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Non si diviene uomini o donne in modo neutro, pacifico, naturale; lo si diviene sempre in modo particolare, conflittuale, socialmente negoziato, culturalmente condizionato
Remotti Francesco, Fare Umanità. I drammi dell’antropo-poiesi, Bari, Laterza, 2013. P. 47

Le nozioni e le teorie suggerite fin qui conducono all’introduzione di una teoria antropologica sviluppata nell’ultimo decennio, che include sia i concetti di complessità che di creatività, vale a dire la teoria dell’antropo-poiesi. Quest’espressione è impiegata con il significato di fare, creare l’essere umano: è stata coniata per la prima volta nel 1996, nell’introduzione al lavoro di Stefano Allovio Le Fucine Rituali: temi di antropo-poesi, è stata poi successivamente introdotta nel 1997 durante il simposio internazionale La fabrication de l’homme dans les cultures et l’anthropoligie, e adottata da un gruppo di ricerca internazionale composto da Francis Affergan, Silvana Borutti, Claude Calame, Ugo Fabietti, Mondher Kilani, e soprattutto Francesco Remotti.

Origine del concetto

Questo concetto teorico nasce da tre elementi principali; le teorie costruttiviste delle scienze umane e sociali, con la loro idea di costruzione, invenzione, finzione; l’ideologia che riconosce che molte società studiate da etnologi hanno loro stesse un’interessante interpretazione dei rituali (in particolare dei riti di iniziazione, come vedremo nel caso delle itako) che ruotano inteorno all’idea di costruire / generare un essere umano; e infine la teoria dell’incompletezza originaria dell’essere umano, derivante dai campi della paleo-antropologia e dalle neuroscienze. È un concetto che ha origine dalla considerazione che l’umanità viene fabbricata e modellata di volta in volta; il compito di plasmare l’umanità nelle sue varietà è ascritto alle società, che possono riconoscere o celare questo ruolo.

Tra natura e costumi

Prima dell’introduzione della nozione antropologica di cultura, l’idea di umanità era basata su die elementi complementari: natura e costumi. Queste nozioni erano organizzate in ordine stratigrafico dove la natura forniva il substrato, l’essenza, mentre i costumi erano elementi collocati sulla superficie. Mentre la natura era quindi un insieme di leggi universali, i costumi erano variabili casuali e non affidabili; erano il risultato di particolari tradizioni storiche e abitudini, passivamente trasmesse e tramandate. I costumi erano quindi intesi come qualcosa di cui bisognava liberarsi per permettere alla natura di procedere con le sue caratteristiche e definire il giusto comportamento umano. Questa premessa è stata successivamente capovolta; poiché grazie alla paleoantropologia sappiamo che la cultura era già una caratteristica degli ominidi che precedettero l’ homo sapiens (rifiutando così l’idea che la cultura sia consecutiva all’evoluzione organica), sembra ora che la cultura sia parte fondamentale ed essenziale del processo evolutivo umano, anche sotto un punto di vista biologico; pertanto, come suggerisce Clifford Geertz, l’essere umano non è un produttore di cultura, ma piuttosto un suo prodotto. Seguendo questa teoria, la cultura è ora un fattore necessario per produrre e organizzare l’umanità

Non vi è l’uomo e poi la cultura; al contrario vi è la cultura e poi gli esseri umani
Remotti, op. cit., p.8

La natura umana è considerata insufficiente allo sviluppo e alla sopravvivenza dell’essere umano. Per Geertz, la cultura è prima di tutto una fonte di informazioni senza la quale il comportamento umano sarebbe solo caos senza direzione; facendo ampio uso dell’immagine del vuoto, Geertz considera l’incompletezza umana come una mancanza, un’assenza che necessità di essere riempita, riempimento che avviene con la cultura. L’azione della cultura sull’uomo è espressa attraverso la nozione di modellamento: le culture plasmano emozioni e comportamenti, ma anche il corpo e il cervello umano, completando e definendo così l’umanità. Infine, la cultura in azione è sempre una specifica cultura, storicamente determinata, che plasma esseri umani specifici e particolari.

L’azione di plasmare e modellare

Al di là di Geertz, possiamo individuare una seconda teoria, sostenuta tra gli altri da Francesco Remotti, che sottolinea non solo l’incompletezza biologica ma anche quella culturale dell’essere umano (in particolare in Cultura. Dalla complessità all’incompletezza, Bari, Laterza 2011). Da un lato, fare ampio affidamento sulla cultura ha indebolito alcune funzioni biologiche, mentre le soluzioni culturalmente determinate, essendo particolari e specifiche, sono esse stesse una fonte di incompletezza; questa interpretazione implica in qualche modo il contrario dell’affermazione di Geertz, vale a dire le culture sottraggono completezza. Poiché ogni azione culturale è un atto di selezione, essa produce particolarità sociali e storiche. Qui invece dell’immagine del vuoto e del suo riempimento, emerge un’altra immagine, quella dell’assottigliamento e del plasmare, che portano alla nozione di plasticità come anello mancante tra la dimensione biologica e culturale. Come suggerisce Remotti, l’uso della nozione di plasticità ha un doppio significato; da un lato, l’essere umano è plastico, flessibile nel senso che è soggetto a varie azioni di modellamento, secondo un modellamento casuale.

