Oltre il Lavoro

Lavoro e Reddito

Che cos’è il lavoro?
Una parte della mia formazione mi farebbe dire che è un modo per, attraverso le forze, trasformare l’energia.
Ma non è il tipo di risposta che sto cercando.

Nel corso del tempo il lavoro ha rappresentato tante cose diverse, ma fino a poco prima dei giorni nostri si poteva inquadrare abbastanza bene in alcune funzioni.

La produzione di merce o ricchezza per l’imprenditore.
La trasformazione del proprio tempo e delle capacità in reddito, cioè in moneta spendibile per i propri bisogni.
La costruzione di una rete sociale e, spesso, della propria identità attraverso il proprio ruolo nella comunità: quando dobbiamo presentarci a qualcuno, quando ci chiedono cosa facciamo nella vita quasi sempre rispondiamo facendo riferimento al nostro lavoro.

Cominciamo a notare una separazione molto netta per il momento in due categorie:

  • Chi ha abbastanza capitale per poter usare il lavoro d’altri per generare nuova ricchezza, e quindi il proprio reddito.
  • Chi usa il proprio lavoro per generare reddito.

La prima rappresenta una minoranza della popolazione generalmente abbastanza chiusa in sé stessa e su cui tornerò dopo.
La seconda è il grosso della società, in cui il lavoro è storicamente l’unica strada di accesso al reddito e, soprattutto con la morte delle ideologie, la crisi della Chiesa e la riduzione complessiva dei luoghi di ritrovo e socialità, alla società.

Negli anni quindi gli attori politici hanno cercato di creare un sistema di welfare che puntasse alla piena occupazione col doppio scopo di avere sufficiente reddito per soddisfare i propri bisogni e assicurare a una persona di (re)inserirsi in una comunità.

Col tempo questo ha portato nel dibattito pubblico a portare a una identificazione tra lavoro e reddito che, come abbiamo visto, è fallace almeno nella misura in cui non guarda alla parte di popolazione più ricca che vive di rendita di beni propri o del lavoro altrui (coloro che in certi ambienti di fine ottocento sarebbero stati chiamati capitalisti poiché detentori di capitale).

Dal punto di vista del reddito
Finora abbiamo parlato di reddito e lavoro, che possono essere presenti (o sufficienti) o assenti (o insufficienti).

Ci porta quindi a vedere quattro situazioni.

  • Chi lavora e ha reddito sufficiente: sono i lavoratori come li abbiamo conosciuti fino a oggi, che con la retribuzione di otto ore al giorno hanno un tenore di vita più che dignitoso.
  • Chi non lavora e ha reddito sufficiente: i capitalisti che per ricchezza familiare o (in rari casi) grazie a una rapida e incredibile carriera hanno un patrimonio sufficiente a vivere della sua rendita (sotto forma di affitti, dividendi o interessi)
  • Chi non lavora e non ha reddito sufficiente: sono i disoccupati in condizioni più o meno gravi e strutturali (si va dall’operaio in cassa integrazione al senzatetto)

Se finisse qui l’identificazione tra reddito e lavoro sarebbe sì un regalo ai più ricchi (a cui a differenza d’altri non si chiede in alcun modo di contribuire col proprio tempo) ma permetterebbe puntando alla piena occupazione di far vivere tutti con dignità.
Ma manca la quarta categoria.

  • Chi lavora e non ha reddito sufficiente: sono i proletari delle prime fabbriche dell’ottocento, gli occupati della gig economy, le partite IVA senza continuità di reddito ma con enormi crediti, gli stagisti.

Loro ci dicono che la piena occupazione non è una condizione equivalente a una vita dignitosa per tutti.

La condizione dei proletari nell’ottocento ha dato il via a quella rivoluzione sociale culminata nel secondo dopoguerra nelle socialdemocrazie nordeuropee, in cui è stato reso illegale creare occupazione che non fornisse abbastanza reddito.
In questo modo è stata ancora una volta salvata l’identificazione tra occupazione e reddito.

Un nuovo mercato del lavoro?
La tendenza evidenziata da molti studi sul mercato del lavoro è la polarizzazione del tipo di occupazione.
Mi spiego.
Le occupazioni vengono divise in tre macro categorie:

  • A bassa qualifica: ciò che non richiede nulla più dell’alfabetizzazione di base, ad esempio badanti, addetti alle pulizie, braccianti agricoli, netturbini, cassieri, magazzinieri, autotrasportatori.
  • A media qualifica: ciò che richiede degli studi tecnici particolari o una preparazione di base solida, ad esempio segretari, impiegati di basso livello, operai qualificati.
  • Ad alta qualifica: ciò che richiede almeno una laurea o una formazione tecnica di alto livello, ad esempio ingegneri, medici, operai molto specializzati, dirigenti, nonché molti lavori creativi nella ricerca o nella comunicazione.

