Lavoro, Oltre il Lavoro

Flat tax, il sogno proibito di… Berlusconi!

Ad oggi il campione che si batte per l’introduzione della flat tax in Italia è Matteo Salvini che, insieme a tutta la coalizione di centrodestra – e dal marzo 2018 anche del M5S, grazie agli accordi del “contratto” – mira a cancellare l’attuale sistema di tassazione Irpef basato su aliquote e scaglioni con una tassa ad aliquota uguale per tutti.

In realtà la proposta di una flat tax non è una novità ma si tratta di uno dei temi cari ai partiti del centrodestra dal 1994, quando Berlusconi la propose per la prima volta. Non a caso visto che è e resta niente meno che uno sgravio verso i ceti più ricchi senza precedenti nella storia italiana, e senza neanche un contentino verso i ceti più poveri, la cui aliquota resta invariata.

Al di là della caratteristica derivante dal nome – cioè l’aliquota unica – la vera forza di questa flat tax sta nell’incredibile taglio della pressione fiscale verso i ceti più benestanti.

Questo intento poggia su due teoremi piuttosto datati ed ampiamente sbugiardati sia dal punto di vista teorico che quello empirico.
Sono la curva di Laffer e la trickle down economics

La curva di Laffer

Questo teorema sostiene che quando la pressione fiscale è troppo alta il contribuente è maggiormente incentivato ad evadere o eludere le tasse, e di conseguenza in certe condizioni economiche, una forte diminuzione delle imposte produce, insieme al rilancio dell’economiaanche un aumento delle entrate fiscali.

Per quanto intuitivamente di buon senso, come spesso succede queste teorie falliscono alla prova dei fatti: se anche molti economisti keynesiani hanno accettato l’assunto iniziale questo poi ha dovuto essere aggiustato alle altre forze in capo che vanno a determinare il comportamento dei contribuenti, vale a dire in primis servizi ed infrastrutture offerti e possibilità di poter evadere / eludere in maniera soddisfacente.

Se prima dell’era Reagan (che per primo ha introdotto questo sistema con risultati che vedremo successivamente) la soglia per questo comportamento era ritenuta intorno al 70% dell’aliquota marginale più alta, questo era valido per il sistema Statunitense di allora e non è detto che valga alla stessa maniera ovunque.

E’ infatti significativo che il novero dei Paesi che l’hanno applicata sono tutti Stati ex comunisti dell’Europa dell’est, o piccole isole paradisi fiscali e minuscoli Stati causasici e dell’America latina, le cui caratteristiche economiche sono completamente diverse dalla nostra e ovecomunque, non v’è traccia di performance economiche particolari; anzi, la Slovacchia, ad esempio, che nel 2004 aveva introdotto l’aliquota unica del 19%, nel 2013 ha dovuto affiancare ad essa una seconda aliquota del 23%.
La Russia poi, che non aveva mai conosciuto un’imposta sul reddito ed è spesso citata dalla destra, costituisce un caso a se: uno studio approfondito dell’OECD nel 20051 ha stabilito che il grande sviluppo dell’economia e il boom delle entrate in Russia, non hanno nulla a che vedere con la  “flat tax” del 13% istituita nel 2001, ma derivano dal forte aumento  in quel periodo del prezzo internazionale delle fonti energetiche.

Anche nelle sue più recenti applicazioni, come per lo stato del Kansas, l’evidenza empirica ha lasciato piuttosto a desiderare:

Nell’ultima veste, quella di guru dello stato del Kansas dal 2013, l’esito ha lasciato decisamente a desiderare: il governatore repubblicano Sam Brownback ha seguito religiosamente prescrizioni, cancellando tasse sui più abbienti e sulle loro corporation: l’aliquota locale massima scese subito al 4,5% dal 6 per cento. E il cosiddetto “passthrough income”, reddito passato da entità aziendali ai loro proprietari, divenne del tutto esente da imposte. Il risultato purtroppo è che oggi l’economia ha ristagnato mentre si è moltiplicato il deficit. La crescita cumulativa del Pil si è fermata al 4,8% tra il 2012 e il 2016, contro l’oltre 12% su scala nazionale. E l’occupazione è aumentata in tutto del 2,6% contro il 6,5% nel Paese. Le casse statali hanno al contrario risentito parecchio del cambiamento: sono passate da un surplus a un deficit di 350 milioni durante l’anno fiscale in corso, che dovrebbe impennarsi a 600 milioni nel prossimo. Un abisso che Brownback ora dovrà chiudere con draconiani tagli. 2

