Oltre Frontiera

La cittadinanza multilivello

Il costrutto di cittadinanza multilivello fa riferimento ad una cittadinanza non più unitariamente intesa, nel senso di appartenenza ad un’unica e sola comunità statuale, ma alla possibilità, appunto, di una pluralità di appartenenze, in rapporto di coesistenza fra loro. L’idea della cittadinanza multilivello parte dalla constatazione del tramonto della cittadinanza intesa nel senso solo o prevalentemente di nazionalità, in un’accezione per così dire forte, (sia etnica che territoriale) di appartenenza ad un popolo ed ad uno Stato.
La cittadinanza multilivello è l’effetto della disarticolazione dell’ordinamento statale che ha perduto la sua ottocentesca compattezza ed esprime un’idea della cittadinanza essenzialmente come cittadinanza societaria.

Le diverse scale

Ciascuno di noi, in quanto individuo, ha un suo spazio di attività. E’ possibile prendere il proprio e confrontarlo con quello degli altri con relativa facilità. La forma di base può essere generalmente descritta come una serie di sentieri e luoghi sufficientemente delimitati in cui la propria quotidianità si divide tra casa, scuola, lavoro, chiesa o circolo, amici e frequentazioni. Talvolta questa rete può allungarsi ad includere luoghi di riferimento saltuari come ospedali, caserme, edifici di funzione pubblica, o parenti e amici che abitano a media-lunga distanza et similia. Talvolta in occasioni eccezionali questa si estende ulteriormente in occasioni di sporadiche vacanze in luoghi remoti ma sono dettagli trascurabili: la sua portata e forma ha mediamente una costanza regolare. L’argomento dei teorici della Geografia a partire dall’inizio del XX secolo è che questo spazio stia via via aumentando di dimensioni, portata ed intensità.
Per quanto sarebbe difficile sostenere che mediamente un individuo abbia fisicamente uno spazio di attività che esca dal locale (inteso come quartiere, città, o comuni limitrofi), anche i più “locali” degli individui vengono sempre più in contatto con eventi più ampi e sono collegati, volenti o nolenti, con spazi geografici di riferimento sempre più grandi.

“E’ probabilmente esatto affermare che nessuno, nel primo mondo, vive oggi una vita puramente locale, assolutamente non toccata da avvenimenti lontani, dai fenomeni di compressione spazio-temporale e di globalizzazione. Questo non significa che l’importanza del luogo sia necessariamente diminuita. Significa però che ogni persona, ogni gruppo di persone, si pone molto diversamente in relazione ai fenomeni di globalizzazione”

(Doreen Massey – Pat Jess, Luoghi, culture e globalizzazione, 2006 p. 48)

Un modo in cui l’identità si collega ad un luogo è mediante la sensazione di appartenenza a quel luogo. E’ un luogo in cui ci si sente a proprio agio, a casa propria, perché parte del modo in cui definiamo noi stessi è simboleggiata da certe qualità di quel luogo. Ma il senso di appartenenza si sviluppa su varie scale, a seconda dei sentimenti, valori, diritti e responsabilità che possono essere prese in esame.
Oltre alla scala locale, retta dai gesti della quotidianità, è facile individuare come molto potente quella nazionale, segnata da decenni di meccanismi attivi di “costruzione dell’identità nazionale” che ritrova oggi nuovo vigore in una sorta di “regressione di sicurezza”.
Esistono però altre scale che hanno influito a lungo e con efficacia nelle vite del cittadino contemporaneo:

  • la scala regionale ha vissuto decenni di vigore e vivacità che rispolverano sentimenti di appartenenza sopiti per quasi un secolo, ma che in realtà spesso si rifanno a tradizioni precedenti all’avvento degli stati-nazioni.
  • la scala sovranazionale, intesa come europea in questo caso, ha preso sempre più piede man mano che le istituzioni europee prendevano corpo e forza, e quindi capacità di ingerenza nelle vite di ogni cittadino europeo, ma anche come nuova base comune di identificazione rispetto al resto del mondo, luogo che grazie alla globalizzazione si fa sempre più presente nelle vite e nell’immaginario di ognuno di noi.
    Proviamo ad approfondire queste due scale, ricordando però sempre che queste non vanno intese come “opposti”: locale e globale (nelle sue diverse dimensioni) si costituiscono l’un l’altro, sono interdipendenti e vanno intesi come sovrapposti piuttosto che come in competizione.

