Politica e economia

Ho perso l’europeismo

Ho 38 anni e sono sempre stato un convinto “europeista”.
Avevo 18 anni quando è entrato in vigore l’Euro, ne avevo 13 quando attaccai di nascosto lo sticker della bandiera europea sulla macchina di mio padre. L’avevano distribuito nel Topolino, perchè allora non era materia di divisione politica. La mia intera adolescenza è stata immersa in retorica pro europeista, ho vissuto l’inter rail.

Non ho fatto l’Erasmus perchè all’università già lavoravo, ma la mia tesi di laurea era basata sulla cittadinanza multilivello europea, ho continuato a vivere il sogno europeo anche per tutti gli anni successivi, ho aderito e ricoperto ruoli in dirigenza nazionale in partiti e movimenti che dell’europeismo fanno la propria raison d’être.

Ho difeso l’indifendibile, forte di un internazionalismo che mi è sempre sembrato (e lo sembra ancora oggi) imprescindibile per qualsiasi ragionamento strutturale e strategico, e di una storia che alla fine era una bella storia: quella di una serie di popoli vicini ma lontani che si riscoprivano più simili di quanto non pensassero, che si stringono insieme per superare le grandi difficoltà della storia.

Chiunque abbia studiato l’evoluzioni delle istituzioni europee non può non avere familiarità con due concetti basilari:
1) L’Unione Europea per giungere a compimento deve compiere un’operazione di parricidio: creata dagli Stati nazionali d’Europa vive ed opera sottraendo loro dei poteri e la convivenza (come abbiamo visto) tra i due livelli poggia su un equilibrio precario, pacificato dalla “promessa” di vivere non una stasi ma un percorso che al suo compimento vedrà l’Unione Europea prevalere in modo sempre più netto.

2) Questo percorso più che lineare si è delineato a scalini (o a crisi): essendo gli Stati restii come sempre a cedere sovranità, in periodi di crescita o benessere in realtà tendono a combattere per mantenerla mentre si convincono a “cedere” solo quando spaventati da grandi accadimenti o crisi esterne, non affrontabili in sicurezza se non sotto l’egida di una protezione più grande. E’ successo così nel secondo dopoguerra, durante la grande crisi petrolifera degli anni 70 e dopo la caduta del muro di Berlino (prodromico all’allargamento ad Est).

Questi accadimenti sono sempre stati necessari a imprimere accellerate al progetto che come una bicicletta necessita di velocità per stare in piedi, mentre purtroppo ha invece continuato a rallentare dopo essersi impantanato nell’infame trattato di Lisbona del 2007, successivo alla bocciatura della Costituzione Europea nel 2005.

Da allora ciò che doveva essere transitorio e relativo si è cristallizzato nella sua irrazionalità diventando un sistema di una tale stortura ed ineguaglianza da risultare insopportabile non solo sul medio periodo, ma anche sul breve. Eppure, mala tempora currunt, non era mai il momento giusto per superare tali inadeguatezze, bisognava sempre aspettare momenti più favorevoli, che le crisi economiche passassero, che fosse possibile pensare in maniera costruttiva. Peccato che proprio le bolle che scoppiavano inasprivano la situazione dei paesi “scoperti” e le misure prese a porvi rimedio diventavano sempre più pannicelli caldi.

I sovranisti di varia natura hanno messo spesso l’accento di queste storture sempre sugli aspetti più marginali, come il famoso cambio lira/euro che avrebbe sfavorito il meccanismo svalutativo che tanto aveva fatto per l’export italiano andando però a coltivare, educare, selezionare  e premiare la peggior classe imprenditoriale del mondo occidentale, o invocare limiti legislativi stringenti alle bilance commerciali così da ricevere il solito aiuto dall’alto per poter esportare meglio (invece di produrre meglio).

Purtroppo invece la struttura che ci viene consegnata è un’intoccabile incompiuta, sbilenca nell’assetto e per questo estremamente vantaggiosa per alcuni e svantaggiosa per altri, ma a livello strutturale, senza cioè nessuna possibilità di redenzione. Una moneta unica e un mercato unico, ma diverse legislazioni fiscali, finanziarie e lavorative fanno dell’Unione Europea un “wild west” dei dumping: quello fiscale e quello sociale.

