Politica e economia

Iowa, storia di un disastro

La corsa alle primarie presidenziali democratiche è iniziata lo scorso 3 febbraio e non poteva andare peggio: incertezza, disastri tecnologici e logistici che sono terminati con un buco mediatico spaventoso.
Ma andiamo con ordine: cosa sono le primarie dell’Iowa?

Ogni competizione definita primaria del Partito Democratico (ma anche quello Repubblicano) viene eseguita a “rate”: stato per stato (o talvolta più stati insieme) e con metodi diversi in quanto ogni stato ha una sua autonomia. Ogni stato ha un suo numero di delegati alla convention finale che rappresenta in maniera proporzionale gli iscritti al partito, quindi stati più piccoli portano meno delegati. Alcuni stati assegnano i propri delegati in maniera “winner takes all”, altri in modo proporzionale ai voti, altri ancora tramite “caucus” cioè piccole riunioni in cui si susseguono votazioni tentando di convincere i sostenitori avversari a cambiare idea tagliando via via i più piccoli.
Il calendario con cui avvengono queste votazioni anche è importante perché va a definire maggiore o minore importanza anche a stati magari ininfluenti in base al “momentum” che può generare quella votazione: nello specifico abbiamo appunto il caso dell’Iowa.
Numericamente molto piccolo e demoscopicalmente molto poco rappresentativo (95% degli elettori sono bianchi e con maschi e anziani sovrarappresentati) non avrebbe nessuna importanza strategica ma arrivando per primo e in solitaria, dopo mesi di dibattiti e sondaggi, permette di creare la “notizia”, cioè conquistare spazio sui media e dare qualche minima indicazione per influenzare i voti successivi. L’intero scaglionamento della corsa ha questo scopo: essere presenti sui media per un numero di giorni più elevato che nel caso di una votazione secca, dettare l’agenda politica e lanciare poi la campagna elettorale del vincitore.

I sondaggi pre voto davano una situazione in rapida evoluzione e combattuta:

Dopo mesi di dominio marcato da parte dell’ex vice presidente Joe Biden era diventata una corsa a tre tra lo sfidante a sinistra Bernie Sanders e il giovane outsider moderato Pete Buttigieg che stava performando molto bene negli stati vicino casa (Indiana) e a prevalenza bianca.

Come ha spiegato molto bene Francesco Costa (corrispondente de Il Post per le primarie americane) nella sua newsletter in tempo reale, mediaticamente l’inizio delle primarie si andava ad incastrare in un calendario molto fitto di appuntamenti:
“il 3 febbraio si vota in Iowa e c’è il Super Bowl, il 4 febbraio c’è il discorso sullo stato dell’Unione, il 5 febbraio il presidente viene assolto dal Senato, il 7 febbraio c’è un dibattito televisivo tra i candidati del Partito Democratico, il 10 febbraio ci sono gli Oscar e l’11 si vota in New Hampshire”.

Tutto questo andava a ridimensionare l’effettiva portata mediatica dell’Iowa (schiacciata appunto tra eventi politico mediatici più importanti) ricordandoci che l’effettiva portata strategica era pressochè nulla: i delegati assegnati erano a) pochissimi b) assegnati in maniera “proporzionale” (in realtà assegnati dai caucus ma la distorsione come vedremo è poca) e c) poco rappresentativi degli altri stati.

Questo è lo scenario in cui avviene il patatrac.

Cosa è successo?

È successo che l’infrastruttura che doveva raccogliere i dati di ogni riunione è crashata (non adeguatamente testata e di difficile uso da parte dei volontari più anziani).
Ogni caucus doveva comunicare tre set di dati: la prima votazione, la seconda votazione (dopo l’eliminazione dei candidati non “viables”) e l’assegnazione dei delegati (attraverso metodi di calcolo liberamente scelti dal presidente di caucus, questione che andrà a creare altre polemiche). In breve il Partito Democratico dell’Iowa non è stato in grado di raccogliere in maniera sicura e consistente i dati per comunicarli, nè ha potuto fare azzardi perchè i caucus sono tutti pubblici e i principali competitors avevano delegati in ogni caucus che avrebbero potuto contestare dati non veritieri o errati. Così ha perso il treno mediatico (occupato poi dalla notizia dell’inefficienza del partito stesso) rendendo praticamente inutile l’intera competizione.
Per tentare l’impossibile due dei tre candidati in lizza per la vittoria secondo i sondaggi hanno fatto una mossa particolare:

Pete Buttigieg ha fatto una conferenza stampa dove affermava di aver vinto secondo i dati in suo possesso.
Buttigieg, come detto, è un candidato che stava investendo tutto su pochi stati, tra cui l’iowa, nella speranza di prendere momentum e proseguire il più possibile una corsa che gli desse notorietà e palcoscenico per il futuro, senza realistiche speranza di vittoria. In quest’ottica il suo azzardo è comprensibile: bucare mediaticamente l’unico (o forse uno dei pochi) momenti in cui poteva salire alla ribalta era un danno troppo grande, e se poi le sue dichiarazioni si fossero rivelate infondate sarebbe successo in sordina nei giorni successivi con poco danno ad una campagna che comunque non aveva troppo futuro davanti in ogni caso.

Bernie Sanders ha invece, tramite il suo comitato, affermato di aver fatto anche lui molto bene, e inoltre ha cominciato a rilasciare – con percentuali sempre crescenti – i dati raccolti dal comitato. Cosa che per le prime ore ha mediaticamente sostituito le comunicazioni ufficiali del Partito Democratico andando a creare una situazione paradossale.

