Argo's Digest, POLITICA, SOCIETA'

È ora di affossare la mentalità politica del ‘chi vince prende tutto’

La via del consenso offre una scappatoia al caos della Brexit. Sappiamo che puó funzionare: abbiamo provato.

Hannah Rollins – Josephine Adabanri – Kiran Nihalani – Peroline Ainsworth
Questo articolo è stato pubblicato in inglese da OpenDemocracy lo scorso 6 ottobre.
Traduzione ad opera di Gabriele Tavella

A più di tre anni dal referendum sull’appartenenza all’UE, la gente nel Regno Unito a quanto pare si identifica più che mai tra ‘remainers’ e ‘brexiteers’. Gli attivisti di entrambe le parti sono diventati sempre piú irremovibili, come anche molti politici, nel supportare posizioni che mirano a ‘cancellare la brexit’ od ‘applicarla a qualsiasi costo’. Un linguaggio estremo ha infiammato il dibattito, mentre entrambe le parti rivendicano l’autorità morale evocando ‘il popolo’. Le posizioni che raccolgono prospettive diverse vengono invece derise.

Potevamo evitare tutto questo?

La strategia del consenso si impegna nel trovare soluzioni con le quali tutti possano convivere. Richiede un grosso sforzo mentale, ma potrebbe diventare prima o poi un’abitudine. Crediamo che questo possa rendere le persone capaci di ascoltare più efficacemente punti di vista differenti. Queste sono tre ragioni del perché:

1 Lo scopo non è ‘vincere’ ma costruire un quadro della situazione il piú completo possibile.

La strategia del consenso parte dal presupposto che nessuno conosce o detiene ‘la verità’. Tutta la nostra conoscenza e comprensione è parziale ed è solo combinando queste parti e prendendo seriamente diverse conoscenze che possiamo costruire un quadro abbastanza completo e arrivare a soluzioni che tutti potrebbero accettare. Per questa ragione siamo costretti a prendere sul serio un ampio spettro di punti di vista e affrontare persone con cui siamo in disaccordo. L’obiettivo non è smontare le argomentazioni degli altri ma creare delle condizioni per le quali chiunque si trovi a suo agio nel condividere la propria opinione. Ciò richiede di analizzare le relazioni di potere implicite poiché le circostanze di classe e socioeconomiche influenzano fortemente cosa percepiamo di essere in grado di dire, ascoltare e prendere seriamente.

Qualche anno fa, per esempio, intraprendemmo una ricerca partecipata sui benefici degli impatti del sistema sulle donne del posto. Alcuni di noi con alle spalle un’esperienza professionale di ricerca erano seccati che altri stessero tirando per le lunghe la pubblicazione dei risultati. Nonostante la loro profonda conoscenza analitica ed esperienziale dell’argomento, i membri con un background meno agiato non volevano ‘sedersi di fronte all’obbiettivo, andare in radio. Nessuno voleva davvero sentire la loro versione, la storia per cui erano lì perché era intimidente, esponente e vergognosa. (E avrebbe portato a pensare) Non voglio essere quella persona.

In questa ricerca, ‘quella persona’ era la madre single ricevente i sussidi mentre, nel caso della Brexit, il sentimento era quello di essere percepiti da votanti per il leave come ‘ignoranti e beffati’.

“Non tutti i remainers sono di classe media, ma c’è questa percezione che se voti per la Brexit devi essere un’opportunista, è così che ci si imbatte nel… Classismo”.

Questa percezione impedisce alle persone di dar voce alle opinion e amplifica l’impressione di essere impotenti che queste già avevano dovuto affrontare nella battaglia come madri contro i salari bassi. Forse è così perché studi mostrano come i remainers tendano a fraintendere le motivazioni dei leavers più che viceversa.

Un altro ragionamento riguarda la retorica adottata di usare la dicotomia ‘remainers = razionali’ e ‘leavers = emotivi’ perché inaccurata, e condizionante le preoccupazioni dei leavers sull’esser prese seriamente, dato che entrambi i voti avevano componenti sia emotive che analitiche.

“Ho votato emotivamente” ammette un remainer, “Mia madre è Francese, sono stato là tutta l’estate, è la mia identità. Non è stato a causa di una conoscenza approfondita delle relazioni commerciali. All’inizio mi sono sentito ‘nel giusto’, ‘razionale’… Per fortuna sono abituato qua ad essere messo alla prova – ci sono volute un sacco di conversazioni difficili con altri per cambiare il mio punto di vista“.

