Lavoro, Oltre il Lavoro

La produttività come chiave di lettura della nuova trasformazione del lavoro

Una delle questioni più problematiche riguardo alla cosiddetta “industria 4.0” – o dell’industria in generale – è rappresentata dalla ricchezza generata dal tasso di sostituzione della forza lavoro con macchine sempre più efficienti e precise. Quanto il mercato del lavoro è in grado di assorbire questa sostituzione senza generare disoccupazione a livelli critici, e quindi creando ricchezza, aumentando i consumi e spingendo la crescita?

La “sostituzione” del lavoro umano coi robot  è già in atto in molti settori e si sta estendendo ad altri. Il fattore di novità è rappresentato soprattutto dalle recenti concezioni di produzione che fanno sì che se prima la macchina era soprattutto un utensile più affinato in grado di aumentare la produttività del singolo operaio (rendendone necessari sempre di meno) oggi invece sostituiscono tout-court il lavoratore.

Questo può avvenire a qualsiasi livello di specializzazione lavorativa: la Foxconn è la più grande produttrice di componenti elettrici ed elettronici per aziende tra le quali Amazon.com, Apple, Dell, HP, Microsoft, Motorola, Nintendo, Nokia, Sony, BlackBerry e Xiaomi. Negli ultimi anni ha investito ovviamente tantissimo in robot ad altissima precisione nella catena produttiva e prevede che questi sostituiranno nei prossimi anni porzioni sempre più consistenti della propria manodopera.

Se perfino un lavoratore altamente specializzato vede la propria mansione a rischio sostituzione da parte dei robot, cosa può pensare un lavoratore entry-level come il commesso di McDonald (la cui risposta alla battaglia per il salario minimo da 15$/h è tristemente famosa).

 

Oltretutto il costo del “robot” all’interno della propria catena produttiva/distributiva si stanno sensibilmente riducendo. Addirittura stiamo assistendo alla comparsa di macchine sempre più flessibili ed in grado di adattarsi a diverse linee produttive, nel caso addirittura imparare nuove tecniche ed operazioni per diventare un investimento dall’ammortamento oltremodo competitivo. A seconda del costo del lavoro (basso o bassissimo) nelle aziende manifatturiere del sud est asiatico il payback time di un investimento del genere si aggira tra l’anno e mezzo e i tre anni a fronte dei cinque anni del passato.

Questo ha un impatto notevole sull’intero processo di delocalizzazione che ha invaso i processi produttivi dell’ultimo ventennio: recentemente si ipotizzava che presto la delocalizzazione avrebbe fatto inversione a U in funzione di elevati costi di trasporto e aumento del costo del lavoro nei paesi in via di sviluppo: se questa avverrà invece sarà a causa di un abbassamento ulteriore del costo del lavoro indipendente dal luogo di produzione, ma catastrofico dal punto di vista occupazionale.

In più la componente del software diventa ogni giorno più importante all’interno del prodotto finito, e se è vero che può essere assemblato anche in remoto una sua prossimità della catena produttiva è auspicabile ora che questa ne necessita una sua, riavvicinando la produzione ai Paesi a maggiore istruzione e specializzazione informatica (che però non corrispondono più all’occidente classico).

Stiamo inoltre assistendo da più di trent’anni ad un progressivo discostamento tra l’aumento della produttività e l’aumento dei salari medi negli ultimi trentanni, che hanno avuto una loro stretta correlazione fin dal dopo guerra.

Se però si va ad osservare le componenti aggregate del salario medio si vede come queste abbiano seguito un andamento differente a seconda del supposto ruolo all’interno della catena produttiva e della specializzazione: l’inserimento della progressiva automazione e dei robot come utensile per l’aumento di produttività ha sempre più contribuito a “separare” il lavoratore (ed il suo salario) dal valore aggiunto da lui portato al processo produttivo, il cui aumento in termini di produttività andava quindi a maggior appannaggio di chi poteva controllare l’innovazione.

 

 Il valore del lavoro non è in crescita, ma si è scisso sempre più tra chi si fa carico del lavoro finale e chi progetta e struttura l’utensile sempre più potente, fino al punto in cui quest’ultimo raggiungerà il 100% rendendo il primo superfluo.
E’ d’altronde vero che già in passato la civiltà ha conosciuto “sprout” di crescita della produttività tali da rivoluzionare i processi produttivi e con essi la società, e ogni volta l’adattamento ha avuto la meglio: in ogni rivoluzione industriale avuta in passato la spinta propulsiva ha allargato il divario tra chi era in possesso della tecnologia differenziale e solo eventualmente più tardi la ricchezza creata in più si è redistribuita alle altre classi sociali, ma è la prima volta nella storia che un fenomeno del genere ha una portata immediatamente globale e con ridotte “sacche” di contenimento per un’effettiva crescita di risorse a cui attingere.

La sfida principale resta sicuramente immaginare nuove professioni che possano beneficiare da questa ulteriore rivoluzione, tenendo bene a mente che quello che va rapidamente sgonfiandosi è un settore d’impiego di massa che da lavoro a decine di milioni di persone in tutto il mondo: difficilmente il tasso di sostituzione con i lavori ad alta scolarizzazione potrà assorbire l’impatto e la nuova elevata velocità con cui queste sostituzioni stanno avvenendo non permette più il semplice ricambio generazionale.

Una jobless society non è meno utopica di una società dove l’80% della forza lavoro mondiale è altamente specializzata e quasi nessuno è più costretto al lavoro manuale.

Lo stop nella crescita a cui i Paesi in via di sviluppo andranno incontro con la relocalizzazione derivante dall’automazione del processo produttivo sarà probabilmente uno dei driver più potenti di cui tener conto nei prossimi 10 anni.

 


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Federico Dolce
35, M, Torino Laureato in Scienze Politiche, lavoro nell'Informatica da più di 15 anni. Mi occupo di mercato del lavoro, geografia politica, Europa. E computers.
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