In merito alla proposta di “flat tax” italiana, va sottolineato che non si tratta di una “tassa unica” come spesso si è equivocato, ma di una tassa ad  “aliquota unica” che lascia immutate tutte le altre imposte vigenti (IVA, Contributi sociali, accise sui carburantitassa di registro ecc. che assommano complessivamente a circa i 4/5 delle entrate); per cui, la ventilata spinta a manifestarsi per gli evasori, di cui al discusso “effetto Laffer”, sarebbe veramente irrisoria, oltre a fare a pugni con i ripetuti tentativi di condoni fiscali messi a punto dai vari governi degli ultimi 20 anni, il cui scarso successo ne mina le fondamenta teoriche, almeno per quel che riguarda il nostro Paese.

Se c’è però un effetto ben riconoscibile di queste politiche è la crescita della diseguaglianza all’interno del Paese, misurata da qualche anno con il coefficiente di Gini 3.
Questo è l’effetto misurato negli Stati Uniti durante le presidenze Reagan e Bush padre. C’è un picco precedente la crisi del 1929, che marca la fine di un’era di robusta crescita della diseguaglianza avvenuta nel periodo 1915-1930.

La crisi, il New Deal del President Roosevelt e la II Guerra Mondiale hanno sortito un deciso effetto nella diminuzione dell’ineguaglianza, attraverso una serie di leggi che sono andate a rinforzare lo stato sociale. La cosa notevole è che questo trend sia continuato dopo la guerra e attraverso trenta gloriosi anni: il minimo del coefficiente è raggiunto nel 1968. Da allora le diseguaglianze sono tornate a crescere, con una forte accelerazione negli anni ’80: gli anni Reagan.

E’ anche utile osservare una copia di questo modello, avvenuto in Europa: il Regno Unito.

Anche qui gli anni ruggenti di liberismo fiscale di Margaret Thatcher hanno lasciato in eredità al Paese uno stato di diseguaglianza senza precedenti.
Come viene giustificato moralmente e socialmente questa divergenza? Attraverso il secondo precetto nominato in precedenza: la trickle down theory.

 

La Trickle down theory

Non è un problema se la distanza fra ricchissimi e il resto del paese aumenta: tanto prima o poi questo 1% dovrà consumare o investire e quella ricchezza pian piano sgocciolerà verso le classi meno abbienti e quel benessere verrà così distribuito.

Questo è il concetto alla base della teoria economica tanto discussa che ha convinto governanti (più) e votanti (meno) ad attuare e considerare preferibili per la società nel suo insieme politiche tese a detassare fortemente le classi più abbienti della popolazione.
Ancora oggi Matteo Salvini usa l’argomento dei “job creator” per giustificare il taglio delle aliquote più alte:

“L’importante è che ci guadagnino tutti. Se uno fattura di più e paga di più è chiaro che risparmia di più, reinveste di più, assume un operaio in più, acquista una macchina in più e crea lavoro in più.” 4

Come hanno già notato in molti questa affermazione, molto emozionale e dal suono ragionevole, in realtà è estremamente distante dallo stato della realtà.

Nel 2014 il premio Nobel Joseph Stiglitz scriveva:

Molta parte di tanta diseguaglianza non può essere giustificata come “meritata” in funzione del contributo sociale del top 1%. Se osserviamo questa élite vedremo che non corrispondono con chi ha portato le maggiori innovazioni che hanno trasformato la nostra società ed economia; […] sono coloro che hanno eccelso nelle rendite immobiliari, nell’appropriazione di beni, nel capire come ottenere una fetta maggiore della torta piuttosto che aumentarne il valore totale. […]

Non è vero che la nostra economia abbia bisogno di questa disuguaglianza per continuare a crescere. Uno dei malintesi più popolari è che i membri di questa élite siano creatori di posti di lavoro; e dar loro soldi vorrà dire creare più posti di lavoro. L’America è piena di giovani imprenditori distribuiti lungo tutto lo spettro del livello di reddito. Cosa crea il lavoro è la domanda: quando c’è domanda, le aziende Americane […] creano il lavoro che soddisfa la domanda. E sfortunatamente il nostro sistema distorto di fatto incentiva la distruzione di posti di lavoro per delocalizzarli.  5

E la  diseguaglianza è il vero killer del Pil.  Nei paesi dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri il Prodotto interno lordo segna il passo e, a volte precipita. Nelle nazioni dove si estende una grande middle class si affaccia invece la prosperità.