 

L’EUROPA

“Io considererei come europei…”

L’idea di società suppone un’interazione forte dell’insieme delle produzioni umane: quella economica ma anche quella sociologica, quella politica come quella storica, religiosa e, ovviamente quella geografica. Dare una definizione univoca e congeniale di Europa non è mai una sfida semplice da affrontare: è comunemente accettato come un continente i cui confini geografici, però, non collimano con i suoi confini politici.

Se geograficamente i confini meridionali, occidentali e settentrionali sono ben marcati dal Mar Mediterraneo e dall’Oceano Atlantico, la frontiera orientale è sempre oggetto di discussione. Il confine ad est del continente parte dai monti Urali in Russia, continuando con il fiume Ural, il mar Caspio e la depressione del Kuma-Manych a sud, che lo separa 10 dall’Asia. Questa linea di demarcazione fu così definita dallo zar di Russia fin dal 1730 sulla base dei lavori geografici del tedesco Philip Johan von Strahlenberg.

Tuttavia non tutti accettano questa convenzione: così, al di là del fiume Ural, anche l’Emba può essere usato come confine, e le vette del Caucaso possono sostituirsi ai fiumi Kuma e Manych.

Il mar Nero, il Bosforo, il mar di Marmara e i Dardanelli concludono il confine con l’Asia. Queste frontiere ad est dell’Europa sono delimitazioni geografiche piuttosto arbitrarie, che nel corso degli anni hanno assunto diverse dimensioni in base alle letture politiche, economiche e culturali.

Per decenni, infatti, il perdurare della cortina di ferro ne ha di fatto spostato la frontiera tra un Europa Occidentale considerata sovente l’Europa tout-court, e l’Europa dell’Est facente parte invece del blocco sovietico e quindi con un asse orbitante spostato più verso l’Asia.

Anche dopo il 1990, tuttavia, con la caduta del blocco comunista e l’allargamento dell’Europa ad est, questi confini attuali cadono all’interno di due paesi “di confine” che spesso si fatica a considerare europei: la Russia e la Turchia. La geometria variabile che caratterizza quindi l’Europa costringe chi vuole darne una lettura geografica politica ad analizzarla secondo fattori specifici che, presi in un quadro di insieme, ne fanno un luogo unico al mondo.

Per approfondire: A CLOSER LOOK – Specificità Europee

 

LA REGIONE

In Geografia il termine “regione” è ambiguo in quanto può far riferimento ad una molteplicità di significati, in particolar modo in relazione al concetto di nazione (regioni che comprendono più nazioni, parti di differenti nazioni, parti interne di nazione). Nel nostro caso andiamo ad analizzare sotto diverse letture la regione intesa come territorio subnazionale. Con una definizione molto semplice la regione è il livello territoriale intermedio tra quello nazionale e quello locale, anche se questa rimane una definizione vaga, dal momento che secondo di essa esistono intere regioni ampiamente più grandi di diversi Stati. Come accennato in precedenza, spesso si rifanno per costituzione e formazione a istanze precedenti la nascita degli stati nazione, e per questo gli studiosi le hanno a lungo ignorato o profetizzato la loro scomparsa come un retaggio medievale che si sarebbe dissolto nel tempo. Osserveremo empiricamente nel capitolo successivo come invece il processo di devolution sia una costante europea sempre più presente nella quasi totalità degli stati europei. Mario Caciagli ha ritenuto dover rimarcare bene la differenza tra i concetti cardini di questo fenomeno (Mario Caciagli, Integrazione europea e identità regionali.  2001):

