Oltre Cultura

Moto di rivolta | La conoscenza non va di moda

Ieri ho aperto due riviste di approfondimento culturale e politico. Le ho lette tutte, da cima a fondo. Le ho chiuse con angoscia, e con un profondo senso di impotenza.
Gli articoli parlavano di immigrazione, ma anche di politica italiana, di estrema destra europea e internazionale, di futuro dalle tinte fosche. Scritti accuratamente e analiticamente.
Purtroppo, non credo che nessuno di quegli articoli abbia smosso di un decimale la percezione della problematica in Italia. Parlavano ad un pubblico già ben predisposto all’analisi, e già (se non altro in parte) schierato marcatamente da quella parte politica che almeno a parole si oppone alla pericolosa deriva razzista di cui sta facendo esperienza l’Italia.
Ancora una volta ci si parla addosso. E si finisce per perdere di vista l’obiettivo più ampio.

Quale sarebbe quest’obiettivo più ampio?

Faccio un salto indietro: l’Italia è un paese di ignoranti, e non sono io a dirlo.

Secondo i dati dell’UNESCO, in Italia, l’alfabetizzazione sfiora il 100%: nel 2011 il tasso di alfabetizzazione nella popolazione adulta corrispondeva al 98,8% e al 99,8% per i giovani tra i 15 e i 24 anni. La disparità di genere è nulla o quasi nulla nelle tre fasce di popolazione. L’indice di parità di genere (GPI) è pari a 1 nei giovani, a 0,99 negli adulti e a 0,98 nella popolazione anziana (dai 65 anni in poi).

Fonti estese

Ma allora, Marianna, cosa dici? L’alfabetizzazione è quasi al 100%, non è vero che siamo ignoranti! Giusto? Sbagliato! Perchè qui interviene la Dichiarazione di Persepoli, dell’ormai lontano 1975:

“L’alfabetizzazione non consiste solo nel saper leggere, scrivere e fare di conto, ma è un contributo all’emancipazione di ogni essere umano e al suo completo sviluppo. Fornisce gli strumenti per acquisire la capacità critica nei confronti della società in cui viviamo, stimola l’iniziativa per sviluppare progetti che possano agire sul mondo e trasformarlo, e fornisce le capacità per vivere le relazioni umane. L’alfabetizzazione non è fine a se stessa, è un diritto fondamentale dell’uomo”

Per poter definire un profilo accurato circa le capacità di portare a termine con successo le attività della vita quotidiana, sono stati elaborati 6 livelli: il livello inferiore a 1 e il livello 1 indicano competenze estremamente modeste, il livello 3 rappresenta il minimo per un inserimento positivo nella società e nel lavoro, e i livelli 4 e 5 indicano una piena padronanza di competenze.

Ok, abbiamo ben chiari questi livelli? Bene (si fa per dire), perchè allora dobbiamo metterci le mani nei capelli: un’indagine Ocse-Piaac del 2016 mostra che il 28% degli italiani tra i 16 e i 65 anni rientra nei primi due livelli elaborati. Ripetiamolo: i primi due livelli indicano delle competenze sotto la soglia di sufficienza per un inserimento positivo nella società. Eccoli: sono i famigerati ANALFABETI FUNZIONALI. Sanno leggere e scrivere, ma non sanno impiegare queste competenze nella vita quotidiana, e non comprendono le nuove tecnologie.
Lasciamo un momento di silenzio per assorbire bene queste informazioni.
E ricordiamoci che non vuol dire che il restante 72% sia in grado di ottenere risultati eccellenti tali da compensare questa situazione.

Chiaramente le cause sono molteplici:

…a parte i possibili effetti dell’invecchiamento, il legame tra competenze ed età è sicuramente influenzato da diversi fattori quali la carriera scolastica, la transizione scuola-lavoro, la carriera lavorativa oltreché lo stile di vita e le attività quotidiane

Si rivela un problema profondo, che apre campi di analisi quantomai necessari.
Quello che però spaventa è un connubio particolare, tragicamente rafforzato negli ultimi decenni: ignoranza + arroganza. Sarebbe bello poter offrire dati statistici anche su questo dettaglio (e se qualcuno li ha, li condivida, vi imploro!).
Il grande, immenso, trascuratissimo problema non è solo l’ignoranza: è che questa si accompagna ad una totale mancanza di senso critico, e ad un ancora più imbarazzante compiacimento nell’essere distante dalla cultura. Perchè la CULTURA puzza di elite. Quasi fosse un sinonimo di banche e di truffa.
Eppure la cultura è un tesoro. Non parlo della cultura raffinata che nobilita lo spirito: la cultura è una competenza pratica che permette di decifrare il mondo, che permette di smascherare le porcate e le menzogne che ci vengono offerte come verità dalla notte dei tempi (non siamo la sola epoca storica in cui le fake news proliferano…).

La cultura rende liberi.

Ecco perchè è di vitale importanza che una certa parte politica la smetta di parlarsi addosso: la cultura va fatta circolare e va condivisa. I temi dell’immigrazione, della politica estremista, delle fosche nubi all’orizzonte sono di vitale importanza per quello che vogliamo essere nel futuro come comunità, ma è altrettanto importante che questi temi circolino in tante forme diverse anche al di fuori della solita cerchia di interessati, sensibili, empatici, acculturati (datevi il nome che volete).

C’è bisogno di ricordare a tutti, a noi stessi per primi, che la prima e più importante forma di sopravvivenza nel mondo contemporaneo è la capacità critica: siamo talmente bombardati di informazioni che è fondamentale imparare a distinguere le verità dalle menzogne. Anzi, riformulo: è fondamentale comprendere quando le notizie (di qualunque forma esse siano) vengono impiegate per rafforzare il controllo.

Su chi? Il controllo su di noi, sulla nostra capacità di scelta, sulla nostra aspirazione a un futuro diverso. Il controllo su di noi, perchè nulla, in fondo in fondo, cambi mai.

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Marianna Zanetta
PhD in Antropologia
PhD in Antropologia delle Religioni e Studi dell'Estremo Oriente, presso l'Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi.
Parla spesso di Giappone, di morte e di religione, in ordine sparso.
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About Marianna Zanetta

PhD in Antropologia delle Religioni e Studi dell'Estremo Oriente, presso l'Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi. Parla spesso di Giappone, di morte e di religione, in ordine sparso.