Politica e economia

Questa non è la fine del mondo per come lo conosciamo (e io non mi sento bene)

Dopo un anno di gestione della pandemia è evidente, almeno per l’Italia, che le profezie di cambiamenti epocali non sono destinate a realizzarsi.

Tornerà tutto come prima, al limite più precario di prima, senza tracce del passaggio di questa pandemia sull’organizzazione sociale. (Sulla salute mentale dei singoli, invece, temo che l’effetto sarà duraturo e evidente solo tra qualche anno).

Non so da quanto in Italia non si vedesse un intervento così massiccio dello Stato in economia: miliardi e miliardi spesi.

Già questo dovrebbe sottolineare la dimensione dell’occasione sprecata: dopo anni di demonizzazione della spesa pubblica e dell’emissione di debito, improvvisamente ci si è trovati nella condizione di avere il capitale politico (e la congiuntura economica) per riprendere a spendere e, soprattutto, a indirizzare la spesa.

E le scelte da fare sono state importanti: la secolare tensione tra salute e lavoro da gestire (il cui archetipo in Italia è l’ILVA), inventare dei nuovi modi di fare educazione, riconoscere il ruolo della socialità come necessità delle persone che non può essere delegata solo alle parrocchie o all’ARCI, ristrutturare la sanità e tutta la pubblica amministrazione per permettere alla cosa pubblica (stato ma soprattutto enti locali) di funzionare, riconoscere chi e come crea valore e lavoro in Italia, il ruolo dell’abitazione come contemporaneo bene di prima necessità (e diritto fondamentale) e bene di rendita e investimento, …

In nessun modo si è vista una rottura. Nessuno.

Il “lavoro” che deve andare avanti a tutti i costi (perché garantire del reddito è assistenzialismo, sempre, nella retorica di alcuni) anche se sul lavoro si muore (e si moriva già prima) e non ci sono tutele, anche se lo stesso lavoro si poteva rimandare o fare da remoto. Nessuna responsabilità dei datori di lavoro nel garantire condizioni di lavoro idonee a chi lavora da casa (o come finto indipendente, come prima del resto). Nessuna assunzione di ispettori del lavoro, con la Finanza che fa le ronde in strada invece che nei capannoni e negli uffici.

Le scuole e le università che possono essere chiuse o aperte, senza vie di mezzo, come sempre. Da marzo a settembre scorsi (o da marzo scorso a settembre prossimo) non si è trovato modo di far ricominciare l’anno scolastico in sicurezza, adeguando le strutture, trovandone di nuove inutilizzate (anche solo perché luoghi di lavoro spostato in remoto), o aumentando le classi (riducendone la dimensione) trovando nuove persone per coprirle (ché tanto la formazione per gli insegnanti e la copertura di tutti i posti necessari non si facevano nemmeno prima).

Il bisogno di non stare da soli ridotto alla necessità dei gestori dei bar di non fallire. E l’incapacità di pensare di gestire la socialità.

Su questo punto mi permetto una divagazione più lunga: quando alle associazioni e anche ai locali vengono date delle regole e gli strumenti per seguirle spesso lo fanno. Quest’estate la regola era per bere qualcosa si stava solo all’aperto e solo al tavolo, così si poteva tenere la gente distanziata. Si è assegnato suolo pubblico e davvero la gente beveva all’aperto distanziata, penso per i torinesi a Comala o alla piazza di Santa Giulia.

Per qualche motivo quest’inverno tutto ciò è diventato impossibile, con un coprifuoco ridicolo e vessatorio che ha solo anticipato l’ora dell’aperitivo da consumarsi rigorosamente in piedi senza tavoli a segnare le distanze. I giovani sono tornati untori senza appello e i loro bisogni dimenticati di nuovo (la lista di cose uccise dai millennials e dalla GenZ era lunga già prima).

Il rischio di impresa in questo paese sembra esistere solo quando l’impresa la crei e poi è diritto acquisito che lo Stato (quello cattivo che uccide la competizione) ti garantisca di sopravvivere (che la competizione è sempre e solo per gli altri) anche quando il tuo modello industriale è tenere il costo del lavoro più basso che nei Balcani e fargli concorrenza.

La casa va difesa come investimento (Signora mia, lo sanno tutti il mattone è un investimento sicuro, manco lo ristruttura e affitta agli universitari, uno ogni 15mq) e non come diritto di base, e il blocco degli sfratti è raccontata come una norma che danneggia i cittadini per bene (quelli che probabilmente hanno condonato una veranda abusiva o affittavano in nero prima che le tasse scendessero a livelli inferiori che sui redditi da lavoro).

Il personale sanitario ha avuto il suo quarto d’ora di notorietà per poi vedersi di nuovo ignorato nel momento in cui sono stati chiesti aumenti di organico, retribuzioni e tutele (tipo l’internalizzazione degli infermieri). Ma anche questa non è una novità.

La pubblica amministrazione più striminzita, anziana e meno istruita d’Europa (e probabilmente anche tra quelle con le più ridotte competenze tecniche non giuridiche) è stata raccontata in vacanza mentre provava a far funzionare questo paese da casa, presumibilmente senza che lo Stato fornisse il necessario per farlo in maniera efficace.

I Comuni che devono erogare sempre più servizi dei soldi che (non) hanno, non sono degni di attenzione.

Quest’anno la povertà in Italia è aumentata e senza il reddito di cittadinanza (che di cittadinanza non è, ma un’altra volta se ne parla) (che è il più importante trasferimento diretto di denaro, e quindi reddito!, della storia d’Italia) sarebbe stato peggio. Molto peggio.

