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E se la rana che bolle fosse il PD?

Il Principio della Rana Bollita di Noam Chomsky viene usato per descrivere la Società e i Popoli che accettando passivamente il degrado, le vessazioni, la scomparsa dei valori e dell’etica, accettano di fatto la deriva verso un destino tetro.
Non ci sono basi scientifiche a dimostrare questo principio, ma è un ottimo spunto, valido in sociologia e psicologia, per spiegare determinati comportamenti.

❝ Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita.
Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.❞

Ci torna utile per tentare di mettere a fuoco un processo che dura da più di un decennio e che ad ogni tornata elettorale trova nuove evoluzioni, nuovi smottamenti ma anche nuovi difensori e nuovi negazionisti: il Partito Democratico sta cambiando, da tempo e in maniera inesorabile, quasi certamente in maniera irreversibile.

Tra poco più di due mesi il PD si avvierebbe a celebrare il proprio dodicesimo compleanno: nato nell’ottobre 2007 come celeberrima “fusione a freddo” tra Margherita e Democratici di Sinistra si rivolse fin da principio alla creazione di un sistema bipolare che imitasse quello statunitense andando a “tagliare le ali” estreme dell’agone politico per andare a gareggiare “al centro”.
Il famoso sistema maggioritario avrebbe dovuto permettere al principale azionista del PD – i DS – di poter affrontare con la maturità necessaria e riconosciuta le sfide di governo affrancandosi dal “movimentismo” di opposizione di cui era l’erede.

In questo senso interpretare il mutamento della base e dell’elettorato del PD come un errore o un problema non è corretto in quanto era previsto fin dai piani iniziali dei fondatori del partito che dovesse in qualche modo verificarsi un lento trasbordo di una larga parte dell’elettorato: lentamente accogliere una italica “terza via” vincente se non per la proposta programmatica almeno per la messa fuori gioco di tutti gli avversari tranne uno, Berlusconi.

L’esordio avvenne quindi con le elezioni politiche del 2008 e il candidato premier Walter Veltroni, il quale mise in chiaro fin da subito la tattica eliminando ogni possibilità di coalizione con la Sinistra Arcobaleno (ma non con l’Italia dei Valori), facendo immediatamente capire che direzione avrebbe dovuto prendere la traiettoria del PD. La sua non fu proprio una sconfitta di misura ma i voti assoluti raccolti dal Partito Democratico (oltre 12 milioni) non verranno mai più eguagliati dai successori: da lì in avanti gli elettori del partito continueranno a disperdersi ad ogni tornata elettorale, mutando sempre di più (o forse in seguito proprio a quello) la natura del PD.

Il vero problema sta nel fatto che molti osservatori, sia fuori che dentro al PD, hanno continuato a riferirsi alla comunità dem e al pezzo di Paese di riferimento in maniera immutata nel tempo, come se questa fosse un organismo che si gonfiasse e sgonfiasse attorno ad un centro di gravità stabile, aumentando o perdendo sempre gli stessi elettori a seconda del suo rivolgersi più a sinistra o più al centro, o per un leader invece che l’altro.

Vedremo ora come questa sia una visione con scarsa probabilità di attinenza alla realtà.

Metodo (di fantasia)

Per procedere in questa analisi dobbiamo però fare un esercizio di stile e due grosse concessioni logiche: la prima è quella di affidarci ad uno strumento – quello dell’analisi dei flussi elettorali – recente e senza una provata affidabilità statistica, per lo meno a livello nazionale. La seconda è quella di ammettere che i flussi – anche se accurati – messi in sequenza in questa maniera abbiano una correlazione anche di massima il che non è scientificamente provabile a meno di studi elefantiaci.
Bonus: i flussi su base nazionale sono molto costosi da rilevare e i dati a disposizione sono pochi, spesso parziali e più si va indietro nel tempo meno son disponibili.