Nel frattempo una leaver spiega il complesso ragionamento dietro il suo voto:

“[è stato] un mix di ragioni; frustrazione per il lavoro del governo [Cameron] e la politica di tagli applicata a Londra sud dove vivo… carenza di alloggi e posti nelle scuole. Volevo che il governo si prendesse le sue responsabilità [invece di] un vortice di scuse inconfutabili su come dipendesse tutto dall’UE… Lunghe code negli aeroporti, problemi con i residenti all’estero, non sono così rilevanti per le persone come me senza un certo status culturale ed economico. L’Europa non sembra un mondo aperto in cui posso muovermi facilmente; le poche volte che ho l’ho visitata ho trovato una serie di reazioni di disagio perché ho una relazione multirazziale”.

È sconsolata dal fatto che il suo voto la macchi come prevenuta “contro gli Europei dell’est, come quelli che conosco bene nel mio complesso residenziale, da gente di classe media che li potrebbe conoscere solo in qualità di inservienti o idraulici”.

Non sono solo i leavers a sentirsi incapaci di parlare e inascoltati quando lo fanno. Anche i remainers che si sentono indecisi sull’UE si trovano tagliati fuori dal dibattito:

“Ho votato di rimanere soltanto nella visione di ‘Another Europe is Possible’. L’approccio che sostengo è quello ‘no borders’ nella politica globale [ma trovo] problematica la struttura economica dell’Unione. Ma mi è stato detto che questo ‘confonde il messaggio’”.

Senza queste prospettive, gli estremi continueranno a dominare il dibattito. I leavers nella nostra cerchia odiano essere associati ai violenti movimenti di estrema destra, come i remainers non si sentono legati agli slogan di ‘Bollocks to Brexit’ o alla posizione riguardo il mantenere lo status quo. “Mio padre era un remainer, ma trova il comportamento [da bulli] di alcuni remainer spaventoso, ora voterebbe leave”.

Praticando la via del consenso in caso di dissensi ha spostato le gerarchie di conoscenza percepite a Skills Network. Perché il consenso necessita di tutte le prospettive per poter funzionare, abbiamo dovuto “parlare sempre di potere [e] cercare di creare davvero un terreno di gioco uguale per tutti”.

È un duro lavoro ma è emozionante quando si interiorizza il consenso e “non cerco più di rafforzare le mie motivazione… quindi non ho più bisogno di ridicolizzarti”. “Posso vedere con facilità questo, e tu no. E tu vedi cosa io non riesco”. Questo è proprio quando la trasformazione avviene.

2 Il consenso ci costringe a superare blocchi e posizioni.

Qualche anno fa, dopo qualche delusione nel finanziamento, il nostro Network non riusciva ad accordarsi su come procedere. Alcuni volevano tornare a ‘rimboccarsi le maniche’ ponendoci obiettivi più tangibili, altri invece volevano seguire progetti cooperativi e non gerarchici.

La tensione si inaspriva ogniqualvolta una delle due parti provasse a persuadere l’altra senza successo. Le votazioni a maggioranza sono contro la nostra etica, perciò cambiammo l’interrogativo da “Cosa vogliamo fare?” a “Come vogliamo che sia il mondo?”. In piccoli gruppi i nostri membri hanno condiviso pensieri su quali fossero i loro ‘mondi ideali’ e abbiamo capito che tutti volevamo equità, una società dove ‘nessuno si sente inferiore agli altri o si sente in dovere di mettere altri al di sotto di lui per sentirsi bene’. Da qui nacque il nostro obiettivo generale di ‘dimostrare modelli che riflettano il valore di trattarci tutti come pari’.

Questo ha escluso gli interventi in stile ‘programma di lavoro’, ma volevamo ancora affrontare l’ostacolo delle donne alla partecipazione nel lavoro e nella vita pubblica. Così abbiamo deciso di focalizzarci su progetti che creassero ed amplificassero connessioni tra donne che vivono in circostanze difficili. Spostando la domanda abbiamo rimodulato la conversazione e trovato nuovi modi di procedere che soddisfacessero tutti.