E io non mi sento bene. Per niente.

Questa follia (collettiva) è arrivata in un momento già di incertezza: ultimi fastidiosi (e faticosi) esami universitari da superare e dopo il vuoto. Il precariato che si manifesta in tutta la sua immensità. Ma in fondo era così anche prima.

Nessun motivo da un anno per uscire di casa o fare qualcosa, invitare gli amici a cena solo se si comincia a mangiare col fuso orario di Mosca, non un’aula studio dove andare o una qualsiasi attività culturale per distrarsi che non sia mediata dal computer che usi per studiare il resto della giornata.

L’enorme solitudine di avere intorno solo quelle due, tre persone più strette (e per fortuna) perché qualunque altra devi andare a cercarla. Sforzarsi per poter alleviare la fatica. Ossimoro.

Ed essere invisibile e non raccontato dai media, o dai rappresentanti politici (tutti? No, in un villaggio dell’Armorica, etc, etc). Chiudersi nelle proprie camere dell’eco per trovare talvolta una voce che provi a raccontarti, a rappresentanti, a farti sentire parte.

E dire che non sarebbe stato difficile gestire il tutto in maniera diversa, di Sinistra per esempio. Qualunque governo in carica ha avuto a sua disposizione nei primi mesi di questa follia un capitale politico enorme.

Chi si sarebbe opposto a rifinanziare la sanità territoriale? O a assumere un sacco di gente nella pubblica amministrazione per essere pronti alla ripartenza?

Si sarebbero potuti tassare i ricchi, obbligando a quella solidarietà col resto del paese da cui sono sempre fuggiti.

Si poteva estendere il reddito di cittadinanza, restringendo condizioni e condizionalità, per avere uno strumento che rapidamente avrebbe prevenuto la povertà. E anche se qualche azienda fosse fallita (che forse talvolta sarebbe anche il caso) nessuno si sarebbe trovato col culo per terra. O a dover fare il rider senza tutele di sorta.

Si poteva ridurre nuovamente il numero di studenti nelle classi e aumentare docenti di scuola e università, dicendo che era l’unico modo per garantire la continuità. Poi voglio vedere a tornare indietro.

Calmierare gli affitti e contemporaneamente combattere lo sfitto e la speculazione, con le leve della tassazione e dell’esproprio, perché non possiamo lasciare la gente al freddo in strada mentre c’è una pandemia.

E invece no, tutto come prima, la retorica della guerra fin dal primo giorno, fino ad un odioso coprifuoco che è vessatorio soprattutto verso i giovani e chi, finito l’orario di lavoro, tiene vive le città nei circoli e non solo.

Ma tanto i giovani sono pochi, non votano, e con la cultura non si mangia.

Qualcuno dice che la mia generazione dovrebbe smetterla di lamentarsi e agire. Sì, come?

Se vogliamo escludere la lotta armata (e personalmente ci terrei) rimangono le mobilitazioni di piazza, che quando hanno provato a criticare il sistema in questi anni sono sparite dai media.

I Fridays for Future hanno smesso di comparire sulla stampa e la televisione non appena hanno cominciato a ricordare che se non mette in discussione questo sistema economico l’ambientalismo è poco più che giardinaggio.

Sul sistema dell’informazione in Italia c’è tanto da dire. Osservare innanzitutto che è un oligopolio, che tranne il Manifesto tutti i principali quotidiani sono proprietà di industriali di altri settori e che ilPost per arrivare dove è adesso ci ha messo dieci anni, chiudendo in perdita almeno otto bilanci, sostenendo centinaia di migliaia di euro di costi sin dal primo anno.

Una legge sul pluralismo dell’informazione, che aumenti i contributi pubblici per le iniziative no-profit e contemporaneamente smantelli i gruppi editoriali (nella stampa, nella televisione e nella radiofonia) e le commistioni industria-editoria è necessario per mantenere sano il dibattito pubblico.

Mi sono chiesto più volte perché non riesca io come tanti della mia generazione a trovare dei riferimenti politici in parlamento.

Innanzitutto notiamo che ormai in nessuno dei soggetti in parlamento gli iscritti hanno la possibilità di definire la linea o scegliere la composizione delle liste elettorali. Una legge sui partiti (a partire dal loro finanziamento e dalla loro democrazia interna) serve, ma si capisce perché non arrivi mai.

Per aggregare fuori dal parlamento invece servono soldi e, sono convinto, esposizione mediatica. I primi difficili da trovare, la seconda quasi impossibile.

E anche quando ci sono stati entrambi servono le persone: serve che se soldi o visibilità dipendono da una persona (come troppo spesso accade, con ex-parlamentari che si propongono come nuovi salvatori) questa non si ponga a padre e padrone, spesso paranoico e accentrante, del nuovo progetto.

È stato un anno strano, sembrava dovesse cambiare tutto, dovessimo andare verso una nuova società che non inseguisse più la fine della storia apparecchiata da Thatcher e Reagan. E invece no.

Invece e tutto come prima, e come prima per quanto delle idee diverse ci siano, è difficile aggregarle e, soprattutto, raccontarle al mondo.

Questa non è la fine del mondo per come lo conosciamo. E io non mi sento bene.

Photo by Guillaume de Germain on Unsplash 

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Michele Ciruzzi
23 anni, Milanese insediato a Torino.
Studente di Matematica e Economia. Giocatore di Ruolo.
Di Sinistra e Democratico, però non riesco a essere amico di tutti...

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