Quando, nei giorni successivi, sono arrivati con estremo ritardo i risultati veri e propri si è capito con chiarezza il perché il terzo candidato, Joe Biden, non avesse rilasciato dichiarazioni: il suo è l’unico tonfo rispetto ai sondaggi di tutta la compagine. A dire il vero il rilascio col contagocce ha permesso a media e giornali di dare adito ai malpensanti dando una interpretazione del dato dell’Iowa a dir poco imbarazzante: per due giorni i maggiori quotidiani di ogni schieramento ha festeggiato Buttigieg come vincitore effettivo delle primarie, nel mentre non è stato nessun risalto al tonfo di Biden in uno stato in cui avrebbe dovuto far bene per diversi motivi: la demografica era estremamente in suo favore ed è stato il favorito per mesi. Un tonfo del genere non è forse abbastanza per considerare un early drop out, un abbandono della competizione, ma di sicuro un commentatore attento dovrebbe parlarne per lo meno come uno scenario da prendere in considerazione in vista delle prossime primarie del New Hampshire.

I risultati

Mentre scriviamo abbiamo il 96.94% dei dati raccolti (tre giorni dopo!) e la storia è un po’ diversa.
Il primo voto (quello che definiremmo il voto popolare) ci racconta una netta vittoria di Sanders che migliora i sondaggi del 2,5%. Anche Buttigieg migliora la propria performance del 3% entrambi a discapito di Biden che lascia il 7% sul campo.

Primo voto Iowa

Col secondo voto (che aggrega i voti dei candidati che non superano il primo turno) le cose si riallineano un minimo, ma Sanders resta in testa.

Secondo voto Iowa

Infine questi voti distribuiti per caucuses determinano i delegati statali (che non sono quelli nazionali) e qui Buttigieg va leggermente in testa 550 a 547 delegati provvisori. Che comunque non determinano nulla perché i delegati alla convention finale sono 27 e al momento sono distribuiti 11 a testa Sanders e Buttigieg e 5 a Warren.

Delegati statali Iowa

Quindi Bernie Sanders migliora rispetto ai sondaggi, guadagnando grazie al crollo di un candidato di cui non era competitor diretto, arriva primo per voto popolare in uno stato dalla demografia non amica. Ce ne sarebbe per considerarlo a tutti gli effetti un vincitore ben più solido dell’ex sindaco di South Bend ma il bias pregiudiziale dei nostri media (e anche di quelli americani) rende il giudizio sempre opaco.

Prossime tappe

Come dicevamo in apertura il prossimo appuntamento è martedì 11 in New Hampshire: uno stato piuttosto ricco e molto bianco del New England, che confine con il Vermont di cui è sentore Sanders. Rispetto all’Iowa è uno stato più ricco e istruito cosa che dovrebbe fare il gioco dei candidati più a sinistra (Sanders e in misura minore Elizabeth Warren).

Seguono il 22 febbraio il Nevada (con una forte presenza dell’elettorato ispanico) e il 29 il South Carolina (dove molti elettori sono afroamericani): i sondaggi dell’autunno davano Biden molto favorito tra le minoranze ma già prima dell’Iowa questo vantaggio sembrava starsi riducendo.

Il 3 Marzo infine ci sarà il Super Martedì: tantissimi stati al voto, tra cui la California e il Texas, che potrebbero creare i primi grossi distacchi. Ma soprattutto saranno le prime primarie in cui comparirà il nome di Micheal Bloomberg sulla scheda.

Dopo l’Iowa Sanders sembra il grande favorito ma dovrà vincere in New Hampshire (ogni altro risultato sarebbe deludente in uno stato così simile al suo Vermont) e non perdere in Nevada e South Carolina: le minoranze etniche sono una grossa fetta dell’elettorato democratico e essere capaci di raccoglierne il consenso è fondamentale per presentarsi come un valido sfidante a Trump.

Joe Biden è in questo momento il candidato più in difficoltà: in Iowa doveva vincere ma non lo ha fatto e il New Hampshire non è il suo terreno ideale. Deve vincere e convincere in Nevada e South Carolina per restare in sella soprattutto perché il campo moderato è più affollato di quanto sembrasse. In risultato deludente anche negli stati del Sud potrebbe spostare molti elettori su Buttigieg o Bloomberg.

Elizabeth Warren ha probabilmente sparato le sue cartucce migliori senza fare grossi centri: il risultato in Iowa non è pessimo, ma servirà un acuto prima del Super Martedì e l’unico stato papabile è il New Hampshire dove però il vantaggio di Sanders sembra consistente. Ha probabilmente ancora un pacchetto di voti da poter spostare per ottenere qualcosa in caso di vittoria a Novembre, ma si trova davanti a una difficile scelta di tempi: troppo presto potrebbe significare sbagliare cavallo, troppo tardi perdere la propria influenza.

Pete Buttigieg ha fatto il suo: ha quasi vinto nel primo stato vicino a casa ed è il candidato più in crescita nell’elettorato moderato. È ancora tutto da testare lontano da casa, Bloomberg è una presenza ingombrante e Biden non può ancora essere dato per morto.

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Federico Dolce
37, M, Torino Laureato in Scienze Politiche, lavoro nell'Informatica da più di 15 anni. Mi occupo di mercato del lavoro, geografia politica, Europa. E computers.
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23 anni, Milanese insediato a Torino.
Studente di Matematica e Economia. Giocatore di Ruolo.
Di Sinistra e Democratico, però non riesco a essere amico di tutti...
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