E se cambiassimo il dibattito sulla Brexit allo stesso modo e parlassimo di cosa entrambi leavers e remainers vogliono in sostanza – un miglior servizio pubblico ad esempio, meno disuguaglianza, o una casa decente per tutti? Affrontare questi problemi è possibile tramite numerose modifiche della nostra relazione con l’UE, quindi ‘dentro o fuori’ non deve essere per forza la domanda.

3 Con la proprietà condivisa, è meno probabile che tu debba rivedere la domanda

Qualsiasi cosa succeda dopo nel dibattito in corso, una delle parti si sentirà sconfitta. La questione della Brexit non scomparirà; le questioni dove ci sono risorse in ballo non lo fanno quasi mai.

Allo Skills Network, la questione su come distribuire il lavori parzialmente retribuiti ricorre spesso. Inizialmente i cofondatori sentivano di essere i più adatti ad occuparsi di questo in modo imparziale, ma le discussioni non smettevano di scoppiare: ‘è andato tutto storto con l’arrivo del denaro’.

Così, quando cominciammo un nuovo progetto di coinvolgimento comunitario, ci approcciammo alla questione della retribuzione in modo diverso. Tutti noi ci sottoponemmo ad un giorno di formazione sulla pianificazione delle spese e passammo un giorno a studiare dei modi per gestire i soldi insieme. Discutemmo delle preoccupazioni riguardo impegni temporali, assistenza all’infanzia e spese a lungo termine. Affrontando i timori di restrizioni delle risorse abbiamo trovato soluzioni che hanno ampliato le nostre capacità. Come fece notare un membro “siamo felici di lavorare per ore volontariamente, è solo una questione di sentirla come una cosa giusta”. Non abbiamo mai più discusso della questione.

Lo stesso approccio può giovare anche a questioni controverse come l’immigrazione? L’idea che i remainers siano ‘aperti’ e sostengano l’immigrazione mentre i leavers vogliono costruire muri non coincide con le visioni all’interno del nostro gruppo, abbiamo sostenuto i membri che rischiavano di essere deportati e come dichiara un votante per il leave: “Sono un internazionalista: Sostengo chi vuole venire qua ma le risorse in alcune aree sono limitate. Chiediamo solo che questo venga preso in considerazione. Fate in modo che tutti abbiano ciò di cui hanno bisogno”. Una soluzione basata sul consenso potrebbe trovare soluzioni che soddisfino questa condizione, come reintrodurre il ‘immigration integration fund’.

Fare delle differenze un vantaggio

Senza opinioni contrastanti non possiamo capire appieno un problema. Tenere conto di diverse realtà crea una conoscenza collettiva ed un senso di titolarità che contrasta la mentalità del divide et impera, in questo modo le differenze possono essere vantaggiose. Un prcesso decisionale basato sul consenso può facilitare il dialogo su cosa la gente concorda, aprendo a diverse soluzioni su una ‘soft’ Brexit o sul rimanere/riformare/ribellarsi.

Al contrario, l’approccio della ‘hard’ Brexit o del ‘remain’ senza riforme potrebbe danneggiare ciò che alla gente è più caro, come il Servizio Sanitario Nazionale, sia tramite accordi di privatizzazione con gli USA o meccanismi come il TTIP che rimane uno degli approcci chiave della politica di mercato dell’UE.

Brendan Cox ha recentemente twittato che per onorare la memoria di Jo Cox dobbiamo “sollevarci con ardore per difendere quello in cui crediamo”. Ma sulla Brexit non ci stiamo prendendo posizione come popolo contro l’oppressore ma contro l’un l’altro. Forse è ora di tirarsi indietro. Interrogarci su quale conoscenza sia valida ed interagire con diverse visioni del mondo, le realtà complesse dovrebbero essere il cuore di qualsiasi movimento progressista.

Invece di “raccontar loro la verità” o “ripetere per l’ennesima volta” perché non ascoltarci e costruire una nuova ‘verità’, a partire dalle nostre conoscenze complesse, una che creeremo, esploreremo e difenderemo insieme?

Questo articolo è stato scritto a seguito di una conversazione con un gruppo di membri dello Skill Network con posizioni differenti riguardo la relazione del Regno Unito con l’Unione Europea, le citazioni sono prese da questa conversazione.

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Gabriele Tavella