Argo's Digest, Oltre Cultura

España Va Bien – Lettura del voto del 28 aprile

Le elezioni spagnole del 28 aprile si sono concluse con una vittoria importante del Partido Socialista Obrero Español (PSOE) e soprattutto del suo segretario generale, nonché presidente uscente, Pedro Sánchez. Uno scenario quasi idilliaco per la sinistra e una batosta pesante per quasi tutta la destra, in particolare per il Partido Popular di Pablo Casado, che perde più del 50% di seggi in solo tre anni e fa precipitare il partito in una crisi non solo politica ma anche economica. Ma al di là di vincitori e vinti, le elezioni spagnole lasciano tanti spunti di riflessione e di analisi.

Il dato più importante è stato senza dubbio la partecipazione, altissima, oltre il 75%, 9 punti in più rispetto al 2016 ma con picchi interessanti, come il +12% della Catalogna, una delle protagoniste della politica spagnola degli ultimi anni e sicuramente l’argomento più caldo del paese dal famoso referendum del 2017 in cui venne proclamata, e poi sospesa, l’indipendenza della Catalogna. Questo è stato il filo conduttore del dibattito in Spagna da allora e uno dei motivi per cui altri argomenti fondamentali (ambiente, diritti, intelligenza artificiale, eccetera) sono passati quasi inosservati nella campagna elettorale del paese vicino. È dunque nel “procés” catalano che dobbiamo trovare i motivi sia per l’impennata dell’estrema destra (Vox vorrebbe addirittura eliminare le istituzioni regionali e il modello delle “autonomías” vigente, tornando a un modello centrale di ispirazione franchista) che per le elezioni anticipate, causate dalla negativa degli indipendentisti catalani ad approvare la manovra del governo senza un gesto di apertura del presidente Sánchez all’indipendenza o almeno al rilascio dei politici in prigione.

Sembra dunque che l’aumento della partecipazione in tutto il paese sia dovuto da un lato alla paura dell’estrema destra di Vox ma soprattutto alla certezza che gli altri partiti di destra, PP e Ciudadanos, li avrebbero portati al governo nel caso avessero vinto come blocco, come succede già nella regione dell’Andalusia dopo le ultime regionali. Una certezza ribadita ancora domenica sera da Pablo Casado, che nel suo discorso di valutazione dei risultati (volutamente programmato alla stessa ora di quello del vincitore Sánchez) ha criticato Ciudadanos e Vox per aver rifiutato accordi preelettorali. A loro in effetti sono andati la maggior parte dei più di tre milioni e mezzo di voti persi rispetto al 2016.

Non bisogna in effetto sottovalutare il secondo grande protagonista in positivo di queste elezioni, la formazione di estrema destra Vox, che entra per la prima volta in parlamento con 24 seggi e più di due milioni e mezzo di voti (di fronte ai meno di cinquanta mila di tre anni fa). Il loro risultato era la grande incognita di questa tornata elettorale: l’ultimo sondaggio del CIS (l’ISTAT spagnolo) dava loro fra i 29 e i 37 seggi e circa un 12% dei voti, un dato che faceva temere il peggio, poiché di solito le destre in Spagna risultano tradizionalmente sottovalutate nei sondaggi. Se il sondaggio dava loro questi numeri, si pensava che potesse arrivare a circa 50 seggi, il che sarebbe stato eclatante non solo per la Spagna in sé ma per gli equilibri nell’ora frammentato campo della destra. Invece i 24 sono sicuramente un numero che mette a Vox in una situazione meno comoda del previsto: senza il peso che avrebbero voluto nel gruppo delle destre, senza un numero di deputati che consenta alla formazione posizioni decisive e con quattro anni davanti in cui l’effetto sorpresa di queste elezioni tenderà sicuramente a diluirsi. Vedremo se il segretario Abascal e i deputati eletti sapranno sfruttare l’arrivo in Parlamento.

Dall’altro lato abbiamo invece un ridimensionamento molto importante di Podemos, che scende da 71 a 42 seggi. Perde ben 5 seggi in Catalogna, dove En Comù Podem, con gruppo proprio nel 2016 e 12 seggi, porta invece solo 7 deputati alla coalizione di Pablo Iglesias. E tutto ciò nonostante praticamente tutti riconoscano che quella di Podemos è stata un’ottima campagna elettorale dove Iglesias è riuscito a ricucire un partito molto danneggiato negli ultimi mesi. Sicuramente la grande crescita del PSOE e la paura della dispersione del voto a sinistra hanno influito molto nel votante di Podemos ma non è da sottovalutare il fatto che la formazione viola ha perso l’inerzia che la portò all’exploit delle europee del 2014. Negli ultimi mesi, governando insieme a Pedro Sánchez, si è dimostrato più un’ottima “coscienza” dei socialisti che una vera e propria alternativa di governo.

Bene invece Ciudadanos, che ormai è a un soffio di diventare il primo partito del blocco della destra, a poco meno di duecento mila voti di distanza dal Partido Popular. La formazione di Albert Rivera ha raccolto probabilmente il votante della destra moderata che non vuole cadere nell’estremismo di Vox ma che non crede più in un partito eroso dalla corruzione come il PP. Si allontana così de facto da quella posizione di centro che ancora a voce difende. Anche se il suo ruolo dovrebbe essere di opposizione durante questa legislatura, non conviene dimenticare che insieme PSOE e Ciudadanos dispongono di una maggioranza di 180 deputati (su 350 totali) con cui potrebbero portare avanti diverse riforme non facilmente difendibili da Podemos. E nonostante Sánchez e Rivera abbiano detto “no” a questa combinazione, tutti sanno che eventualmente la matematica darebbe loro ragione.