  • con regionalizzazione intende la creazione ed il rafforzamento di istituzioni substatali all’interno degli attuali stati nazionali dell’Europa Occidentale. Le forme dell’autonomia substatale possono andare dal semplice “decentramento” alla vera e propria “regionalizzazione” fino alla “federalizzazione”. Il termine regione è qui usato per indicare istituti politico amministrativi che svolgono la funzione di articolazione degli stati.
  • con regionalismo (o new regionalism come viene definito dagli accademici internazionali come Evans, Paansi o Keating) intende invece il processo culturale che si fonda su di uno specifico tipo di identità, quella territoriale. Si esprime spesso in movimenti che vogliono rappresentare e difendere caratteri etnici, linguistici e storici di una popolazione che occupa un territorio all’interno di uno Stato. Questi due concetti verranno ora approfonditi, ma sarà sempre più evidente come non siano affatto indipendenti l’uno dall’altro e che anzi vanno evolvendosi con un elevato grado di interdipendenza, e a loro volta entrambi prosperano anche grazie alle istituzioni europee fino a formare un doppio fronte di sgretolamento dell’istituzione nazionale.

 

LA CITTADINANZA

Concetto molto controverso, benché essenziale per il discorso politico, per poterlo dibattere è stato necessario prendere in esame nozioni come appartenenza, identità (nazionale), fedeltà civica e tutti i sentimenti e le obbligazioni che l’individuo sente nei riguardi di una comunità politica in luogo dell’altra (PERCY B. LEHNING, «Europena Citizenship: Toward a European Identity?» Law and Philosophy, 2001).
Le definizioni di cittadinanza hanno sempre teso a chiarire e definire chi è, e chi non è, membro di una determinata società (JACK M. BARBALET, Citizenship, 1998).

A partire dal secondo dopoguerra, in un contesto di rapida espansione del welfare-state, diversi autori come Marshall, Barbalet, King e Waldron hanno ridisegnato il concetto di cittadinanza in un percorso conseguente all’evoluzione della società del loro tempo.
Hanno notato in primo luogo che la cittadinanza abbraccia l’intera appartenenza ad una comunità, dove gli individui vi partecipano in funzione della propria condizione e delle proprie capacità. Di conseguenza diversi tipi di comunità politiche danno luogo ad altrettante forme di cittadinanza. Hanno quindi teorizzato una differenzazione in tre diversi livelli di diritti della cittadinanza: diritti civili, politici e sociali, individuando anche le istituzioni volte a sostenerli. Il focus del loro ragionamento è l’equità: una cittadinanza tesa ad espandere ed arricchire il livello di eguaglianza attraverso una politica di inclusione per estendere al massimo i diritti civili, politici e sociali (diritto all’educazione pubblica, all’assistenza sanitaria, all’assistenza occupazionale e previdenza sociale). Garantendo questi diritti a tutti i cittadini, il welfare state si assicura che ogni cittadino possa sentirsi appieno come membro della società.

Ma la cittadinanza non è solamente uno status legale, definito da un set di diritti e responsabilità. E’ anche un’identità, un’espressione della partecipazione del singolo alla comunità politica e civile. Lo stesso Marshall ha descritto la cittadinanza come un’identità condivisa tesa ad integrare gruppi precedentemente esclusi e fornire una fonte di unità nazionale alla società britannica. (THOMAS H. MARSHALL, «Citizenship and social class.» In Class, citizenship and social development, di THOMAS H. MARSHALL, 1964.)
La discussione sulla cittadinanza può quindi essere riassunta nei suoi due elementi costitutivi: i diritti e l’identità (o l’appartenenza). Ognuno di questi elementi deve essere sperimentato in un contesto geografico, a prescindere di come questo contesto venga definito. La funzione di cittadino può esistere così in una moltitudine di livelli, dal governo locale e gruppi di interessi funzionali, alla regione, alla nazione, addirittura ad un livello cosmopolita.
(DEREK B. HEATER, Citizenship: The Civic Ideal in World History, Politics and Education, 1990)

Assunto che la “cittadinanza” è costituita da diritti e identità, due sono state le principali interpretazioni del concetto a seconda della dimensione enfatizzata.
Nella prima, che pone il focus sulla dimensione “liberale”, viene enfatizzata l’identità individuale mentre nella seconda, che verte sulla dimensione “comunitaria” viene sottolineata la solidarietà culturale o etnica del gruppo.

