Oltre Cultura

Dov’è finito il movimento No Global?

Quando 17 anni fa la polizia entrava nella Diaz sospendendo a suon di manganellate lo stato di diritto per una lunga notte, io avevo poco più di 7 anni. Di quei giorni non ho ricordi, soltanto racconti dei miei genitori che, in modi estremamente diversi, avevano reagito ai fatti di Genova. La mia narrazione riguardo quel movimento che a Berlino, Seattle, Goteborg, Genova aveva sfilato festoso e determinato non è che una costruzione a posteriori, creata a tavolino leggendo libri, sfogliando giornali, guardando film e documentari. La mia narrazione non prevede una parte attiva, per chiare ragioni anagrafiche.

La prima domanda che mi frulla nel cervello quasi 20 anni dopo la repressione di quel movimento straordinario che ancora echeggia nel presente è semplice, forse un po’ retorica, sicuramente necessaria: dov’è finito il movimento No-Global?
Dove sono finite quelle richieste, quelle proposte radicali, quasi utopiche, quella cinica analisi del futuro che oggi è il nostro presente? Dove la Tobin tax, dove l’estinzione dei debiti dei paesi dell’ “altro” mondo, dove le richieste di trasparenza, libertà, partecipazione, democrazia?

E’ possibile che quel popolo così determinato a raggiungere un altro stato delle cose oggi si sia riversato nei vari rassemblement della nuova destra europea?

E’ possibile che coloro che volevano accendere una luce sulle condizioni del sud del mondo, sullo sfruttamento delle multinazionali, sul lavoro umiliante e disumano, sul finanziamento dei regimi autoritari, oggi rimangano indifferenti a quegli stessi fenomeni? (tutt’altro che scomparsi!)

E’ possibile che la gente che si è riversata nelle piazze di tutto il mondo per manifestare la volontà di un diverso paradigma oggi non abbia più la forza, la voglia, la necessità di marciare, ancora, per le strade chiedendo un sistema differente?

E’ possibile che l’ambiente, la sua tutela, la possibilità di uno sviluppo sostenibile, siano temi minoritari, da “radical chich”, che abbiano perso la loro spinta propulsiva dopo il “green washing” operato dalle aziende del tessile, dell’agroalimentare e via dicendo?

E’ possibile che la lotta alla disuguaglianza crescente, al dominio assoluto della finanza, alla perdità di potere degli stati (democratici) a vantaggio delle multinazionali (private), alla cancellazione degli spazi di libertà, sia essa quella di acquistare, esprimersi, partecipare, fosse soltanto una moda passeggera e non una tensione reale e necessaria?

E’ possibile che coloro che avevano lottato come un unico movimento internazionale per dare alla globalizzazione un corso più giusto e un volto più umano oggi non vedano altra alternativa se non quella della chiusura, della distruzione, del nazionalismo?

Il movimento che molti faticavano a chiamare “No” Global è davvero diventato “NO” Global?

Le domande potrebbero andare avanti ancora per pagine e pagine ma non è questo l’obiettivo. L’obiettivo dovrebbe essere quello di guardarci dentro, di capire chi siamo, di chiederci se veramente vogliamo un mondo alternativo o se stiamo cercando soltanto uno spazio elettorale, di provare a leggere il mondo con altri occhi, vecchi o nuovi che siano, con categorie diverse da quelle dominanti, di ricominciare a sognare e far sognare le persone con noi, di studiare la rete per capire dove essa è bucata, dove poter allargare le maglie per infilarcisi dentro, dove poter tentare di romperla per ricucirla con trame che avremo immaginato.

Non tutto è perduto. Abbiamo un vantaggio. Se il mondo che 20 anni fa attivisti, intellettuali e militanti hanno immaginato non è più una terribile distopia bensì una durissima e tetra realtà, allo stesso momento abbiamo qualcosa e qualcuno con cui lavorare. Riprendiamo quelle analisi, quei temi, quelle richieste, contestualizziamole nel nostro tempo, ri-pensiamole, ri-immaginiamole, ri-sognamole. Ripartiamo, ripartiamo e basta.

Sappiamo come siamo arrivati dove siamo, non sappiamo dove siamo diretti. E’ giunta l’ora di sceglierlo noi.

Luca Gallo
Studente magistrale in Fisica dei Sistemi complessi per le scienze sociali, che sembra una roba assurda e infatti lo è
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