Politica e economia

La domenica delle salme

È il 2 Giugno 2020 e gli Stati Uniti stanno affrontando il loro settimo giorno consecutivo di proteste in tutte le maggiori città del paese. L’istituzione dei coprifuoco notturni e l’intervento della Guardia Nazionale non hanno fermato le proteste e le violenze, che anzi stanno continuando ad un ritmo spaventoso.

Il Paese sta affrontando la sua peggiore recessione, gli economisti stimano una perdita di altri 8,5 milioni di posti di lavoro, dopo i 20,5 milioni di aprile: il tasso di disoccupazione più alto dal 1933. Secondo un working paper del National Bureau of Economic Research il 42% di questi disoccupati si trasformerà in perdite permanenti di lavoro.

Il coronavirus ha superato i 100 mila morti e quasi 2 milioni di casi e solo ora accenna a rallentare la curva.

L’omicidio di George Floyd è arrivato come una scintilla ad infuocare una prateria che non attendeva altro, un Paese che non riusciva più a reggere una situazione in continuo avvitamento da mesi, se non da anni, la comunità afroamericana in rivolta per un razzismo mai sopito ha trovato questa volta larghissimo consenso al di là dei propri confini, nelle nuove generazioni ma non solo.

Questa la situazione, questo il momento in cui la Storia decide se la tua è una rivoluzione (se vinci) o dei vili atti terroristici (se perdi).

Ecco che, puntuale come le tasse, giunge il framing comunicativo che può smantellare mediaticamente qualsiasi cosa. Perfino in un frangente come questo, dove l’opinione pubblica sembra riuscire a farsi una propria idea di ciò che avviene per strada grazie alle testimonianze via social media e il peso degli esperti e commentatori sembra diminuire, perfino qui una campagna mediatica ben impostata e delle prese di posizioni politiche possono usare la forza dell’avversario per portare avanti la propria agenda. A volte senza neanche bisogno di grandi sforzi.

I bravi manifestanti VS i saccheggiatori e provocatori

Le proteste non possono degenerare in rivolta e saccheggi, la maggior parte dei manifestanti è pacifica, devastando tutto non si risolve nulla
Sembrano tutte affermazioni di sano buon senso eppure sono il primo madornale errore per un corretto approccio al problema.

L’errore sta nel mettere al centro del discorso, del giudizio, il comportamento della folla. D’altra parte è la notizia e viene normale commentarla approvando o meno i singoli accadimenti che la caratterizzano, ma facendolo si sale per l’ennesima volta sul piano inclinato dell’avversario, giocando una partita che inevitabilmente avrà un solo esito: la sconfitta.

La folla – anche nella migliore delle occasioni – è solo l’ultimo effetto di una serie di decisioni prese a monte da singoli in vari livelli di potere.
Singoli che- al contrario della folla – portano una responsabilità personale per azioni razionali compiute in momenti con condizioni appropriate.
Singoli spesso pagati per fare tutto ciò che fosse in loro potere per evitare di arrivare al momento della rivolta.
Singoli la cui responsabilità è indubbia ma non viene mai messa sotto inchiesta.

La folla non è santa o santificatrice per definizione, ma un intero Paese che scende in strada in tutte le maggiori città non può essere messo sul banco degli accusati come un sol uomo, ritenere che milioni di dimostranti siano stati tutti provocati da pochi vandali è a dir poco ilare.
Dividere tra bravi manifestanti e cattivi devastatori significa pretendere da una folla in uno stato di sospensione del diritto un’obbedienza e un’organizzazione degna di un reparto dell’esercito (che ironicamente è in strada, ma dall’altra parte, e sta commettendo centinaia di atrocità filmate e registrate).

Si da voce e forza ai troll kekisti di estrema destra che sui vari social network propugnano l’infallibile logica “hai devastato tutto? ora si che hai curato il razzismo“.

