Oltre Cultura

Il dibattito dei candidati – elezioni europee, anyone?

Prima di ogni elezione per il parlamento (europeo) ogni partito (europeo) può indicare pubblicamente il proprio “spitzenkandidat” cioè il candidato presidente della commissione (europea).

Non esiste alcun vincolo istituzionale o di metodo per questa figura: è una proposta politica e di campagna elettorale di recente introduzione. In questo assomiglia al BERLUSCONI PRESIDENTE obbligatorio nel simbolo ai tempi del porcellum.
Realisticamente parlando, non avendo nessuna famiglia un potere contrattuale tale da imporre gioco forza un proprio candidato ad alleati minori, è facile che il prossimo Presidente della commissione non sia nessuno di loro.
Ma allora perchè è stato introdotto?
Il gap democratico tra le istituzioni europee e cittadini dei Pesi membri è noto da almeno 4 decenni, ma quello sentimentale è diventato insopportabile solo recentemente: per coinvolgere maggiormente gli elettori europei alla campagna elettorale si è pensato che una faccia-simbolo che possa meglio rappresentare le istanze di una singola famiglia politica (cosa già di per sé sufficientemente complessa), magari anche grazie a strumenti estremamente popolari (sic!) come i dibattiti televisivi, avrebbe aiutato.

A giudicare dalla eco che questi dibattiti – importantissimi, nor the less – hanno avuto in un paese non certo periferico come il nostro (spoiler alert: NESSUNA), dobbiamo dire che siamo molto distanti da un risultato apprezzabile.
Eppure si è discusso ad altissimi livelli di temi importantissimi come lavoro e cambiamento climatico, da persone che sicuramente in un modo o nell’altro andranno ad incidere sul nostro futuro. Ma gli interpreti sono personaggi relativamente sconosciuti a livello internazionale (e certe volte anche nel proprio paese) e non vi era nessun italiano fra questi.

A dire il vero anche quando ci sono stati italiani nel giro non abbiamo mai prestato sufficiente attenzione (due anni fa l’Italia esprimeva metà dei candidati alla presidenza del Parlamento Europeo, uno ha pure vinto e ci siamo ugualmente filati pochissimo l’intera cosa), i rappresentanti europei sono percepiti distanti almeno quanto le istituzioni che vanno a presiedere.

A detta di molti – e noi concordiamo – questa architettura istituzionale giungerà presto ad un termine e in un modo o nell’altro questo gap democratico andrà risolto. Forse già nella prossima legislatura. Sicuramente un impianto che permetta di eleggere direttamente il presidente della Commissione Europea potrebbe aiutare. Una Commissione che sia un organo esecutivo di primo livello direttamente coinvolta nella vita dei cittadini con poteri più ampi desterebbe sicuramente maggiori attenzioni.
Forse ci arriveremo. Intanto vediamo cosa vogliono fare i “candidati alla presidenza”, o meglio i loro partiti di riferimento.

Jan Zahradil (Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei, ECR)

Ribadisce il concetto chiave dei conservatori dall’inizio alla fine del dibattito: meno Europa, ma “più efficiente”. Deciso, concreto, si pone in maniera netta a favore della competizione tra gli stati in economia, contro una tassa europea alle multinazionali, per maggiore sovranità statale (dettaglio rilevante: è l’unico a parlare esplicitamente “del suo stato”). Sulla questione migratoria ricalca la linea “aiutiamoli a casa loro” delle destre europee, che fa tanto imperialismo post-colonialista. Malissimo sulle domande relative al cambiamento climatico, dove cerca di nascondere la sua avversione per l’intervento pubblico dietro discorsi molto generici ed esempi discutibili. Timmermans riesce a metterlo notevolmente alle strette sottolineando quando la Repubblica Ceca abbia tratto vantaggio dai Fondi Strutturali Europei.

Manfred Weber (Partito Popolare Europeo, EPP)

Il candidato dei popolari è in assoluto il favorito e sa probabilmente molto bene di esserlo. Gioca sempre sulla difensiva, sottolinea la bontà dei risultati della Commissione Juncker, preferisce la retorica europeista alla concretezza delle proposte. Per creare lavoro? Più Europa. Per combattare i nazionalismi? Più Europa. Per fronteggiare l’emergenza climatica? Più Europa. Nel dubbio, più Europa. Difende a spada tratta gli accordi commerciali internazionali, si nasconde sull’austerity e accusa Timmermans (dei socialisti) di averla appoggiata (Timmermans però gli gira la frittata senza troppi complimenti), accusa Italia e Grecia per la mancanza di una posizione univoca europea sul Venezuela. Chiude con fermezza le porte a destra, ma preferisce attaccare Cué (della sinistra) e Timmermans piuttosto che i conservatori.