Il dumping fiscale

Siamo stati abituati ad ascoltare come l’Italia avesse bisogno di una disciplina fiscale più rigida per combattere l’evasione. Abbiamo poi sentito ripetere come un mantra come il livello di corruzione all’interno del settore pubblico italiano rappresentasse un fardello per la nostra economia.

Infine, ci siamo sentiti dire come l’unico antidoto per eliminare o almeno ridurre questi comportamenti devianti fosse la permanenza nell’Unione europea e nell’euro. Un’organizzazione e una moneta capaci di disciplinare le politiche economiche dello Stato italiano. Come interpretare quindi l’ultima relazione presentata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust), che sembra smentire in toto questa vulgata?

Il presidente dell’Antitrust Roberto Rustichelli, alla sua prima uscita in pubblico, ha infatti lasciato esterrefatti i suoi uditori, abituati spesso all’ascolto di relazioni eccessivamente tecniche e poco aperte ad aspetti macroeconomici. Quello che emerge dalla relazione presentata da Rustichelli è un quadro allarmante che mette sotto accusa alcuni meccanismi dell’Unione europea nata dal Trattato di Maastricht e da quello di Lisbona.

Rustichelli non ha dubbi: all’interno dell’Unione europea esistono Stati che esercitano dumping fiscale, sottraendo così possibile gettito ad altri membri dell’Unione. In pratica, ci sono Stati europei che, avvalendosi di una tassazione estremamente leggera e benevola nei confronti delle grandi aziende, avrebbero provocato il trasferimento delle sedi legali e fiscali di queste ultime all’interno dei propri confini. Il risultato? I Paesi di origine delle aziende si sono visti così sottratti cifre considerevoli in termini di entrate fiscali.

Rustichelli non si è poi limitato a parlare in maniera generica di un fenomeno, sì conosciuto, ma mai del tutto affrontato nelle sedi competenti e benché meno soggetto alla dovuta attenzione mediatica. Il Presidente dell’Antitrust ha infatti accusato apertamente alcuni Stati dell’Unione europea: il Lussemburgo, l’Irlanda, l’Olanda e il Regno Unito. La presenza di questi paradisi fiscali in mezzo all’Europa oltre a provocare all’Italia una perdita stimata dai 5 agli 8 miliardi di dollari all’anno, ha falsato completamente l’andamento degli investimenti esteri che, guarda caso, seguono la geografia della concorrenza fiscale.

In Irlanda gli investimenti esteri sono il 311% del Pil, in Olanda il 535%, mentre nel piccolo Lussemburgo arrivano addirittura al 5.760% del prodotto interno lordo. Una ricchezza smisurata che se confrontata all’Italia, 19% del Pil, smaschera il deflusso di capitale che dalle casse dello Stato italiano si riversa invece verso i paradisi fiscali.

Il Tax Justice Network ha stimato in 10 Miliardi di Euro l’anno il solo gettito fiscale perso dai Paesi europei nei confronti dei Paesi Bassi. 1

Il dumping sociale

Con dumping sociale descriviamo quel fenomeno sociale costituito da un insieme di attività intenzionalmente scorrette ma formalmente legali che eludono la legislazione europea e nazionale vigente, e che permettono lo sviluppo di una concorrenza sleale riducendo illegalmente i costi operativi e legati alla manodopera e danno luogo a violazioni dei diritti dei lavoratori e allo sfruttamento di questi ultimi.
Ad operarlo spesso e volentieri sono in questo caso gli Stati dell’est Europa, appena entrati nel mercato unico europeo, che possono quindi accedere a fondi per lo sviluppo e far fiorire la propria manifattura nonostante le regole sulle tutele per lavoratori e stato sociale siano ridotte al minimo, fornendo così concorrenza sleale alle imprese negli altri Stati Europei.

Questa situazione così descritta è – come detto sopra – insostenibile dal punto di vista strutturale perchè impedisce una omogenea crescita e anzi favorisce un continuo movimento di denaro e ricchezze dai  Paesi mediteranei (praticamente gli unici esclusi dai primi due gruppi) verso gli altri, che così si impoveriscono sempre di più ma contemporanemanete subiscono la narrazione paternalistica del paese “spendaccione”.