Ammesso e concesso tutto questo, andiamo a verificare quanto l’elettorato del PD sia rimasto fedele a se stesso negli ultimi 10 anni.

Le tornate elettorali prese in esame sono solo quelle che coprono l’intero territorio nazionale, quindi sono le politiche e le europee – niente amministrative. I voti sono sempre e solo in termini assoluti, ovviamente, e il ruolo dell’astensione non sarà mai secondario.

 

2009

Partiamo da 10 anni fa: le europee del 2009. Il Movimento 5 stelle non esiste ancora, il PD è in piena gestione Franceschini e sta cercando di fare un’opposizione efficace ad un governo Berlusconi che bene interpreta lo spirito del tempo, ma uno schieramento che era nato con la vocazione maggioritaria necessaria ad acquisire la maturità di governo fa fatica ad interpretare il ruolo di oppositore moderato ad un governo populista. Alle europee il PD perde una caterva di voti rispetto al 2008 e si ferma appena sotto gli 8 milioni, in compagnia variegata di vari soggetti nell’alveo di sinistra: Italia dei Valori a 2.450.643, Rifondazione Comunista-Comunisti Italiani a 1.037.862 e la neonata SeL a 957.822. Rispetto all’anno prima non abbiamo notizia di rilevazioni di flussi ma il calo di votanti (6 milioni) unito al leggero aumento di queste formazioni lascia pensare ad uno smottamento del primo zoccolo elettorale del PD verso formazioni più “estremiste” e verso l’astensione.

Vedremo ora come questi ultimi due fenomeni diventeranno in realtà una costante.

2013

Il periodo dal 2009 al 2013 è forse il più pregno di avvenimenti “fondanti” per il PD. Parte la segreteria Bersani in seguito alle elezioni europee deludenti, Rutelli lascia il partito considerando quest’ultima una segreteria troppo “di sinistra”.
Quindi i referendum del 2011, a cui il PD aderisce ma tardivamente, il tentativo di alleanza con l’UdC di Casini, l’appoggio al governo Monti, lo sgretolamento della Casa delle Libertà e la nascita sul piano nazionale del Movimento 5 Stelle relegano il PD in quella che sembrerebbe la sua “nicchia naturale” a metà strada tra un deciso spazio moderato (tenuto a distanza dal ruolo di opposizione e la natura della segreteria Bersani) e un’identità radicalmente movimentista, oramai lasciata alle spalle e non ancora rimpianta.

I risultati di quelle elezioni regalano un pareggio tra PD e Movimento 5 stelle, verso i quali perdono un milione di voti, ma permettono ai dem di consolidare una posizione ancora distante dal centro, ben presidiato dai cattolici. Questo grazie alla ridefinizione del campo frastagliato di tutte quelle forze minoritarie che cedono la propria funzione ai 5 stelle, a parte il cuscinetto SeL a sinistra del PD. Questo è forse il momento più vero per la cosiddetta identità del Partito Democratico, ripulitosi dalle frange più associazioniste, legalitarie e ambientaliste perse in occasione dei referendum e del governo Monti; grosso modo tiene i propri grazie al momentum guadagnato dalal caduta di Berlusconi ma non riesce ugualmente a vincere.
E’ un PD che per un brevissimo momento ha coniugato “sinistra”, “responsabilità” e “vittoria”.
Salvo il fatto che non ha vinto.

2014

Quest’ultimo particolare rende tutto vano e allora gli analisti e parte consistente dei militanti PD decidono che una sana dose di realismo è necessaria per salvare il partito e il Paese.
Parte quindi la segreteria Renzi, che grazie alla “rottamazione” dovrebbe mettere in moto uno scambio importante: sfondare al centro ma tenere i propri elettori grazie alla promessa di vittoria.
E’ tutto inutile se non si vince, e con lui si vince. Quindi Parigi val bene una messa – ingoiamo quel che s’ha da ingoiare.