Questo livello di antropo-poiesi è concretizzato nelle azioni e nei gesti quotidiani sociali e individuali; è un processo plasmante continuo che gli esseri umani subiscono nella vita sociale quotidiana. Dall’altro lato, possiamo vedere progetti deliberati, un disegno antropopoietico (di origine sociale e umana, come la famiglia, le istituzioni), connesso al modellamento causale e non intenzionale. Questa volontà antropopoietica porta alla definizione di effettivi agenti che plasmano l’essere umano, e gli offetti di tale azione. Di nuovo dobbiamo sottolineare la connessione con il potere, perché è innegabile che l’azione di modellamento porta un enorme potere agli agenti di tale azione, ed è importante comprende il modo in cui tale potere è interpretato. Ovviamente, mentre consideriamo la relazione tra potere e modellamento, dobbiamo, anche considerare ciò che viene modellato, fino a che punto, e quali sono le differenze tra progetto desiderato e risultato effettivo. Infine, è fondamentale riconoscere la possibilità di protesta e di critica da parte degli oggetti dell’azione plasmante all’interno di uno specifico ordine sociale, lo spazio per libertà e rivolta, finanche di rivoluzione.

Poiché l’antropopoiesi attiva è un’azione completamente umana, il modo in cui il modellamento prende forma è fonte di un’intensa analisi sociale e di incertezza; dato il fatto che lo scopo principale è quello di rimuovere ogni obiezione dalle azioni antropo-poietiche e dai loro agenti, questi ultimi (nella forma di autorità sociale) operano verso il rifiuto della responsabilità sui soggetti della loro azione. Al contrario, dove l’autorità si indebolisce, assistiamo alla comparsa di un altro elemento, l’angoscia per il bisogno di trovare nuovi modelli che plasmino la società, e allo stesso tempo per rimuovere ogni successivo modellamento.

La seconda nascita

Come abbiamo visto per il concetto di creatività, qui di nuovo ritorna l’immagine della seconda nascita: la prima, fisiologica (organizzata e interpretata dalla cultura), è seguita da una seconda nascita sociale; questo è chiaramente un processo sociale plasmato da strumenti culturali, un evento sociale, spesso ritualizzato, attraverso cui gli uomini producono se stessi. Rifiutando ogni determinismo culturale (al pari di quello biologico), gli esseri umano costruiscono il proprio ambiente culturale di volta in volta, attraverso un costante processo di ridefinizione. Questa libertà antropopoietica non è solo segno di creatività, ma anche di incertezza, con l’essere umano che manca di ogni modello stabile: tali modelli sono prodotti culturali, il che significa che sono il risultato di una creazione umana e pertanto instabile. Inoltre, il riconoscimento di questa origine ne indebolisce l’efficacia, collegando il dibattito alla componente dell’ideologia; per restituire potere a questi modelli altrimenti instabili, essi sono dotati di un carattere di rigidità e coesione, rinunciando a complessità e libertà. Questa finzione ha il ruolo fondamentale di portare a crede che quello proposto è l’modello umano autentico. Infine, troviamo un terzo livello dove c’è un nuovo spazio per l’invenzione e la creazione di nuovi modelli; se è vero che le società mostrano un profondo bisogno di plasmare i propri membri, è anche vero che necessitano di sviluppare al loro interno una conoscenza avanzata di quelle che sono le tecniche per produrre umanità. I rituali sono i momenti in cui i membri di una società diventano consapevoli della forma della loro comunità, e mettono in questione i dispositivi e le tecniche impiegate per raggiungere tale forma

Ciò che importa davvero è la domanda di carattere universale, con il senso delle possibilità che apre, non un tipo di risposta, sempre inesorabilmente particolare. Il dramma dell’antropo-poiesi consiste nella sproporzione tra l’urgenza mai sopita del modellamento e la precarietà dei mezzi e delle soluzioni disponibili
Remotti, op. cit., p.54

Gli esseri umani diventano uomini e donne all’interno di specifici contesti attraverso un particolare set di possibilità: l’aderenza a queste possibilità implica un inevitabile rifiuto di alter che diventano quindi proibite o screditate. L’antropopoiesi è il simbolo della domanda sul senso e sul significato dell’umanità, e sui modelli che usiamo per rispondere a tale domanda. È una connessione costante tra la sfera del potere, poiché è l’area dove le decisioni sono prese e i modelli disegnati e proposti come gli unici possibili; ma anche connesso, dall’altro lato, con le possibilità per una scelta differente, dove l’incompletezza diventa l’occasione di libertà e resistenza all’ordine sociale conosciuto.

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Marianna Zanetta
PhD in Antropologia
PhD in Antropologia delle Religioni e Studi dell'Estremo Oriente, presso l'Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi.
Parla spesso di Giappone, di morte e di religione, in ordine sparso.