We must thank Dumbfukistan, it gives us our daily dose of dystopian shits

La rivolta è rivolta, non cura niente, non vendica niente. Non ha un obiettivo razionale, non può nè vuole aggiustare nulla. È fatta di gente stanca dello status quo, stanca della libertà di un Paese che non li ritiene nè liberi nè uguali. È fatta di persone infuriate senza rappresentanza.
“Una rivolta è la lingua degli inascoltati” (M.Luther King)
Come ha spiegato in modo molto eloquente Trevor Noah, conduttore un USA del Daily Show nato e cresciuto nel Sud Africa dell’apartheid, difficilemente considerabile un estremista:

Ho visto molte persone lamentarsi dei saccheggi: non è così che si protesta, non è così che dovrebbe funzionare la società.
Qualcosa è scattato in me: società ok, ma cos’è la società? Stringi stringi si riduce ad un contratto sociale, che firmiamo per stare l’uno con l’altro. Firmiamo un contratto implicito o esplicito che dice che siamo un gruppo di persone con determinate regole condivise, idee condivise e pratiche condivise che ci definiscono come gruppo. E il contratto è forte soltanto quanto le persone che vi ubbidiscono. Ma se provi a pensare a  cosa voglia dire essere una persona di colore in USA, a Minneapolis o in qualsiasi altro posto dove non se la passano bene… chiediti questo: che interesse hanno queste persone nel mantenere il contratto?  […] nonostante alcune persone abbiano poco o niente decidano ugualmente di seguire le regole per il benessere della società, queste stesse persone vedono quotidianamente il contratto non rispettato dal resto della società stessa. Quando guardi Ahmad Aubery venire ucciso a colpi di pistola  e poi scopri che gli assassini vengono rimessi in libertà e lì sarebbero rimasti se non fosse saltato fuori un video e fossero scattate le proteste per strada, che parte di contratto sto guardando? Quando vedi George Floyd o molti altri perdere la vita a causa di un uomo che ha giurato di difendere la legge ed è pagato per questo, quale parte di contratto è questo? […]
Non c’è alcun contratto se le persone ai vertici non si sentono legate ad esso, e se loro non si sentono legate perchè dovrebbero sentircisi gli ultimi?
Saccheggiare i negozi non è un giusto atto di ribellione, ma un totale affrancamento da una società e le sue regole di cui non si vuole più far parte, almeno per una notte.

Trovare poi un pretesto qualsiasi per dividere le proteste in più fazioni, diffidare l’uno dell’altro o addirittura metterli in aperto contrasto, è un trucco vecchio come il cucco.
Un “talking point” dai precedenti davvero imbarazzanti, eppure continua a fare molta presa.

Immagine

Flyer del KKK degli anni 30. 

“La gente continua a ripetere a pappagallo talking points dei suprematisti bianchi su “anarchici,” “radicali,” e “agitatori esterni.” Questa narrativa è stata ripetutamente rigurgitata da Stato e polizia e conseguentemente appoggiata senza verifica. Numerose sono nella storia le rivolte annegate e tradite da componenti che sono passati a dare la caccia ai “radicali”. I movimenti neri sono stati sempre infiltrati da persone con il solo intento di seminare discordia usando tattiche manipolatrici come questa. La falsa narrativa sui bianchi di sinistra che mettono i neri nei guai sono vecchi trucchi. Se sei nero sei già nei guai per via della supremazia bianca. Ripetere le bugie dell’era dei Jim Crow e KKK  sugli “agitatori esterni” e ”radicali” manipolando la comunità nera non ci salverà.”

Se vuoi il vero cambiamento non puoi distruggere tutto, devi stare nelle regole

Questo è semplicemente falso, da un punto di vista sia fattuale che storico.