Il primo test arriva subito con le famose europee del 40,8%. Un trionfo a detta di tutti, il PD torna a quota 11 milioni.
Eppure anche in questa occasione qualcosa si perde per strada. Del precedente monte di voti (8,6 milioni) solo una parte segue il partito nella sua traversata da Bersani a Renzi (6,8m). Una parte tutto sommato piccola (300.000 voti) prosegue verso il Movimento 5 stelle, una più consistente (700.000) si ri-radicalizza andando verso Altra Europa con Tsipras mentre altrettanti si siedono stanchi nell’astensione.
E’ bene dirlo: questi voti il PD non li rivedrà mai più.

Da dove giunge quindi il carico di voti che ha portato al tanto celebrato 40,8%?  I flussi ci parlano di fenomeni da analizzare con cura: per prima cosa il “netto” dei tre flussi da/verso M5s, astensione e “cuscinetto a sinistra” è diverso da quanto indicato sopra, anche se i flussi in ingresso e uscita non sono per forza sovrapponibili così facilmente. L’altra Europa con Tsipras è un contenitore con molte criticità che spinge quasi mezzo milione di elettori verso l’offerta vincente di Renzi. Stesso dicasi per più di un milione di voti proveniente niente di meno che dai 5 stelle, così come più di mezzo milione di voti raccolti dall’astensione (evento rarissimo per delle elezioni europee).
L’altro grande fenomeno sono gli oltre 2 milioni di voti presi dalle varie formazioni di centro destra: PdL, Scelta Civica, Centro Democratico e Fare per Fermare il declino.

L’offerta di Renzi viene a caldo interpretata dagli analisti come un “nuovismo” che si muove con coerenza verso il centro ma a posteriori l’analisi potrebbe essere molto differente. Questi flussi in entrata così diversi fra loro saranno (parte di essi per lo meno) il primo atto di un “mucchio” eterogeneo post-ideologico che in maniera molto fluida determinerà i vincitori delle elezioni a venire (M5S nel 2018, Lega nel 2019).

2018

Il governo Renzi segna il passo di una gestione dura del partito rispetto ai rappresentanti della vecchia guardia e dei dissidenti interni. Renzi deve dar seguito alla “rottamazione” usando il pugno duro verso le persone che rappresentano a suo dire il vecchio all’interno del PD. Anche le politiche messe in atto dal suo governo cambiano decisamente direzione rispetto alla piattaforma programmatica classica del partito, culminando del fallito referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.
Il governo Gentiloni che seguirà cercherà di smussare i toni provando a cambiare rotta nella gestione del partito coniugando una certa continuità con l’area politica di provenienza, con scarso successo. Le elezioni politiche del 2018 segnano così una botta terribile per la performance del PD: 5 milioni di voti persi non sono uno scherzo e la ferita sembra mortale.
Ma nello specifico cosa è successo?

Svanito l’effetto “nuovista” del corso Renzi, degli oltre 11 milioni del 2014 solo poco più della metà conferma il voto al PD, che ne raccimola in ingresso una mezza milionata scarsa in ordine sparso mentre i flussi in uscita sono impressionanti: 1,7 milioni dritti nell’astensione (di nuovo un fenomeno in controtendenza contando che si passava da europee a politiche, dove generalmente l’affluenza aumenta) , 1,2 milioni verso +europa, Forza Italia e Lega (presumibilmente poco più della metà di quel flusso in entrata dal CDX del 2014 che quindi torna all’ovile), e infine 1,8 milioni dritti di nuovo verso il Movimento 5 stelle (il blocco posti-deologico sopracitato).

 

2019

La gestione Zingaretti appena iniziata adotta la tattica Bersani del 2013 per provare a riportare il PD “alle origini”. Gestione del partito modello “la ditta”, tentativo di alleanza con micro polo centrista e piattaforma programmatica frutto di compromesso fra continuità con l’era Renzi, qualche punto identitario di bandiera e sobrietà di governo,. L’appeal è ovviamente in caduta libera, complice il governo giallo-verde che sta caratterizzando la scena politica tenendo il PD ai margini. Il voto verrà dai più letto come “una sostanziale tenuta del PD che addirittura cresce un poco” ma la verità è molto meno rosea.

