des faits montre qu’il en est autrement, et qu’au contraire les rites de séparation sont peu nombreux et très simples, que les rites de marge ont une durée et une complexité qui va parfois jusqu’à leur faire reconnaître une sorte d’autonomie, et qu’enfin de tous les rites funéraires, ce sont ceux qui agrègent le mort au monde des morts qui sont le plus élaborés et auxquels on attribue l’importance la plus grande
Van Gennep, Arnold, Les Rites des Passage, Paris, Éditions A. et J. Picard, 1981, p. 150

Nella società occidentale, c’è una tendenza a considerare la morte come il momento della morte, un evento immediato e In the Western society, there is a tendency to consider death as the moment of death, an immediate and fugace. Dall’analisi di Van Gennep, emerge invece un’altra visione, rappresentata al meglio dal lavoro di Robert Hertz. È l’idea diuna morte considerate non come un momento ma come un lungo processo trasformativo, che richiede attività rituali e attenzioni sia verso il corpo del defunto che la sua anima, ma anche per la continuità della vita sociale. È proprio questa nozione processuale del morire che fa da sfondo all’esperienza sciamanica delle itako; dal momento della morte fisica, il defunto inizia un viaggio pericolo che lo porta nel mondo dell’aldilà.

Il periodo tra la morte e l’integrazione nella nuova società è estremamente delicato perché è il momento in cui i confini tra i due mondi sono più fragili e il nuovo defunto è esso stesso una minaccia; non ancora parte della nuova dimensione, non può tuttavia tornare alla sua esistenza precedente. È potenzialmente pericoloso perché è confuso e desidera tornare indietro, e mettere a repentaglio le strutture e le demarcazioni sociali e culturali. Anche la biologia offer la stessa incertezza sul momento del morire, ora più che mai: non più immaginato come un singolo evento che avviene in un determinato momento, la morte è per la biomedicina un lungo processo verso il punto di non ritorno. Ma questo punto, lontano dall’essere biologicamente determinato, è il risultato storico di una combinazione di elementi religiosi, filosofici, ma anche economici e politici; il punto di non ritorno è determinato da ragioni etiche e pratiche più che da un inconfutabile dato biologico. E in effetti risulta illuminante l’intenso dibattito sulla morte cerebrale e la donazione di organi che si è sviluppato in Giappone sin dalla fine degli anni Sessanta;  come ha mostrato Margaret Lock nel suo lavoro (Twice Dead. Organ Transplants and the Reinvention of Death, Los Angeles, University of California Press, 2002.), le nuove tecnologie e sviluppi in campo medico possono creare significative difficoltà ad affrontare la nuova nozione di morte, comportando un’importante reinterpretazione di cosa è un essere umano, e quando smette di essere tale.

 


Also published on Medium.

Marianna Zanetta on FacebookMarianna Zanetta on InstagramMarianna Zanetta on Youtube
Marianna Zanetta
PhD in Antropologia
PhD in Antropologia delle Religioni e Studi dell'Estremo Oriente, presso l'Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi.
Parla spesso di Giappone, di morte e di religione, in ordine sparso.