Per tutti questi motivi la vittoria di Sánchez è molto più netta di quello che si pensava qualche settimana fa, quando si temeva che dalle urne venisse fuori una situazione di stallo, un parlamento ingovernabile come quello che, bocciando la manovra della maggioranza, portò il paese alle elezioni anticipate. Invece Sánchez potrà essere eletto presidente senza troppi sforzi e avrà diverse possibilità per raggiungere la maggioranza: o con Podemos e altri partiti piccoli (già solo con Pablo Iglesias sono a 165 seggi), o solo con Ciudadanos (180) o persino con il Partido Popular (189), con cui potrebbe confluire per qualche riforma di peso. Questa relativa “comodità” di Sánchez per formare governo e per governare gli concede un po’ di protagonismo di fronte alla crescita dei partiti indipendentisti (EH-Bildu, Esquerra Republicana e Junts per Catalunya), che, dato curioso, insieme hanno più seggi di Vox (26 a 24). Questo significa che gli indipendentisti forse non saranno più in grado di minacciare Sánchez con lo stallo del governo, il che dovrebbe favorire il dialogo e chissà se più in là sbloccare la situazione dei politici catalani in prigione a causa del referendum di indipendenza.

La domanda che molti si fanno in questo momento è se la vittoria di Sánchez potrebbe supporre un’inversione della tendenza che vede crescere i movimenti di estrema destra in tutta Europa e in Italia in particolare. Nel breve termine, pensando alle elezioni europee di maggio, non penso possa avere un effetto importante se non per gli eurodeputati spagnoli. In realtà, se paragoniamo la situazione spagnola a quella italiana sono molto simili ma hanno delle differenze fondamentali. La prima è che le elezioni anticipate hanno sicuramente frenato l’impatto di Vox, che essendo un partito finora senza niente da perdere e senza rappresentanza nel parlamento ha potuto fare una campagna elettorale mirando praticamente alla sovversione totale dello stato, praticamente lo stesso ruolo che ha avuto la Lega, che però ha avuto molto più tempo per crescere e più visibilità mediatica (in Spagna i talk hanno un’importanza molto minore). La seconda differenza è sicuramente i rapporti fra le forze di destra della Spagna: né il PP né Ciudadanos volevano dimostrarsi molto vicini a Vox in campagna elettorale a causa del suo estremismo, e in effetti, questi partiti, pur dovendo combattere per lo stesso elettorato, hanno mantenuto una sorta di neutralità in attesa di capire effettivamente a chi appartenesse il timone morale della destra. Ora che si sa che il sorpasso di Ciudadanos al PP è più vicino e che il peso di Vox è meno importante di quello che ci si aspettava, ci saranno sicuramente movimenti tattici in questo blocco di partiti ma non l’unità con cui la destra si è presentata alle elezioni in Italia e che ha permesso alla Lega di avere un protagonismo esacerbato con meno del 20% dei voti.

E per la sinistra? Qua le differenze sono molto più profonde. Innanzitutto in Italia non esiste un Pedro Sánchez, prima affossato dalla vecchia guardia del partito e poi rinato nelle primarie grazie al sostegno della base. E poi non conviene neanche dimenticare che Sánchez, nonostante sia più un politico di centrosinistra che di sinistra, in questo anno come presidente ha saputo riconquistare una parte del suo elettorato meno di centro con alcuni gesti molto importanti, come l’accoglienza della nave Acquarius, il forte incremento del salario minimo o la decisione, tramite decreto legge, di esumare il dittatore Franco dal Valle de los Caídos, il monumento funerario costruito dai prigionieri repubblicani una volta finita la guerra civile spagnola. Misure queste che hanno fatto tornare fra i votanti socialisti molti che l’avevano abbandonato per Podemos. Lezioni che il Partito Democratico di Zingaretti potrebbe prendere in considerazione non solo per far tornare nel partito i fuoriusciti degli ultimi anni ma soprattutto i votanti, che come dimostra il caso spagnolo, si mobilitano se trovano i motivi per farlo.

Fernando Algaba Calderón
Español afincado en Italia desde hace ya casi diez años. Apasionado de cultura en todas sus formas: historia, arte, filología... Mi objetivo es conectar los dos países que marcan mi vida, Italia y España. Mi última iniciativa es la “Lezione di Spagnolo”, un método 2.0 para enseñar español a los italianos de una manera intuitiva y cómodo, haciendo hincapié en todas las cosas que nos unen no sólo lingüísticamente sino sobre todo culturalmente. Abierto siempre a colaboraciones en ámbito internacional.
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About Fernando Algaba Calderón

Español afincado en Italia desde hace ya casi diez años. Apasionado de cultura en todas sus formas: historia, arte, filología... Mi objetivo es conectar los dos países que marcan mi vida, Italia y España. Mi última iniciativa es la “Lezione di Spagnolo”, un método 2.0 para enseñar español a los italianos de una manera intuitiva y cómodo, haciendo hincapié en todas las cosas que nos unen no sólo lingüísticamente sino sobre todo culturalmente. Abierto siempre a colaboraciones en ámbito internacional.

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