Per prima cosa, la storia è per l’appunto piena di esempi di conquiste sociali arrivate tramite la lotta, in certi frangenti anche violenta. Ne è piena la storia sindacale ma più di tutti siamo appena entrati nel Pride Month 2020, il mese in cui vengono celebrati (verrebbero celebrati in assenza di Covid19) i festosi e pacifici Pride in tutto il mondo, le colorate e festose parate per l’orgoglio omosessuale e la lotta per i diritti LGBT. Parate che – forse è difficile crederci – commemorano la rivolta di Stonewall del 1969 quando a New York ebbero luogo violenti scontri fra gruppi di omosessuali e la Polizia per protestare (guarda un pò) contro le incursioni e la violenza delle forze dell’ordine.
Si ritiene quella data come nascita del movimento moderno di liberazione gay in tutto il mondo.

Secondo: le rivolte non nascono mai dal nulla. Può essere facile per l’osservatore distratto farsi confondere e spiazzare da un moto di protesta improvvisamente violento, e quindi cedere con maggiore facilità alla narrazione dei ragazzi benestanti e radical chic che giocano alla guerriglia.
In realtà non troviamo un solo esempio di moti violenti che non siano giunti al termine di infruttuose proteste pacifiche, durate anche a lungo nel tempo.

Quasi tutti i commentatori televisivi e sui giornali che oggi biasimano la violenza degli scontri richiamando alla necessità di un confronto civile, quattro anni fa erano in prima fila a ingiuriare, indignarsi e chiedere (e ottenere) il licenziamento dei cosidetti protestanti pacifici, a partire dal celebre Colin Kaepernick, il primo giocatore della NFL americana che per protesta contro le violenze e le morti degli afroamericani cominciò la protesta dell’inginocchiamento durante l’inno pre partita (che violenza!).
Sembrerebbe che non sia la violenza il problema, quanto il mero concetto di non essere più  disponibili a subire la violenza dello status quo.

Terzo: seguire le regole spesso significa concorrere al gioco democratico. Cercare rappresentanza, organizzarsi, creare gruppi di pressione. Nessuno ha fatto questo con tanta diligenza e rispetto quanto le comunità afroamericane, culminate appunto con la presidenza Obama e proseguendo nel proprio importante ruolo di fatto decidendo l’esito delle primarie democratiche in favore di Joe Biden.

Eppure il movimento Black Lives Matter è nato proprio sotto la presidenza Obama, durante la quale le violenze verso le comunità nere non sono certo diminuite.  Cornel Ronald West è professore alla prestigiosa Cornell University, filosofo e politologo, qui intervistato da Anderson Cooper della CNN, spiega il problema alla radice dell’incancrenimento attuale:
[…] sembra proprio che il sistema non sia in grado di riformare sè stesso. Abbiamo provato ad eleggere rappresentanti della comunità (“black faces in high places”) ma troppo spesso i nostri politici neri provenienti da tutte le classi sociali sono diventati troppo accomodanti troppo in fretta. […] Oggi questi rappresentanti stanno anche loro perdendo legittimità: perchè il movimento Black Lives Matter è nato sotto un presidente nero, un ministro della giustizia nero, un direttore della Homeland Security nero? Perchè neppure loro sono riusciti a portare il cambiamento necessario.

La gestione della piazza

Ho detto sopra di come il considerare una manifestazione di piazza un essere senziente con obiettivi chiari e coerenti, responsabile per le azioni di tutti e un’agenda definita e condivisa, sia un esercizio profondamente sbagliato ma soprattutto utile quanto sparare ad un tornado o inveire contro la pioggia.
Eppure siamo socialmente allenati a:
1) ignorare le proteste che non degenerano in violenze,
2) condannare senza pietà qualsiasi atteggiamento deprecabile delle proteste (dalle violenze allo sporcare il suolo pubblico fino al semplice disservizio per il traffico),
3) condonare e perdonare automaticamente qualsiasi atteggiamento deprecabile di quella forza organizzata, addestrata, stipendiata e deputata ad essere responsabile di come vada gestita la piazza.