Narrazione con sempre meno fondamenta, come spiega2 bene Alexandre Afonso (Associate professor of Public policy at Leiden University, Netherlands):

“After 1992, Italy did more than most other Eurozone members to satisfy EMU conditions in terms of self-imposed fiscal consolidation, structural reform and real wage restraint. But its adherence to the EMU rulebook asphyxiated Italy’s domestic demand and exports.

So if you think that Italy should simply spend less and tax more to reduce its debt: that’s what Italy has done and iT dOEsn’t WoRk .”

Afonso poi mostra le differenze tra Italia e Olanda in termini di debito e di bilancio primario mostrando come gli accorgimenti e le regole imposte (e autoimposte ideologicamente) da questo sistema sbilanciato non fanno altro che aggravare il divario invece di appianarlo:
“Achieving a balanced budget with these liabilities is a bit like swimming with a bloc of concrete. “

La speranza

Tutto quanto descritto fin ora non è una novità: è frutto del combinato di una fase transitoria divenuta permanente e dell’ideologia di chi era al potere quando quella fase transitoria fu impostata.
Se degli europeisti critici sono rimasti in vita fin ora è perchè la speranza era ancora viva: la speranza di assistere finalmente ad un nuovo strappo, un nuovo scalino, una contingenza che costringesse i Paesi aderenti all’Unione a compiere un nuovo passo in avanti necessario per superare queste storture nell’unico modo possibile (in positivo): una maggiore integrazione che permettesse un’armonizzazione fiscale e in tema di welfare e protezione dei lavoratori di modo da riequilibrare il mercato interno e permettere ai paesi del sud europa di mettersi finalmente in gioco ad armi pari.
Strappo che più passava il tempo e più si faceva necessario e contemporaneamente meno attuabile: rapidamente la parte beneficiaria del piano inclinato ha compreso i benefici di questa palude e come il professionista al tavolo di gioco col pollo di turno han continuato a mostrare temporanei e limitati gesti caritatevoli durante le crisi finanziarie che ciclicamente hanno investito il mondo (colpendo però i Paesi europei in modo ovviamente molto poco uniforme).

Poi è giunto il COVID.

La crisi di tutto

Seppur sconvolto dalla gravità del macabro bilancio che ci viene fornito ogni giorno da questa terribile sciagura che ha colpito le nostre vite, i nostri cari, i nostri lavori e il nostro futuro, è difficile non ragionare in termini strategici pensando a quanto stiamo attraversando. Continuiamo ad usare sui giornali metafore guerresche per riferirci alla pandemia, per lo più a sproposito, ma davvero quella che stiamo affrontando è una crisi paragonabile per contensto ai conflitti mondiali. Era quindi più che lecito attendersi un atto di coraggio da parte dei governanti europei, di quelli che fanno la storia. Stringiamoci, aiutiamoci, ce la faremo, ora o mai più.
Era lecito aspettarselo anche solo per un principio di autoconservazione del sistema, visto che questa pandemia globale sta effettivamente mettendo in luce come tutto ciò che abbiamo conosciuto come dati fondamentali della nostra vita erano assunti quanto mai volatili:

Paradigma ambientale
È chiaro che la malattia colpisce chi ha problemi respiratori, i quali sono notevolmente accentuati dall’inquinamento atmosferico.
È comprovato che il contagio interspecie è stato favorito da un land grabbing aggressivo in un paese ad altissima densità abitativa e consumo di suolo.

Paradigma economico
Tutto ciò che abbiamo imparato ad accettare supinamente sul piano economico negli ultimi decenni sembra messo in discussione da questa crisi.
Crisi che colpisce in maniera sproporzionata i più deboli socialmente che sono più esposti a condizioni sanitarie precarie, crisi che ha messo in ginocchio l’economia perchè le persone si sono limitate a comprare lo stretto necessario.
Crisi che ha posto la società in uno stato di sopravvivenza tenuta in piedi dagli ultimi della società, i lavoratori “unskilled” che oggi si scoprono essere vitali ma non per questo pagati o protetti a dovere.
Crisi che ci fa scontare decenni di tagli indiscriminati che hanno messo in ginocchio la sanità pubblica, favorendo e investendo in settori che oggi scopriamo superflui a dire poco.

