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Andrés Miguel Rondón per il Washington Post ha scritto un eccellente articolo1 su come Trump stia ingaggiando media e attivisti in una maniera congeniale, dettando di fatto l’agenda politico/mediatica e utilizzando una tecnica retorica cara ai populisti, tanto che il paragone col defunto presidente venezuelano Chavèz, che Rondòn conosce bene, porta molti spunti interessanti.

Scandals will never defeat a populist.

“Quasi un anno dopo, Donald Trump è ancora presidente. Da mesi uomini potenti nel campo dell’intrattenimento, dei media e anche della politica vedono le proprie vite pubbliche crollare quasi all’istante sotto i colpi di scandali, ma Trump resiste.”

Rondón  sottolinea fin dal principio come la carriera politica di Chávez (che è terminata soltanto con la sua morte) è sembrata non solo immune agli scandali, ma addirittura trarne profitto. Perché?
Perché gli scandali non sono una minaccia per il populismo.
Gli scandali sostengono e alimentano il populismo.

Conosciamo bene come questo possa accadere, l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle per 20 anni abbondanti e a questo punto possiamo accettare il fatto che ci apprestiamo a riviverlo in questa legislatura. Un uomo marcatamente incline al populismo come Berlusconi ha resistito a scandali di ogni genere: rapporti poco chiari con la mafia, conflitto di interessi, scandali sessuali, divorzio,  editto bulgaro, il suo humor “ruspante” e la battuta sul “kapò”. Ogni volta lo scandalo di turno ringalluzziva i suoi avversari che trovavano nuova linfa per l’attivismo politico (dai girotondi di Nanni moretti a “se non ora quando”), ogni volta sembrava incredibile agli osservatori internazionali che un capo di governo potesse sopravvivere ad uno scandalo simile.

Ogni volta si parlava di “cosa succederebbe in un paese normale”.
E per tirarlo giù di sella -quasi- definitivamente c’è voluto lo spread con i bund decennali.

Gli esperti hanno predetto la caduta di Trump sin da quando ha cominciato la presidenza. L’elenco degli scandali ha una cadenza quasi mensile e di gravità persino maggiore a quelli che abbiamo attribuito a Berlusconi. Il suo indice di gradimento è certamente sceso, ma termina comunque il 2017 grosso modo agli stessi livelli con cui l’ha cominciato. Soprattutto la sua base -a cui lui si rivolge quasi esclusivamente – continua ad avere cieca fiducia in lui.  Solo il 7% dei suoi votanti alle presidenziali oggi cambierebbe il proprio voto. Considerato il fuoco di linea appena descritto bisogna ammettere che Trump non è neanche lontanamente vicino al tanto desiderato collasso di consenso.

Se fin ora i due personaggi non si sono mai messi volentieri sullo stesso piano, gli analisti hanno rimarcato sia alcune similitudini (e differenze) nei programmi di governo, o nel personaggio di outsider con caratteristiche quindi di carattere residuale (è diverso dai soliti, ma diverso ognuno a modo suo). Vedremo ora come le vere somiglianze arrivano dall’inquadramento del discorso mediatico che sfrutta le stesse identiche narrazioni.

Il News cycle

Guardiamo come Trump e il suo saff gestiscono il news cycle quotidiano, ma astraiamoci dalla singola dinamica e osserviamo lo schema sul lungo periodo: fatta la tara dell’indignazione moralistica e lo sdegno, sembra chiaro come il Trump del 2017 non sia diverso da quello dell’anno precedente nella sua gestione del potere.
Tutto ciò che ha fatto nella Casa Bianca ricade nel seguente frame: Un nemico (minoranze antipatriottiche, i media liberal bugiardi, chiunque non sia parte della sua visione del mondo manichea) viene caricaturizzato, incolpato di tutti i mali e offerto in come capro espiatorio dei problemi della nazione. La presunta soluzione resta sempre l’eliminazione politica, mediatica o fisica: insultarli, silenziarli, isolarli. La premessa alla restaurazione della grandezza nazionale passa per l’annichilimento figurato (o anche no) del nemico.