Proprio per l’inutilità dell’assegnare una razionalità alla folla durante i disordini, gestirla in maniera diversa a seconda della provenienza politica dovrebbe essere assolutamente fuori da ogni logica. Al contrario, invece, le forze di polizia hanno una propria razionalità, hanno una catena di comando, delle procedure per cui vengono addestrati e per la messa in atto delle quali vengono stipendiati dallo Stato. Le moderne tattiche di gestione della piazza permettono loro un’ampia gamma di strumenti per poter influire sul prosieguo delle manifestazioni, per inasprire gli scontri o effettuare una de-escalation che riporti la situazione alla (relativa) normalità. Eppure di queste decisioni e degli atti perpetuati non viene mai chiesto loro il conto, come se fosse inevitabile il sopruso, e giustificabile la scelta di andare allo scontro (talvolta anche mortale) invece che tranquillizzare.

Al netto delle tifoserie di parte è innegabile come qualsiasi tattica diversa dalla de-escalation è figlia di una valutazione poltica le cui conseguenze cadranno sulla pelle di manifestanti di ogni tipo, cittadini, esercenti. E soprattutto non saranno mai oggetto di discussione o valutazione, come detto all’inizio.
Eppure abbiamo visto come nel giro di pochi giorni l’atteggiamento delle forze dell’ordine sia stato praticamente opposto: mansueti al punto di farsi maltrattare dai manifestanti anti lockdown della destra bianca militarizzata del paese, aggressivo oltre ogni logica contro i manifestanti di questi giorni come abbiamo potuto testimoniare in numerosissimi filmati.

Siamo oltretutto sempre pronti a “criminalizzare” un movimento per le azioni di pochi, ma incapaci di fare lo stesso nei confronti di un corpo dello Stato che – a differenza di un movimento – ha procedure di auto controllo, catene di comando, sanzioni e tutti gli strumenti necessari a prevenire e curare le “mele marce”.
Oltretutto, come scherzosamente ricorda Chris Rock, ci sono professioni che semplicemente non possono avere mele marce al proprio interno. Pensate ai piloti di aerei di linea: “la maggiorparte dei nostri piloti è ligia alle linee guida e atterra normalmente, sono solo alcune mele marce a cui piace schiantarsi contro le montagne”.

Chris Rock on bad apples in law enforcement - Album on Imgur

Il Presidente arancione

Mentro sto terminando questo pezzo, il Presidente degli USA Trump sta parlando alla nazione. Ferito nell’orgoglio per essersi chiuso al buio nel bunker della Casa Bianca la sera prima, ha prima preteso che la Guardia Nazionale sgombrasse “energicamente” le strade intorno alla residenza presidenziale per poi farsi una passeggiata dimostrativa fino alla St. John’s Church, detta anche “chiesa dei presidenti” perché si trova quasi di fronte alla Casa Bianca dall’altra parte di Lafayette Square ed è sempre stata frequentata dai presidenti americani dai tempi di James Madison (1809-1817).
La visita ha avuto luogo dopo che il Presidente ha tenuto un discorso surreale, dove si è autodefinito “alleato dei manifestanti pacifici“, e ha minacciato l’intervento dell’esercito per sedare le proteste violente, dopo che negli scorsi giorni aveva minacciato di inserire nella lista dei terroristi la rete ANTIFA, rete di collettivi di sinistra noti per la lotta violenta ai gruppi neofascisti e del KKK.

Nel corso della nottata è stata presentata la prima pagina del NY Times del giorno successivo, che coglie l’esca e va dietro alla stessa narrazione, ignorando totalmente la gravità della minaccia della legge marziale e insistendo sul carattere presidenziale contrapposto al caos.

Dove si possa andare da qui non è chiaro, ma appare chiaro l’uso delle narrazioni e dei framework comunicativi da parte di Trump.
Non è affatto scontato che “lo scontro polarizzato lo favorisca”, questo succederà solo finchè chi lo ascolta e chi lo commenta adotterà il suo stesso frame valoriale, si presterà al gioco morale della sostituzione delle responsabilità, si metterà a sparare ai tornadi.

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Federico Dolce
37, M, Torino Laureato in Scienze Politiche, lavoro nell'Informatica da più di 15 anni. Mi occupo di mercato del lavoro, geografia politica, Europa. E computers.
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