Il trend è una progressiva scomparsa degli impiegati a media qualifica (che vengono sostituiti sempre più da processi automatizzati) e l’aumento di occupati a bassa e alta qualifica.
Gli impiegati a bassa qualifica crescono perché oggi come nell’ottocento costano meno delle macchine e quindi sicuramente non riusciranno a raggiungere un livello di reddito dignitoso.

Per provare, ancora una volta, a salvare il binomio reddito-lavoro nel lungo periodo bisognerebbe raggiungere la piena occupazione facendo affidamento soprattutto sulle professioni ad alta qualifica, che però rappresentano una parte ristretta degli occupati.
E non può che essere così: non servono mille manager in una azienda, non servono mille avvocati o mille notai.
Già adesso liberi professionisti (quindi partite IVA o lavoratori a progetto) vedono i loro salari contrarsi per effetto di una concorrenza eccessiva.

Come uscirne?
Innanzitutto possiamo dire che almeno per chi lavora questo deve essere sufficiente a raggiungere un reddito dignitoso.
E per quanto possa essere difficile un intervento normativo sappiamo già quali forme di impiego permettono di comprimere i salari e quali no.
In questo senso dobbiamo vedere l’automazione come uno strumento per eliminare i lavori più faticosi e usuranti (i pomodori si possono raccogliere meccanicamente) e non, con un rinato luddismo, come un modo per ridurre l’occupazione.

Ciò ci lascia alle due categorie del “non lavora”.
E qui credo ci sia un profondo dilemma etico.
Perché a seconda del contesto familiare di provenienza alcune persone possono vivere dignitosamente senza lavorare e altre no?
Perché lavorare per qualcuno è necessario e per qualcuno no?
Essere ricchi è un diritto o è una caratteristica?

Credo che se qualcuno a Sinistra vorrà affrontare il nuovo millennio con spirito di progresso e mutamento dovrà tenere conto che il binomio reddito-lavoro è stato spezzato e che servirà trovare nuove forme di accesso al reddito anche per i molti che rimarrebbero esclusi dalle ricette attuali.

Produrre nuovo reddito all’attuale distribuzione dello stesso richiederebbe uno sforzo produttivo che probabilmente distruggerebbe il pianeta.
È quindi preliminare ad ogni altro discorso ridistribuire il reddito.
Il prelievo può avvenire attraverso sistemi fiscali ben noti (aliquote progressive sui redditi, tassa patrimoniale, tassa sulle transazioni finanziarie, tasse sui dividendi) da realizzare necessariamente allo stesso livello in cui i capitali si possono muovere esentasse (quindi a livello comunitario allo stato delle cose).
La redistribuzione invece richiede probabilmente immaginazione e coraggio.

Un allargamento del welfare state e dei servizi alla persona e una ripresa degli investimenti in infrastrutture e per la tutela del territorio e del patrimonio culturale, in un primo momento (e probabilmente per sempre) realizzato dal pubblico, potrebbe aumentare l’occupazione permettendo a più persone di avere un reddito sufficiente.

Non so però se un tale investimento possa raggiungere la piena occupazione senza diventare “jobs for the jobs’ sake”, rimanendo cioè un piano sensato e commisurato, e con dei costi sostenibili (problema in realtà aggirabile con una tassazione adeguata).

L’alternativa altrimenti deve essere qualcosa di completamente diverso, che leghi il reddito (anche) a qualcos’altro o che lo sleghi da tutto.
In questo senso il dibattito sulla possibilità di introdurre varie forme di reddito universale di base, cioè un erogazione di reddito a tutti i cittadini, si sta riaccendendo.

Sui rischi a cui può portare un reddito minimo se lo si vede come alternativa (e non complemento) ai servizi offerti dal pubblico (come istruzione e sanità) rimando a questo articolo apparso su Argo.
Un approccio originale al tema è il dividendo universale proposto da DiEM25 e Varoufakis che immagina di fare un fondo sovrano raccogliendo una piccola quota di ogni azienda che si quoti in una borsa europea, che distribuisca i suoi dividendi in parti uguali a tutti i cittadini.


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Michele Ciruzzi
23 anni, Milanese insediato a Torino.
Studente di Matematica e Economia. Giocatore di Ruolo.
Di Sinistra e Democratico, però non riesco a essere amico di tutti...
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