Prima di tutto il potenziale “interno”. Dall’anno prima solo 4 milioni di votanti confermano la fiducia verso il PD ed è il dato più basso di sempre. Un ultimo milione e mezzo se ne va verso l’astensione ma almeno questa volta è un dato in tendenza con l’astensione crescente in questa tornata elettorale. Zingaretti non riesce a scaldare i cuori di almeno un terzo dei votanti che erano rimasti a Renzi e ciò è fisiologico, ma fallisce nel rigonfiare il dato con i flussi importanti da recuperare: nulla da astensione, meno di un milione da 5 stelle e sinistra.

L’inglobamento di Calenda sopperisce in qualche modo alla separazione da + europa e riprende qualche centinaia di migliaia di voti dall’area liberale ma è tutto lì.

Cosa resta quindi del blocco di votanti del PD di Veltroni? Le vecchie guardie democristiane sono state ripulite, e i sopravvissuti sono migrati verso altri lidi. Allo stesso tempo è stato passato a fil di spada ogni sospiro movimentista, ambientalista e vagamente radicale. Perso infine l’appeal trasversale di Renzi senza avere chances apparenti di grandi rientri in scena, il PD vive ancora di una rendita di fedeltà del proprio blocco più anziano e di rendita di posizione, avendo accuratamente ucciso sul nascere tutte le possibili alternative a sinistra al grido di “finché c’è il PD la sinistra siamo noi”.

Il bacino potenziale di un partito è sempre complesso da valutare ma ad occhio possiamo stimare che tra i 13 e i 14 milioni di elettori abbiano votato almeno una volta il Partito Democratico. Di questi più della metà l’ha abbandonato per i motivi più disparati ma ogni motivo adducibile non presenta nessuna strategia di rientro.

La categoria della disillusione (se proprio non vogliamo scomodare il tradimento) ha creato un esercito di fuoriusciti verso l’astensione, di cui ben pochi sono tornati a votare, o peggio verso i 5 stelle. Parte di questi sono andati a formare il “blocco post ideologico” di circa 2 milioni di voti che a detta degli analisti sta incoronando i vincitori negli ultimi 5 anni, attratti dallo spirito del tempo e dalla novità (qualcuno direbbe dalla voglia di far saltare il banco) più che dal leader carismatico o dal programma radicale.

Gli altri hanno abbandonato per vari motivi, ma è indubbio che il flusso di voti “confermati” si è fatto via via più piccolo, qualsiasi sia sata la tattica politica adottata.
Il senso di responsabilità a cui la dirigenza PD ha più volte fatto appello per convincere gli elettori a “turarsi il naso” di fronte alla minaccia antidemocratica degli avversari è oramai un’arma spuntata (in circolazione sin dai tempi dell’antiberlusconismo) di scarso rendimento.
Non sembra esserci all’orizzonte quindi nè un pubblico a cui rivolgersi per conquistarne il primo voto, nè una tattica di comunicazione solida a sufficenza per convincere nuovamente chi ha deciso di abbandoare il Partito, per un motivo o per l’altro.
Il bacino di elettori potenziali del PD sembra essersi prosciugato e l’elenco delle ultime occasioni arrivato infine al fondo. Ad oggi il PD sembra essere incapace di crescere a dovere per compiere la propria missione “maggioritaria” e contemporaneamente la sua lenta agonia è il principale ostacolo ad un riordino di truppe che ci sono ma non tovano una proposta che possa riproporre la triade “programma”, “novità” e “opportunità di vittoria”.

Federico Dolce
35, M, Torino Laureato in Scienze Politiche, lavoro nell'Informatica da più di 15 anni. Mi occupo di mercato del lavoro, geografia politica, Europa. E computers.
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