Antropologia e società

L’esport sta diventando mainstream? Se sì, per chi?

Il presidente russo sapeva sin dall’inizio che i PSG.LGD non avevano speranze.

Il presidente russo sapeva sin dall’inizio che i PSG.LGD non avevano speranze.

Rekkles, uno dei più famosi campioni europei di League of Legends, parteciperà alla lega francese con i Karmine Corp, la squadra d’oltralpe che nel 2021 ha monopolizzato la fanbase francofona. Al punto da ricevere i complimenti dal Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, che si congratula per la vittoria di EU Masters, un torneo europeo secondario.

Complimenti che vengono imitati da Vladimir Putin quando in Ottobre i cinque giovani russi del Team Spirit sollevano l’Egida, il trofeo del torneo internazionale più prestigioso di Dota2, portandosi a casa 18 milioni di dollari.

Anche la politica cinese ha un occhio di riguardo per i propri videogiocatori: il CCP ha richiesto l’iscrizione al partito di Clearlove, uno dei giocatori più longevi sul territorio orientale e simbolo degli Edward Gaming, dopo la vittoria della World Championship di League of Legends questo Novembre.

Perfino Studio Aperto presenta un servizio sulla recente finale del Circuito Tormenta a Milano. “Non solo videogiocatori, ma veri campioni”, recita l’intervistatrice con riprese del palco sullo sfondo. Uno stacco piuttosto netto dalla solita narrativa televisiva verso i giovani fannulloni.

Sembra insomma che questo 2021 abbia finalmente risvegliato l’interesse dei media e della politica internazionale verso il fenomeno esportivo, avvicinando il settore a quella tanto attesa normalizzazione che i fan chiedono (e quasi pretendono) da anni di confronti con calcio, basket e altre forme di intrattenimento. Abbiamo dunque “vinto”? I gamer sono finalmente riusciti a farsi accettare dalla società, dopo anni di infantilizzazione da parte di genitori e istituzioni?

I primi segnali di questa tendenza al riconoscimento iniziano un paio di anni fa, quando i primi sponsor cosiddetti “endemici”, ovvero esterni all’area del gaming, decidono di investire nei campionati di punta. E così Shell, le compagnie di assicurazioni, di food delivery, automobilistiche e infine quelle finanziarie basate su criptovalute, esplose con l’avvento delle discutibilissime NFT questa primavera. Se i brand di calibro internazionale decidono di investire in questo settore, è perché vedono una possibilità di sviluppo fiorente; questo era (ed è tuttora) il consenso tra i fan più appassionati delle competizioni elettroniche.

I lettori più attenti avranno notato che in questa lista di sponsor viene delineato un target ben preciso: un giovane adulto, generalmente maschio e benestante, che può permettersi di ordinare cibo da asporto quotidianamente, che si sta avvicinando all’indipendenza e che cerca di preparare al meglio il proprio futuro con investimenti materiali (o immateriali, se preferisce i .png) a lungo termine. Questo rispecchia generalmente il profilo del fan esportivo nei vari luoghi del mondo: liceali o studenti universitari middle class con sufficiente tempo libero da dedicare alle competizioni in modo continuato. Mi includo in questa descrizione: la passione per gli esport mi ha accompagnato dall’ultimo anno di liceo a oggi.

Questa ondata di investimenti economici non ha però scalfito la solita parte di opinione pubblica, generalmente anziana e poco accogliente verso trend digitali di questo tipo. Gli esport nell’immaginario del cittadino medio sono sempre rimasti un passatempo deleterio, una copia deforme degli sport tradizionali, un vezzo degenere e futile. Eppure ora anche la politica si sta accorgendo di questo fenomeno, e con essa i media che veicolano la loro immagine. Cos’è successo?

I numeri sembrano aver funzionato, almeno in parte. Con la crescente popolarità del fenomeno, diventa ragionevole per i vari rappresentanti politici cercare di attrarre consenso da una parte di popolazione giovane che, vissuta su internet, è più consapevole di ciò che succede al di fuori di Francia, Russia, Cina e Corea del Sud. Una mano tesa verso la middle class di domani fatta di ingegneri, informatici ed economisti che si stanno formando in questi anni.

Certamente non grido al complotto: dubito che sia uno sforzo coordinato dei vari governi e ancora meno che i leader mondiali si siano seduti al tavolo del G7 per parlare di League of Legends (eliminatemi nel momento in cui succederà). E’ però l’ennesima istanza della politica che cerca di cavalcare un fenomeno digitale che vive principalmente sui social media, così come sono già parecchi gli esempi di influencer che vengono cooptati od ostacolati dalla politica (soprattutto in ambienti meno permissivi/più sorvegliati come Russia o Cina).

Mentre non penso che sia di per sé un male il fatto che la società di massa inizi a riconoscere gli esport e ad accoglierli nel mainstream, il rovescio della medaglia è che questa accoglienza sembra un tentativo di sorridere ad una parte dei giovani senza però in ultima parte rispondere alle richieste più pressanti di Millennials e Zoomers: la disuguaglianza sociale, il senso di inadeguatezza, la mancanza di prospettive future e in ultimo anche la crisi climatica.

Saremo dunque veramente la rivoluzione digitale che avevamo tutti proclamato, superando le tradizioni sportive e i modelli televisivi e giornalistici inadeguati, oppure diventeremo un’altra pagnotta sul tavolo del panem et circensem, un’altra distrazione dalla politica e per la politica, indipendentemente dalla fazione?

Andrea Barresi
Dottorando in fisica teorica, aspirante scrittore solarpunk, amante dell'Est Europa, chiacchierone controverso e... mi sono perso.

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