Margrethe Vestager (Gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa, ALDE)

Riesce a strappare applausi con la migliore (forse anche unica) battuta della serata: “per me, il paradiso fiscale è quello dove tutti pagano le tasse”. E questo è forse il punto più alto che riesce a raggiungere. Pacata, cauta, quasi mai polemica, si comporta bene sulle questione delle tasse alle multinazionali (dalla Commissaria europea per la competizione non ci potrebbe aspettare altro) e nel ribadire la necessità di un sistema comune di accoglienza, un po’ anonima e retorica su tutto il resto. Riesce a farsi strappare lo scettro di regina dei diritti civili da Ska Keller (dei verdi) e non si sbilancia troppo in economia. Personalmente e un po’ a malincuore, la ritengo la peggiore della serata.

Ska Keller (Verdi Europei, G/EFA)

Parte bene, scivola clamorosamente sulla domanda relativa al cambiamento climatico e poi si lancia di nuovo sulle questioni internazionali. Paradossalmente, Ska Keller dei Verdi riesce ad essere più concreta su temi quali l’immigrazione, il commercio internazionale, il pacifismo e in generale i diritti civili. Punta molto sui giovani (zoccolo duro del voto verde) e ribasdisce la necessità di un’Unione Europea unita e forte. Riguardo le politiche verdi riesce a farsi richiamare a metà del suo intervento (di un solo minuto!) dal conduttore (“ma lei cosa farebbe nel concreto?”) perché si perde nel criticare le politiche della precedente Commissione. Riportata sul binario giusto dice quello che deve dire: combattere l’emergenza climatica anche a scapito dell’economia. Incredibile come sul tema “di casa” riesca ad essere meno concreta sia di Timmermans sia di Cué. Nonostante questo risulta per me tra le migliori della serata.

Frans Timmermans (Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici, S&D)

Senza dubbio il vincitore di questo dibattito. Risponde alle domande, si difende con esperienza, incalza gli avversari, riesce ad essere concreto quando serve e a premere sull’emotività e sull’immaginifico al momento giusto. Nettamente critico sull’austerity e sugli egoismi nazionalistici, mette in luce molte delle contraddizioni europee: la presenza di paradisi fiscali, la verogna delle morti in mare, la poca attenzione per le politiche sociali. Propone l’introduzione di una carbon tax, di un salario minimo europeo, di una tassa europea sulle multinazionali (specialmente quelle digitali). Sembra spostare il dibattito nettamente a sinistra ma apre anche a chi sta alla sua destra, presupponendo un’alleanza in Commissione “da Tsipras a Macron”, di cui il suo gruppo possa essere il perno. Perde in brillantezza sulle questioni internazionali, probabilmente per la difficoltà dello stesso gruppo socialista nel tenere una posizione unitaria su questo.

Nico Cué (Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica, GUE/NGL)

La prima cosa da notare è che il sindacalista belga è l’unico in tutta la serata a parlare in francese (a parte il colpo di classe di Timmermans, che gli risponde, appunto, in francese) e quindi l’unico a parlare nella sua lingua madre (Keller e Weber sono tedeschi, Timmermans è olandese, Vestager danese, Zahradil ceco). Ovvio è che questa decisione sia studiata dalla GUE: da un lato ribadisce l’idea di un’Europa multilinguistica, dall’altro fa l’occhiolino ad elettori impauriti dalla “inglesizzazione”, intesa come perdità di identità (nazionale) e di sovranità. Cué se la cava molto sui temi forti della sinistra europea, criticando fortemente la commissione sulle misure di austerità, sulla gestione dell’immigrazione, sulla questione salariale. Propone ovviamente di tassare i grandi capitali, si pone in netta opposizione ai trattati commerciali internazionali (segnando un goal a porta vuota quando Weber con troppa leggerezza prova ad incazarlo “ma perché la sinistra è contro la CETA, crea posti di lavoro!”), sottolinea egregiamente i limiti della tassazione sulle emissioni, portando l’esempio delle politiche di Macron. Senza infamia e senza lodi, decisamente concreto, riesce ad essere tra i migliori della serata.

Federico Dolce
35, M, Torino Laureato in Scienze Politiche, lavoro nell'Informatica da più di 15 anni. Mi occupo di mercato del lavoro, geografia politica, Europa. E computers.
Luca Gallo
Studente magistrale in Fisica dei Sistemi complessi per le scienze sociali, che sembra una roba assurda e infatti lo è
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