L’unica differenza tra il Trump “insurgence” della campagna presidenziale che ha battuto la candidata del sistema Hilary Clinton è che ora che è al potere deve modificare il frame comunicativo dipingendosi come sotto assedio da parte dei poteri forti. Anche qua le similitudini con la narrativa berlusconiana sono chiare: l’imprenditore prestato alla politica per sradicare il marcio e la corruzione (“drain the Washington swamp”) che si trova sotto assedio dei poteri forti giudiziari e dei comunisti infiltrati in tutti i settori dello stato.

In entrambi i casi il populista non subisce alcun danno quando viene investito dallo “scandalo”, la cui definizione è spesso e volentieri data dallo schieramento opposto: agli occhi dei propri sostenitori ogni volta che viene accusato di qualcosa di immorale sta invece semplicemente comportandosi come promesso – o al limite perfettamente in linea col personaggio.
Alzi la mano il votante di Forza Italia che allo scoppiare del caso Olgettine è rimasto sinceramente sorpreso e indignato.

Non importa che i suoi comportamenti vadano ad erodere le istituzioni democratiche della nazione: il populista per definizione promette di combatterle, ripulirle e sostituisce il decoro e la forza dello Stato con quello verso sè stesso. Non importano le bugie, le ipocrisie, i ragionamenti sconnessi: finchè sono diretti ad infamare il nemico e a sostenere un sistema teorico per cui la colpa è dell’avversario, nulla importa davvero. L’unica mossa non è convincerli di avere torto nel merito, quanto di convergere la loro rabbia altrove, su un altro obiettivo. Il gioco si chiama “polarizzazione”, ed è un errore da principianti scordarsi che tu sei il nemico e il cosiddetto common ground (senso dello Stato, valori condivisi, bene comune, dibattito positivo) va sempre più assottigliandosi di spazio ed importanza.

La comunicazione

I tratti comunicativi di Berlusconi sono stati studiati e ampiamente sviscerati:

  • periodi brevi e semplici
  • vocabolario comprensibile
  • una fantasia “folk” nelle espressioni colorite e negli aneddoti
  • Marcata affettività
  • “Noi come loro”
  • Culto della leadership

Il tipo di linguaggio ovviamente si declina in maniere diverse per via di pubblico e temi differenti, Trump tende a fare digressioni che sfociano nel nonsense blaterato che però infarcisce di mezze frasi ed espressioni che arringano la folla in maniera oltremodo colloquiale.

La marcata affettività, il sentimento (positivo/negativo) è però l’elemento dominante in entrambi, a partire dalle frasi più celebri o iconiche: “L’Italia è il paese che amo” / “Make america great again” che dominano per positività per poi però declinare ogni discorso sul sobillare in chi ascolta l’odio verso capri espiatori, nemici e supposti responsabili di ogni problema.
Per anni si è parlato di “comunicazione commerciale” di Berlusconi come di un linguaggio da truffatore che prendeva in giro gli Italiani vendendo loro un prodotto scadente, sarebbe stato più corretto individuare l’unica vera tattica analoga in entrambi i contesti: creare nell’uditorio un senso di necessità, un bisogno o uno stato di urgenza che si concretizza nell’acquisto del prodotto magico, sia esso una nuova automobile in voga o eleggere l’uomo che può scacciare i loro ritrovati demoni. Così è stata conquistata la pancia moderata e silenziosa del Paese, che ovviamente non aveva nessuna simpatia per un corruttore scostumato e volgare ma era estremamente sensibile alla paura e all’odio verso i nemici che Berlusconi si prefiggeva di combattere.
Nessuno ha mai pensato  (o ci è mai riuscito) a combattere quella sensibilità e Silvio è restato alla guida indiscussa del Paese per 11 anni e si appresta a tornarci in pompa magna.