Il problema con questa dicotomia è che entrambe le teorie minacciano in qualche modo la nozione di cittadinanza fin qui stipulata: entrambe le prospettive mettono a repentaglio l’idea di comunità politica poiché quest’ultima non è riconducibile né ad un aggregato di singoli individui, né ad una concomitanza di gruppi identitari. Rendendosi conto del problema, Beiner sottolinea come la dimensione egualitaria della cittadinanza, nella misura in cui si richiama ad elementi condivisi fra i diversi gruppi etnico culturali divergenti, venga minata dalla troppa enfasi posta sul particolarismo identitario. (RONALD BEINER, «Why citizenship constitutes a theoretical problem in the last decade of the tweintieth century.» In Theorizing Citizenship, di RONALD BEINER, 1995) Si viene così a creare “l’enigma” di come sviluppare una concezione di cittadinanza realistica e coerente affrontando due visioni in competizione quali l’universalismo liberale e il particolarismo illiberale, o più prosaicamente di come definire unitamente un corpo di cittadini riuniti in una comunità politica stabile, organizzata e durevole nonostante vengano sempre più a mancare gli elementi condivisi di “patrimonio storico culturale” e di “stile di vita”.

Beiner opta per una concezione di cittadinanza denominata “repubblicanesimo” in cui pone al centro del ragionamento i legami civici: resta il requisito che tutti i cittadini si conformino in una più vasta ed inclusiva cultura, ma questa cultura è intesa come nazional-civica invece che nazional-etnica e stabilisce una fedeltà politica invece che sociale.
Anche Habermas fornisce una risposta simile attraverso il “patriottismo costituzionale”, un’idea che si basa su un nuovo significato di nazione: da entità prepolitica a “qualcosa che doveva giocare un ruolo costitutivo nel definire l’identità politica del cittadino all’interno dell’ordinamento democratico” (JURGEN HABERMAS, «Citizenship and National Identity: Some Reflections on the Future of Europe.», 1992).
Secondo Habermas una nazione di cittadini non fa provenire la propria identità da qualche eredità etnica o culturale, ma dalla prassi dei cittadini che esercitano attivamente i propri diritti civili. Il punto focale di entrambe le posizioni di Habermas e Beiner è che la cittadinanza viene separata dall’identità nazionale basata sull’ethnos. Non è generalmente possibile infatti volontariamente entrare a far parte di un gruppo etnico: gli individui non possono scegliere la propria etnia. Quindi l’etnia non può essere una base autosufficiente per costituire la cittadinanza, in quanto non esiste una connessione necessaria fra la discendenza, mero fatto biologico – ereditario, e l’interesse che consiste nel compimento dei bisogni e degli scopi dell’uomo.

John Rawls fornisce infine un’interpretazione che separa fin dal principio l’uomo dal cittadino (l’homme dal citoyen), con la concezione di cittadinanza “liberal democratica”.
E’ una teoria che parte dalla constatazione che “la diversità di molteplici religioni, filosofie e dottrine morali che si viene a trovare nelle società moderne non è una mera condizione storica che passerà col tempo: è una componente permanente della pubblica cultura della democrazia” (JOHN RAWLS,  Political Liberalism, 1996). Essa descrive il ruolo pubblico di una concezione di giustizia che possa essere universalmente riconosciuta dai cittadini, e con essa la concezione di cittadinanza derivante. Rawls vede i membri delle democrazie liberali come possessori di una doppia identità, risultato di due tipi di impegno e attaccamento: nella propria sfera personale o privata essi sono visti come detentori di una propria concezione del giusto, una visione di insieme di ciò in cui consiste una vita vissuta al meglio. Questa è la loro identità non istituzionale.

Ma essi posseggono anche un’identità politica o istituzionale, che si rifà alla concezione di giustizia condivisa, che dovrebbe avere la precedenza sull’identità privata di modo che i cittadini possano continuare ad inseguire e ricercare i propri propositi nei confini previsti dalla sfera politica.

La conclusione è quindi una forte difesa del principio di neutralità della cittadinanza contro gli argomenti comunitari. Infatti questi ultimi prevedono che l’ordine politico debba subordinare la giustizia ad un più alto e sostanziale ideale di comunità. Ciò rende impossibile la libertà di scelta del singolo individuo su ciò che egli debba ritenere giusto e ricercare per la propria realizzazione personale. Difendere questa neutralità non significa negare l’importanza del concetto di “appartenenza” o del “senso della comunità” ma nega l’assunto che sia necessario rinunciare alla “politica dei diritti” in favore della “politica del bene comune”.

