Oltre il Lavoro

Facebook NON è una media company

Nel dibattito sulle “fake news” un forte accento è stato posto dal ruolo di Facebook come loro vettore e il suo mancato (o non sufficiente) controllo sui contenuti e sulle responsabilità che ne porterebbe.

In molti sostengono che visto il crescente numero di cittadini che usano i social network per informarsi questi dovrebbero assumersi le responsabilità dell’essere “media company” e agire di conseguenza secondo deontologia professionale per migliorare il servizio a riguardo.

Il problema non è solo che i social network NON SONO media company (cioè non hanno l’informazione come core business dell’azienda) ma per struttura e fnalità del prodotto ne sono quasi l’opposto.

Il “prodotto” di Facebook

Ho già indicato in precedenza come la forza di queste “fake news” o della “post verità” (che NON è sinonimo di menzogna, ricordiamolo) derivi principalmente dalle “filter bubble” o “camere di risonanza” che ci circondano. Se nella vita reale queste esistono come compartimenti sociali più o meno stagni in cui una società viscosa tende a tenere separate realtà troppo differenti creando un certo numero di élites che tendono a parlarsi un pò addosso, sui social network questo fenomeno è parte integrante del prodotto che l’azienda confeziona per il suo cliente.
Parliamo infatti di società private che vendono un prodotto (che l’utente paga con i propri dati invece che con i propri soldi) che consiste in una esperienza piacevole di connessione con altre persone. Sottolineo piacevole perchè lì si trova la chiave di volta: il core business sta nel acquisire più utenti possibile offrendo una esperienza godibile, che in linea di massima si ottiene molto più facilmente mettendo in contatto l’utente con altri utenti che si suppone (per criteri che si modificano e affinano nel tempo) condividano qualcosa.

“Aborigeno, ma io e te…. che cazzo se dovemo dì?”

“Aborigeno, ma io e te…. che cazzo se dovemo dì?”

La creazione di una camera di risonanza dalla efficacia spropositata è divenuta nel tempo lo strumento principale di una company che si è trovata a dover gestire la più grande base community del mondo con un grado sempre maggiore di difficoltà a mantenere una esperienza di tipo felicemente rassicurante. Sebbene il “flame” — lo scontro — possa essere una modalità di scambio che ottiene maggiore visibilità, ed è ogni tanto inevitabile, non è una modalità particolarmente appagante per l’utente (a meno di rivolgerlo contro l’utente famoso) e soprattutto sfocia troppo spesso in controversie che vanno bene o male gestite dalla proprietà con conseguenti costi — e pochissimi benefici.

E’ risaputo come gli uffici nazionali di Facebook siano ridotti all’osso per quel che riguarda il personale dedicato all’assistenza: le procedure di reclamo sono standardizzate di modo da essere il più possibile gestibili dagli uffici centrali in Irlanda e per questo limitate a casi molto generici. Sempre più casistiche vengono affidate a procedure automatiche (preventive o postume) sempre per lo stesso motivo. Molto spesso poi si risolvono in conclusioni “poco etiche”: gruppi neonazisti spopolano senza problemi mentre foto di statue e dipinti rinascimentali censurati perché rivelano un capezzolo. Pagine e profili vengono sospesi raggiunto un certo limite di segnalazioni, motivate o campate per aria che siano.

In realtà ogni scelta di questo è dettata sempre e comunque da un bilancio in termini di costi e benefici per quel che riguarda la gestione dell’utenza. Non c’è “giusto” o “sbagliato” ma solo la soddisfazione più immediata del maggior numero di utenti e questo spesso non è etico.
D’altra parte il core business di Facebook non è l’etica, l’abbiamo già detto.

La Social Network Neutrality

Contrastare quindi il fenomeno / non fenomeno delle “fake news” facendo leva su supposte responsabilità dei social network presenterebbe notevoli criticità:

  • Spingere che si attivino sorte di “filtri” che escludano fonti a scapito di altri costringe un’azienda a decidere quali contenuti debbano i propri utenti scambiarsi in base a criteri tutt’altro che ovvi e trasparenti crea un problema di censura qualitativa.
  • Chiedere invece che i social network smettano di agire per alimentare artificiosamente le echo chambers significa chiedere loro di peggiorare attivamente il proprio prodotto in nome di un’esternalità sociale positiva che non è certo nel loro interesse.

Da una parte chiediamo sostanzialmente a Facebook di auto sabotarsi perché non siamo in grado di contenerci nel consumo del suo prodotto.
Stiamo paragonando i social network alla nicotina e all’alcool, e non so con quali risultati.
Dall’altra parte invece ammettiamo la loro tremenda influenza e per recuperare chiediamo loro di ergersi a ReBoia dell’agenda mediatica, privatizzando il discorso pubblico.

Abbiamo combattuto pochi anni fa tutti noi una importante battaglia per la net neutrality, dovremmo forse tenere bene a mente i principi che abbiamo difeso allora prima di proseguire in una di queste due direzioni.

Lasciare — o demandare — che il problema dell’informazione sia risolto dai social network non sarebbe tanto diverso dal pretendere che una casa automobilistica, visto il successo delle proprie vetture, cambi il proprio core business in “illumination company” perché i fari delle sue macchine oramai illuminano più dei lampioni stradali, e che si faccia carico delle responsabilità che ne derivano come illuminare a norma tutta la città, marciapiedi compresi.

Un’azienda perseguirà quello che è il proprio modello di business, non quello di un settore che incidentalmente e marginalmente va ad influenzare.
Se c’è un problema riguardante l’illuminazione — come l’informazione — forse sarebbe meglio intervenire sulle aziende (pubbliche e private) che se ne devono occupare per mission e per mercato.

Federico Dolce
35, M, Torino Laureato in Scienze Politiche, lavoro nell'Informatica da più di 15 anni. Mi occupo di mercato del lavoro, geografia politica, Europa. E computers.
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