Bioetica, Oltre Cultura

il gioco delle parti (intime)

…e poi c’è il tremendo sospetto, che alla fine a pestare così sull’acceleratore delle bigottaggini veronesi la ratio sia ben precisa: far scattare il riflesso pavloviano dei loro avversari.
provocarli perchè si ricompattino, riprendano forza nella santa difesa di cio che è “giusto ©“ (anche se giusto lo è davvero), nella sacra battaglia della difesa del diritto individuale, nella sacra battaglia della minoranza, nella sacra battaglia che come tutte le altre sacre battaglie che l’han preceduta hanno innalzato i cuori e perso nelle urne.
Si parte – a memoria mia, ma magari si va ancora più indietro – dall’antiberlusconismo del popolo viola, i girotondi, #nonunadimeno, #restiamoumani, i diritti green, lgbt, il relativismo culturale delle grandi città, veganismo e storia della filosofia sanmarinese.

Tutte le battaglie da Silos culturali – come le definisce Mark Lilla in maniera graffiante e precisa –  continuano ad avere un grosso, enorme limite: perdono.
E non è una questione di “concessione culturale“ allo spirito del tempo, come la interpretava Renzi!
“alla gente piace la D’Urso quindi vado a fare il coglione dalla D’Urso”
(che poi pure Fassino prima, e D’Alema e lo chef Vissani…)
E’ proprio che la battaglia mono issue non viene mai declinata in modo da essere inclusiva, e trasversale.

Avrei un lungo discorso sulla lotta #nonunadimeno nello specifico ma qui è alle monoidentità di sinistra nel loro complesso che mi voglio rivolgere.
Senza un discorso globale, una veduta di insieme, una coerenza programmatica del complesso è difficile stabilire una connessione emozionale con la maggioranza. Non serve “fare gli stupidi per parlare con gli stupidi”, ma decisamente abbandonare il ditino alzato per moralizzare la “massa di idioti paffinchè si comportino in maniera buona e giusta (secondo la mia bussola morale)” è l’unica via se si vuole conquistare consenso a sufficenza per cambiare la situazione.

La famosa battaglia culturale per far cambiare il paese parte di qua, parte da noi, prima che dai bigotti di Verona.
Perchè i bigotti di Verona stanno trovando un consenso nel Paese. Lo trovano non perchè il paese vorrebbe la donna “troia nel letto ma solo col marito e madre in cucina e suora in strada”, lo trovano perchè nelle loro stupidaggini fanno appello ad un senso di mancanza (come direbbero quelli dello Stato Sociale), quella mancanza che deriva da un tessuto sociale andatosi disgregandosi dagli anni 80 in poi, grazie all’opera di edonismo commerciale e consumistico Reaganiano e Tahtcheriano, che ha contemporaneamente sconfitto sia la comunità comunista che quella cattolica, le due grandi famiglie socio-culturali del nostro Paese (ma anche di molto occidente). Quella mancanza figlia di uno Stato che è andato ritraendosi nei servizi e di un universo lavorativo con sempre meno sicurezze e prospettive, in generale ad una vita con sempre meno opportunità e appigli sicuri a cui reggersi in caso di difficoltà.
O anche senza difficoltà, che la vita sa essere dura pure in modalità default.

Paradossalmente la sinistra ombelicale si trova a lottare notte e giorno per difendere le conquiste culturali di quella disgregazione messa in atto dai propri avversari, invece di insistere su una soluzione a quei danni, una società realmente più equa, che possa dare quella sicurezza e coraggio coi quali anche la più antiquata delle casalinghe di Voghera può ridere in faccia a Fontana&co.
Purtroppo questa primavera va di moda il greenwashing perchè porta un saccodi voti in Baviera e nel nord europa (dove il PIL pro capite è il doppio) e quindi niente, dal medio evo proviamo ad uscire l’anno prossimo.

Federico Dolce
35, M, Torino Laureato in Scienze Politiche, lavoro nell'Informatica da più di 15 anni. Mi occupo di mercato del lavoro, geografia politica, Europa. E computers.
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