Paradigma sociale
Col lockdown siamo costretti a chiederci “quanto siamo ancora comunità? quanto siamo in grado di affrontare un evento del genere con un approccio individualista e quanto siamo in grado di farlo da soli (sia come persone che come Stati)? quanta fiducia abbiamo in chi ci governa e quanta dovremmo averne? quanto stato dovrà esserci nel nostro futuro e con che ruolo?”

Era lecito, era doveroso gettare il cuore oltre l’ostacolo per poter per lo meno immaginare un futuro diverso dall’inferno giunto nei nostri reparti ospedalieri.
Una costituente, un dopoguerra, una tabula rasa.
Il triste siparietto a cui stiamo invece assistendo in questi giorni è a dir poco deprimente: la grande scelta sembra essere tra un MES a condizioni ritrattate o la tanto agognata emissione di Eurobond molto osteggiata dai paesi così detti “fiscalmente responsabili”. Stiamo in ogni caso parlando di due metodi diversi per proseguire su una strada di ulteriore indebitamento senza nessuna modifica all’impianto che ha comunque portato l’Italia (e con noi anche altri Paesi) a questo punto.
Un pollo al tavolo da gioco che continua a farsi prestare soldi invece di tagliare la testa al toro e cut the losses.

Di vagamente positivo, l’opzione Eurobond portava l’idea di rimettere qualcosa di nuovo in comune (in questo caso la garanzia a copertura del rischio di insolvenza) di modo che fosse prodromico a un’accelerazione sui piani di integrazione europea ma sia il limitatissimo sforzo che le strenue opposizioni giunte dai governi di Olanda, Austria, Svezia, Germania e Danimarca (sempre condite di inutile moralismo paternalista) hanno scavato un ulteriore solco nella affaticatissima difesa del progetto europeo.

Per la prima volta l’opinione pubblica italiana è spaccata a metà sul lasciare l’Unione Europea e di fronte allo spettacolo degli ultimi giorni è davvero difficile trovare argomenti per invertire la rotta.

Due segnali interessanti giungono però dagli altri Paesi mediterranei: il premier Portoghese Costa ha duramente criticato l’approccio Olandese addirittura domandandosi se non siano i così detti “frugali” ad essere contrari allo spirito europeo e mettendo sul piatto nuove soluzioni:
Calling the current crisis a “decisive moment” for the EU, Costa warned that “if there is not enough rational thinking to realize that we need to respond together, if there is no courage to resist populism and you are afraid of next year’s elections,” then that raises the question of “whether we can have a eurozone with these 19, or if we need to have other forms of organization within Europe.” 3

Invece in un bel discorso al Congresso dei Deputati il deputato Inigo Errejon (leader scissionista di Podemos) ha proposto nuovamente che i Paesi del blocco mediterraneo facessero un blocco per promuovere una maggiore integrazione, in seno o fuori dall’Unione Europea, riprendendo sia la tesi dell’Europa a due velocità (con un blocco Spagna, Italia, Portogallo, Grecia che farebbe molto gola anche alla Francia) che la proposta politica che ho trovato a lungo fantasiosa e inattuabile, portata avanti alternativamente da M5S, France Insoummise e altri.


Non sappiamo cosa ci attende e questo sentimento si estende su così tanti fronti da non poter dire di non aver acquisito un certo grado di familiarità col concetto. Forse ci mancava questo prospettiva (la mancanza, prevalentemente) per prendere il coraggio necessario a mettere in discussione così tante cose.
Ma come dicono dal Cile ad Hong Kong: non possiamo tornare alla normalità, perchè la normalità era il problema.

  1. Report: Revealed: Netherlands, blocking EU’s Covid19 recovery plan, has cost EU countries $10bn in lost corporate tax a year
  2. Thread di @alexandreafonso
  3. POLITICO: Portugal’s Costa questions Dutch commitment to EU
Federico Dolce on Twitter
Federico Dolce
37, M, Torino Laureato in Scienze Politiche, lavoro nell'Informatica da più di 15 anni. Mi occupo di mercato del lavoro, geografia politica, Europa. E computers.
Avatar

About Federico Dolce

37, M, Torino Laureato in Scienze Politiche, lavoro nell'Informatica da più di 15 anni. Mi occupo di mercato del lavoro, geografia politica, Europa. E computers.

Related Posts