 

LA CITTADINANZA EUROPEA

Fino a pochi anni fa era dato per scontato, nel parlare di cittadinanza, che ci si riferisse a cittadini in quanto membri di uno stato nazione. I problemi che sono sorti negli ultimi decenni hanno sempre riguardato il susseguirsi dell’evoluzione multiculturale e multietnica delle popolazioni all’interno di un singolo stato.

Come abbiamo visto più approfonditamente in precedenza l’istituzione dello stato nazione ha subìto una profonda crisi lasciando così spazio a nuove complesse sfide su nuovi livelli, ma non c’è ragione per pensare che le risposte elaborate per la nazione multietnica e la sua cittadinanza debbano essere rivoluzionate nel momento in cui si ragiona in termini sovranazionali.

Quando si discute di cittadinanza trascendendo i confini dello stato nazione (in particolare parlando di Unione Europea) il concetto di cittadinanza liberal democratica va esteso andando a ricercare quali siano le implicazioni su scala europea per quel che riguarda i due aspetti costitutivi: identità e diritti. Naturalmente il problema del multiculturalismo non scompare, al contrario si articola con maggior forza.
La concezione di cittadinanza che può affrontare i problemi creati dal pluralismo all’interno dei confini statali dovrebbe essere applicabile anche oltre questi ultimi, dove il pluralismo è ancor maggiormente presente.

D’altra parte la cittadinanza liberaldemocratica è basata su un criterio democratico basilare: gli interessi di ogni individuo hanno diritto ad eguale considerazione. Si può essere differenti, ma si è cittadini eguali ed in quanto tali si avanzano richieste alla sfera politica e si valutano le richieste altrui. Affinché ciò si possa realizzare sono necessarie istituzioni e legami di interesse a livello sovranazionale che possano garantire tale uguaglianza.

Robert Dahl descrive come istituzione più adeguata allo scopo, il “federalismo transazionale” per meglio raggiungere i requisiti della concezione di cittadinanza liberaldemocratica su scala pan-nazionale.
Viene descritto come la proiezione sovranazionale del federalismo a livello nazionale: “un sistema in cui alcune materie sono esclusivamente di competenza di alcune istituzioni locali – cantoni, stati, province – e sono costituzionalmente aldilà dell’autorità del governo nazionale, e dove certe altre materie sono costituzionalmente fuori dalla portata dell’autorità delle istituzioni locali” (DAHL 1989).

Questo dovrebbe colmare il cosiddetto GAP democratico delle istituzioni europee , per fornire una legittimazione proveniente dal consenso dei cittadini stessi.
L’assenza di una legittimazione democratica alle istituzioni di governo sovranazionale, unite alle problematiche giuridiche dello status di cittadinanza europea (una cittadinanza legalmente sui generis subordinata al possedimento di una cittadinanza nazionale) fanno ritenere da molti studiosi che l’esistenza autonoma e predominante di una “identità europea” sia un concetto profondamente fallace (PAINTER 1998).

LA CITTADINANZA MULTILIVELLO

Alla luce di queste difficoltà con l’idea di un’ identità europea unitaria, il suo utilizzo per la legittimazione della cittadinanza europea è stato accolto con molto scetticismo da molti accademici. Alcuni studiosi come Etienne Tassin hanno negato a prescindere l’esistenza di una identità sovranazionale europea che “richieda una frattura tra cittadinanza e nazionalità” in contrasto con il “principio di cittadinanza dello stato-nazione basato sull’amalgama di nazionalità e cittadinanza”.
Molti altri, invece, hanno accettato con riserve la possibilità di una mutazione del concetto di cittadinanza per poter meglio includere il concetto di cittadinanza europea.
Eleonore Kofman ha suggerito come in futuro i diritti possano essere accordati in base ad una “dezinenship” (basata sulla residenza), invece che sulla citizenship (basata sull’identità) (KOFMAN 1995).
Per Gerard Delanty “emergerà qualcosa di simile ad una struttura multilivello di cittadinanza, che incorpori il subnazionale, il nazionale ed il sovranazionale” (DELANTY 1997).
Mark Leonard, infine, sostiene che “se deve esserci una vera Euro-identità, essa sarà un supplemento all’identità nazionale, e ad altre regionali, locali […] non in sostituzione di esse” (LEONARD 1998). Gradualmente si sta facendo strada un nuovo tipo di cittadinanza che non è né nazionale né cosmopolita, ma che è multipla nel senso che le identità, i diritti e le obbligazioni ad essa associate sono espresse attraverso una configurazione sempre più complessa di comuni istituzioni comunitarie, stati, associazioni nazionali e transnazionali, regioni, etc…