Programmi e promesse

Dal punto di vista programmatico questa comunicazione emotiva si traduce spesso in tra filoni di interventi e promesse:

  • Cancellare / eliminare interventi o misure dei precedenti governi di segno opposto (eliminare l’ICI, l’IMU ma anche Jobs Act, legge Fornero e attaccare l’Euro per l’italiano, abolire l’Obamacare, ritirarsi dal NAFTA, TPP e trattato di Parigi per Trump) in quanto è sempre colpa dell’avversario politico.
  • Misure restrittive e repressive verso lo straniero o comunque il diverso (il muro con il Messico, il muslim ban, […]
  • Misure contro lo Stato, intese come misure che vanno ad impattare sul suo operato diminuendone le entrate finanziarie o l’operatività. Molto spesso vengono vendute all’insegna della teoria economica dello stato leggero ma dopo vent’anni di crisi economiche all’insegna dal libero mercato è difficile pensare che la mano invisibile capitalista goda ancora di così grande appeal. È invece ancora molto popolare il disgusto generalizzato verso l’inefficienza pubblica e i politici così che qualsiasi norma che possa andare a mettere i bastoni fra le ruote alla macchina statale gode di una base di consenso sempre alta (“drain the swamp”).

In quasi ogni proposta vive il racconto del nemico/problema da sconfiggere ed eliminare in toto ed ad ogni costo. Il compromesso è vissuto come tradimento, la complessità è un’inutile fardello e  non c’è spazio per la moderazione che viene soverchiata dalla passione cavalleresca di chi epicamente va alla riconquista di ciò che gli spetta.

Alcuni tratti talvolta sfociano nel grottesco come nel caso del mantra per la semplificazione, che se nella presidenza Trump ha portato ad una cerimonia tutto sommato sobria per festeggiare lo sbarazzarsi di migliaia di leggi tese a proteggere il cittadino, durante il terzo governo Berlusconi noi…. ci siamo fatti un pò prendere la mano.

Il frame comunicativo

Molto di quanto analizzato fin ora utilizza termini e strumenti che possono essere ricondotti in qualche maniera alle pratiche sui frame linguistici del famoso linguista americano George Lakoff.

Molti però fraintendono quanto da lui indicato nel sul “Non pensare all’elefante” 2, con la semplificazione lessicale del non utilizzare i lemmi dell’aversario in quanto automaticamente rimandano ad esso.
Walter Weltroni, durante la campagna elettorale delle elezioni politiche del 2008, continuò ripetutamente a riferirsi al suo avversario Silvio Berlusconi come “il principale esponente dello schieramento a noi avverso”. Non abbiamo mai avuto certezza che ciò fosse dovuto all’interpretazione degli studi di Lakoff, ma di sicuro rende bene la cifra della sua inutilità.

In realtà il lavoro del neurolinguista statunitense descrive con compiutezza il concetto di “frame valoriale” su cui si basa poi lo schema comunicativo. Il concetto viene elaborato forse meglio nel volume successivo “Pensiero politico e scienza della mente” 3.
Si parla di una micro storia con tanto di premessa, eroe, cattivo, evoluzione e conclusione. Anche ridotto all’osso può essere il frame del “uomo venuto dal nulla che si fa da solo e trova il successo”, oppure della “madre che fa tanti sacrifici per i figli ma alla fine viene ricompensata”.
Queste sono micro storie a cui il nostro cervello abbina automaticamente dei nessi valoriali e quindi dei giudizi morali positivi o negativi e che se sfruttati possono automaticamente farci schierare a favore o contro qualcosa.
Non a caso abbiamo descritto qualcosa di molto simile nel paragrafo sul News Cycle riguardo all’uso di Trump e Chavèz del messaggio mediatico: problema, nemico (capro espiatorio), lotta spietata, epocale vittoria.

In questo contesto si capisce facilmente come mai ogni volta che “lo scandalo” scoppiava il danno che Berlusconi subiva era poi minimo: era sempre uno scandalo basato sui valori di chi già non lo sosteneva, mentre chi aveva accettato già il personaggio non trovava nulla di strano (o insopportabile) col comportamento alla base dello scandalo.
Se Berlusconi (o Trump) usano il frame dell’imprenditore corsaro che si fa beffe dello Stato per arrivare al successo, i problemi di tasse, giudiziari o di donne non scalfiranno minimamente l’immagine dettata dal personaggio ma ne risulteranno invece perfettamente coerenti.
L’unica difficoltà potrebbe emergere da un’eventuale “sconfitta” subita dal populista (condanna, procedimento bocciato, multa) che andrebbe ad intaccare l’immagine del “vincente” ma queste sono in genere rare e mai di grossa entità, e per contrastarle viene sempre adottata la strategia del complotto, un grande classico di sicuro risultato.
In questo senso anche la più ragionata delle critiche di metodo – l’incoerenza nelle posizioni o flip-flop – ha scarso appeal se applicata a qualcuno che implicitamente si vanta di essere il baro delle tre carte.