Il teorema di Stiglitz dal fronte keynesiano getta una bomba oltre le trincee liberiste. Si fonda sul meccanismo di quella che gli economisti chiamano “propensione al consumo”: i ricchi ce l’hanno più bassa del ceto medio, dunque se la distribuzione del reddito li favorisce lo shopping, contrariamente a quanto si potrebbe pensare intuitivamente, si deprime. E’ invece il ceto medio a consumare quasi tutto quello che ha in tasca e a spingere Pil ed economia, quando la distribuzione del reddito lo favorisce.

Sperare che invece i tagli alle tasse dei super ricchi si traducano in investimenti è una pura favoletta senza alcun supporto empirico: come ha già notato Marcus Ryu – fondatore e CEO della Guidewire Software:

Il vero effetto di un taglio delle tasse per le aliquote maggiori è aumentare la profittabilità a valle delle tasse, che si traduce in uno spostamento di soldi dallo Stato agli azionisti.6

Le obiezioni non si fermano qui:

  • pensare che un imprenditore non investa perchè non ha il capitale a disposizione a causa della tassazione personale è un wishful thinking accettabile solo per chi ha poca dimestichezza con il mondo imprenditoriale: se ci sono opportunità di investimento che vale la pena cogliere l’imprenditore si rivolgerà al credito fornitogli dalle banche, in caso contrario l’investimento non è profittevole in ogni caso e non verrà fatto neanche di fronte ad un abbassamento delle aliquote.
  • non sia capisce in che modo il rendere più profittevoli i redditi personali da impresa dovrebbe incentivare la re immissione di questi capitali nell’azienda stessa per investirli, semmai rende più conveniente il portarli via dall’azienda (per via dell’abbassamento dell’aliquota) ma una volta trasformatosi in capitale personale non avrebbe alcuna razionalità riconvertirli in investimento aziendale.  Se l’obiettivo è rendere più facili gli investimenti… la strada è la detassazione sugli investimenti, magari limitati a particolari scopi come investimenti sul personale, su miglioramenti tecnologici – come per altro già avviene.

Dal punto di vista “psicologico” infine, il famoso magnate americano Warren Buffet ha sintetizzato in maniera molto efficace l’assurdità del ragionamento nel famoso pezzo “Smettiamo di coccolare i super ricchi

Negli anni ’89 e ’90 le tasse per i ricchi erano molto più alte, e la mia aliquota era in mezzo a quel pacchetto. Secondo una teoria che sento spesso, avrei dovuto indignarmi e rifiutarmi di investire per via delle tasse elevate sui profitti e dividendi. 
Non l’ho fatto, come non lo ha fatto nessun altro. Ho lavorato con investitori di vario titolo per 60 anni e non ho mai incontrato qualcuno — neanche quando le tasse sui dividendi erano al 39.9 % nel 1976-77 — che scappi da un investimento interessante a causa delle tasse troppo alte sul possibile guadagno. La gente investe per fare soldi, potenziali tasse non li hanno mai fatti desistere. E per quelli che dicono che le alte tasse fanno male alla creazione di posti di lavoro, rispondo che un totale di 40 milioni di posti di lavoro sono stati creati tra il 1980 e il 2000. Sappiamo cosa successe da allora: tasse più basse e meno posti di lavoro creati.7

Ragionamento che diventa ancora più valido se si va a vedere la performance del nostro Paese sotto quel periodo che chiamiamo miracolo italiano, sotto il quale l’aliquota più alta era tra il 65% e i 72%.

Conclusioni

Abbiamo dovuto conoscere con 15 anni di ritardo la terza via blairiana in Italia con Renzi quando questa era già stata disconosciuta dai suoi teorici e caduta in disgrazia in Europa e Stati Uniti, pensavamo di esserci già sorbiti la nostra buona dose di thatcherismo alla ciociara con Silvione ma a quanto pare ci tocca ancora una volta combattare i mulini a vento di teorie a cui la storia a risposto già più volte picche, ma sono tanto suggestive…


Also published on Medium.

  1. OECD Observer
  2. Il Sole 24 Ore
  3. Wikipedia
  4. Il Fatto Quotidiano
  5. Stiglitz Joseph E.Il prezzo della disuguaglianza, Einaudi 2014
  6. New York Times
  7. New York Times
Federico Dolce
35, M, Torino Laureato in Scienze Politiche, lavoro nell'Informatica da più di 15 anni. Mi occupo di mercato del lavoro, geografia politica, Europa. E computers.
Luca Gallo
Studente magistrale in Fisica dei Sistemi complessi per le scienze sociali, che sembra una roba assurda e infatti lo è
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