Tanto più sono mutate le istituzioni a cui facciamo riferimento e si sono moltiplicate le scale a cui esse operano per influenzare la nostra vita, tanto più ci riconosciamo in ciascuna di loro in maniera non concorrenziale. Naturalmente la cittadinanza multilivello non verrebbe denominata così se comprendesse solamente la scala nazionale e quella sovranazionale: le maggiori criticità emergono a livello regionale e locale. In primo luogo il concetto di identità regionale è estremamente variegato e diffuso in maniera eterogenea e con livelli di intensità estremamente differenti nelle varie zone d’Europa. Di conseguenza esistono varie porzioni di territorio dove la cittadinanza multilivello attecchisce con maggior difficoltà. Secondo, anche quando le identità regionali sono espresse e partecipata in maniera rilevante, i modi in cui esse vengono espresse differiscono in modo importante: dal nazionalismo civico razionale alla barbarie della pulizia etnica. Non tutte le forme di identità regionale sono compatibili con il concetto di cittadinanza multilivello.

Terzo, abbiamo descritto la relazione molto forte tra i nuovi sistemi di governance multi-livello e l’idea di cittadinanza multi-livello, ma abbiamo anche visto che la governance regionale può assumere varie forme, a volte asimmetrica. Questo problema può essere visto in correlazione con la prima criticità, rappresentandone l’altra faccia: quella istituzionale. Non sappiamo se la spirale positiva sia stata messa in moto dall’identità locale “spontanea” o se questa si sia risvegliata solo dopo l’intervento delle politiche di finanziamento dell’Unione Europea, ma una sempre crescente pressione viene fatta dall’alto perché i livelli locali di governo vengano sempre più armonizzati e questo potrebbe sul lungo periodo modificare la situazione.

Gli autori che in passato hanno esaminato il concetto di cittadinanza europea, soprattutto sotto il profilo giuridico e filosofico, hanno spesso posto l’accento sulle lacune giuridiche di una cittadinanza “di secondo grado”, acquisibile tramite l’acquisizione di una cittadinanza nazionale, e dal catalogo di diritti esclusivi eccessivamente limitato ed eccessivamente specifico (SHAW 1998). Molti, come i giuristi Massimo La Torre, Ulrich Preuß o il già citato Habermas, hanno provato ad elaborarne le basi unicamente sul piano del processo democratico, soffermandosi quindi sul problema istituzionale del gap democratico delle istituzioni europee ed i falliti tentativi di formalizzare una Cittadinanza Europea col trattato di Maastricht del 1991, e successivamente di introdurre una Costituzione Europea nel 2009.

Ma questi ultimi sono fallimenti figli di una errata procedura che tentava di rendere istituzionale il legame sociale che si stava creando a livello europeo attraverso meccanismi propri della cittadinanza nazionale, una cittadinanza che invece stava gradualmente evolvendosi alle nuove situazioni geopolitiche. Questo tipo di analisi non si sofferma su l’identità ed il senso di appartenenza, mentre il concetto di cittadinanza multilivello li assorbe in maniera strutturale.

Come abbiamo analizzato nel primo capitolo, una società europea, con specificità proprie e caratteristiche ben riconosciute nel resto del mondo, esiste ed è individuabile anche e soprattutto negli elementi della comunicazione transnazionale, distaccandosi leggermente dal definire le caratteristiche di un “modello europeo” sulla base dell’ormai vetusto “American way of life”, ma ponendone il nucleo centrale nel mutuo riconoscimento tra i singoli soggetti nella comunicazione e nello scambio.