Che fare

Di gran lunga peggiori sono invece quelle situazioni che spiazzano il populista all’infuori del proprio personaggio: momenti in cui viene ridicolizzato, sconfitte inoppugnabili, problemi fisici che intaccano il “machismo virile” che in genere li ammanta.

Trump fa una guerra spietata a quelle foto in cui si sottolinea la sua calvizie, il pannolone contenitivo o la diceria delle mani minuscole. Non si è preoccupato minimamente invece degli eventuali scandali legati al supposto rapporto sessuale con la porno diva Stormy Daniels, o alle tasse mai pagate. Per gravi che possano essere quelle battaglie le ha già vinte (anzi gli danno forza) mentre l’immagine di un anziano annebbiato con problemi di incontinenza scava la robustezza di un leader forte, machista, decisionista.

Berlusconi ha odiato fortemente la diceria che portasse jella alla nazionale italiana di calcio, le foto in cui si sottolinea la sua altezza, la calvizie (chiodo fisso). Non ha battuto ciglio di fronte al ridicolo della famosa foto dove fa le corna, anzi l’ha elevata a suo ritratto esemplificativo, ma ha sempre fortemente sofferto la famosa scena in cui il Presidente lussemburghese Jean Claude Junker gli da tre pacche paternalistiche sulla pelata mentre lui a capo chino “fa i compiti”: lui non è il secchione, è il bullo e non poteva tollerare l’inversione di ruoli.

Sono modalità estremamente ineleganti e disoneste: sono legate alla forma e non alla sostanza e chi si riconosce nell’indignazione solitamente non si sente a suo agio con questo metodo di azione e contestazione. La buona notizia è che spesso non c’è bisogno di cercare attivamente di creare queste situazioni, di solito basta aspettare e saltuariamente queste arrivano da sole: a quel punto però bisogna saper battere il ferro finchè è caldo.
La cattiva notizia è cosa fare con tutte le altre grandi cause di indignazione, gli scandali che ci fanno infuriare.

E’ dura, è inutile negarlo. Come possono questi mascalzoni fare quello che fanno e pretendere che noi non si reagisca, non ci si indigni? Come è possibile tacere di tutti gli ex Goldman Sachs nel governo Trump? I banchieri non erano il suo nemico? E la Russia? E Berlusconi con la nipote di Moubarak? Tutti i nostri sensi (e la nostra bolla su Facebook) ci dicono che, con tutta quella ipocrisia, la giustizia avrebbe dovuto aver già fatto il suo corso con questi signori. E invece sono rimasti lì e rimarranno lì al loro posto, immuni a tutti questi scandali dal punto di vista almeno dell’opinione pubblica.
Una cosa da andare ai pazzi, o come si dicevano i venezuelani l’un l’altro: Chávez te tiene loco.
Se è una lotta di testimonianza quella che cerchi, se hai bisogno di sentirti nel giusto, circondarti di persone che la pensano come te e da quel pulpito moralizzare e bacchettare il Paese, allora lo scandalo di turno sarà il tuo passatempo preferito.
Se invece è una soluzione quella che cerchi due sono le cose che dovrai tenere a mente: prima di tutto è una lunga marcia, se pagherà, lo farà dopo molto tempo. E soprattutto sarà un lavoro di battaglia sui temi, rapide stilettate all’immagine e morigerato silenzio sugli scandali.


Also published on Medium.

  1. Washington Post
  2. Fusi Orari, 2006
  3. Mondadori, 2009
Federico Dolce
35, M, Torino Laureato in Scienze Politiche, lavoro nell'Informatica da più di 15 anni. Mi occupo di mercato del lavoro, geografia politica, Europa. E computers.