Abbiamo poi osservato come l’istituzione dell’Unione Europea abbia giocato un ruolo attivo per innescare ed aiutare sentimenti regionalistici con un duplice scopo. Prima di tutto razionalizzare e diffondere una cultura di buon governo che opera al meglio su scala regionale (non è un caso che i paesi più a rischio nella crisi economica degli ultimi anni – Irlanda, Portogallo, Grecia – siano anche quelli con i processi di delocalizzazione del governo meno avanzati o più giovani). Secondo, istituire un nuovo fronte di erosione del potere nazionale che, come abbiamo visto, compete con forza per sopravvivere agli accadimenti storici e si arrende a concedere terreno solo in situazioni di estrema gravità.

Contestualmente le regioni hanno preso nuova coscienza del proprio potere, i propri cittadini ne hanno riconosciuto la funzionalità e, grazie anche alla maggiore vicinanza come istituzione, hanno ritrovato una scala regionale di identità in cui riconoscersi. Sull’altro versante, l’Unione Europea procedeva nel colmare il gap democratico con la creazione di istituzioni come il Parlamento Europeo o la Corte di giustizia dell’Unione Europea, istituzioni tese a difendere diritti, creare leggi, costruire a livello europeo una nuova scala del sentimento di identità.Quello che lentamente, e in maniera disomogenea, si sta diffondendo è un’idea di appartenenza che faccia riferimento a differenti livelli non solo non in competizione fra loro, ma che invece attivamente si influenzano e completano a vicenda, con ben poche materie di competenza esclusiva e una vasta area di consenso sovrapposto.
Il cittadino catalano, come quello bavarese o fiammingo è orgoglioso di vivere in una regione che sente come propria, con la sua toponomastica, le sue usanze e la sua cultura, e coglie i frutti di un governo locale a forte autonomia che sa gestire al meglio molte delle sue esigenze. Al contempo, però, fa ancora riferimento alla propria nazione per una larga sfera di diritti da difendere, e connazionali con cui operare, commerciare, condividere. Infine è sempre più cosciente che in un mondo contemporaneo in cui le minacce economiche (ma anche militari) provenienti dalle altre parti del mondo, come i paesi emergenti o in via di sviluppo, sono sempre più presenti e importanti la propria regione o la propria nazione lasciate da sole verrebbero spazzate via senza troppi problemi, e che solo la potenza dell’Unione Europea può avere un peso tale da continuare ad essere competitiva su scala globale. Il caso del voto sull’indipendenza in Scozia è emblematico in questo senso: benché quello scozzese sia un regionalismo tra i più longevi, ma impiantato nel tessuto britannico che è tra i più restii alla retorica europea, i sondaggi popolari indicano con chiarezza come l’identità regionale che differenzia gli scozzesi dagli “odiati inglesi” sia forte come non mai. Contemporaneamente però, la Scozia fatica ad immaginarsi come una nazione totalmente indipendente che faccia fronte nel mercato globale alla competizione di colossi come la Cina, l’India o il Brasile (questo nonostante la scoperta dei giacimenti petroliferi nel Mare del Nord consenta previsioni oltremodo ottimistiche per l’economia).

Ma il processo di identificazione su scala Europea non passa solo da un razionale calcolo economico militare, non è solamente una fredda soluzione per migliorare il rapporto di forze. Alcune cicatrici risalenti alla Seconda Guerra Mondiale sono ancora vive in molti anziani e i rapporti di vicinato generano sempre competizione ed astio, ma nelle nuove generazioni sta crescendo sempre più un’identità ben definita, grazie anche ai programmi che incentivano i lunghi soggiorni all’estero e alla sempre maggiore alfabetizzazione nelle lingue straniere che permette di infrangere una barriera altrimenti quasi insormontabile. Come abbiamo visto questo processo non è partito da qualche anno, ma è in moto da decenni ed è lungi dall’essere concluso. Molte criticità andranno risolte e crisi andranno superate, affinché il tessuto si armonizzi ed uniformi, e il processo di evoluzione vada a compimento, ma l’impressione è che questo’ultimo non sia arrestabile né reversibile.

Federico Dolce
35, M, Torino Laureato in Scienze Politiche, lavoro nell'Informatica da più di 15 anni. Mi occupo di mercato del lavoro, geografia politica, Europa. E computers.
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