Politica e economia

Cosa non facemmo?

C’è una domanda che ormai da qualche tempo tormenta molte persone, con molte delle quali ho il piacere di condividere per ore le molteplici lamentazioni associate a questo dilemma: perché, a differenza della maggior parte dei paesi europei, l’Italia non ha un partito post-comunista (mi si permetta la semplificazione) con un consenso tale da non far temere ogni volta, nella migliore delle ipotesi, di non essere in grado di superare la soglia di sbarramento alle elezioni? In Francia, Mélenchon ha ottenuto in due successive elezioni presidenziali, prima l’11% poi quasi il 20% dei voti. In Grecia, SYRIZA è diventata il primo partito del paese, governando per 4 anni. In Germania, la Linke ha sempre goduto di un consenso non inferiore all’8% dei voti e governa in tre Lander, tra cui la Turingia, dove è il primo partito. Sia in Portogallo sia in Spagna ci sono due partiti della cosiddetta sinistra radicale, in appoggio esterno al governo nel primo caso, all’interno della maggioranza nel secondo. Simili casi si trovano in Belgio, in Irlanda, nei paesi scandinavi e in molti altri ancora. Fuori dal vecchio continente, anche stati generalmente avversi alla tradizione comunista, come Regno Unito e Stati Uniti, hanno visto crescere tra le fila dei partiti del centro-sinistra un’ala radicale giovane e in moltissimi casi di successo. Certo, si potrebbe contestare che questa piccola onda rossa che ha coinvolto l’Europa è oggi debole e senza una grossa eredità (discorso diverso andrebbe fatto per gli USA). Tuttavia, non si può negare che in Italia non abbiamo visto nulla di questo tipo. Dal 2008 in avanti, la sinistra-sinistra ha portato a casa il 3.12% con l’Arcobaleno, il 2.25% con Rivoluzione Civile, l’1.13% con Potere al Popolo. Mi rifiuto di contare in questa lista sia SEL sia LeU, per un verso o per un altro, che si sono dimostrati stampelle senza troppa prospettiva del Partito Democratico.

Si potrebbe pensare che in Italia il Movimento 5 stelle sia stato l’equivalente politico dei partiti e movimenti sopra citati ma, anche per ragioni che proverò a dettagliare più avanti, non posso essere d’accordo se non in parte. Un’ altra ragione può essere data dal fatto che, a differenza di altri paesi, il Partito Socialista Italiano è sempre stato un partito di sistema, che ha preferito in moltissime occasioni governare con la Democrazia Cristiana piuttosto che con il Partito Comunista. Meritatissimo l’appellativo di “peggiore partito socialista d’Europa”. D’altra parte, è giusto notare che il Partito Democratico porta con sé la maggior parte delle strutture e probabilmente degli elettori (che ancora decidono di turarsi il naso e votare) del vecchio PCI. Infine, si potrebbe discutere di quanto la formazione di una classe media non più proletaria durante gli anni del boom economico possa avere affievolito sia il consenso elettorale sia, in fin dei conti, la necessità politica di un partito come quello comunista (un fenomeno, quello della sproletarizzazione, che oggi potrebbe non solo essersi interrotto ma invertito). Tutti e quattro questi argomenti hanno indiscutibilmente valore. Voglio però qui portare un ulteriore argomento, che cerca di trascendere l’aspetto partitico per abbozzare un’ipotesi di carattere più culturale (sempre sperando nel perdono di chi sociologo o antropologo, a differenza mia, lo è davvero). Ben prima di trasferirmi a Catania, ho posto una domanda a me stesso e a tutti coloro che, vivendo in Meridione o interessandosi di questo per vari motivi, avevano un punto di vista privilegiato sull’argomento: come mai, nonostante la povertà e la disuguaglianza che regnano sovrane da secoli il PCI non ha mai sfondato nel Sud Italia? Provando a rispondere a questa domanda, forse, possiamo capire qualcosa di più sull’Italia intera. In fondo, se è nel Meridione che la sinistra ha sempre attecchito meno, forse è proprio il Meridione che può fornirci una qualche spiegazione del perché la sinistra ha finito col non attecchire più quasi ovunque.

Delle risposte che mi sono dato o che ho ricevuto elenco le tre più gettonate (e, si vedrà, non necessariamente tutte condivisibili). Una prima ragione potrebbe essere la mancanza di grandi stabilimenti industriali, luogo privilegiato per la formazione della coscienza di classe. In questo c’è del vero, tanto che il PCI è riuscito ad ottenere buoni consensi a Nord di Siracusa, dove il petrolchimico l’ha fatta da padrone, attorno a Napoli, con i suoi vari stabilimenti meccanici, nel Crotonese, tutt’attorno al porto. D’altra parte, una regione come l’Andalusia, in cui l’industria ha sempre rappresentato una piccola parte del PIL e in cui le condizioni socio-economiche sono comparabili con quelle della Sicilia o della Calabria, è notoriamente il principale bacino di voti dei socialisti spagnoli. C’è poi l’aspetto religioso, usato, spesso fin troppo banalmente, come spiegazione definitiva del limitato consenso elettorale sia nel Meridione sia più in generale in tutta l’Italia. Anche in questo caso possiamo trovare del vero, in quanto le regioni del Sud sono quelle con la più alta percentuale di persone che si dichiarano credenti e la Democrazia Cristiana è stata per anni in grado di compattare il voto cattolico contro il PCI (il famoso “Dio ti vede, Stalin no”). Tuttavia esistono dei contro-esempi. Le comunità autonome della Spagna del Sud, le cui processioni e le cui settimane sante possono fare invidia a molti equivalenti italiani, sono stronghold della sinistra da sempre. Vi è poi la Grecia, che nel 2017 si classificava al quarto posto tra 34 stati europei per numero di persone che consideravano la loro nazione fondata sul cristianesimo, primo fra gli stati appartenenti all’Unione Europea. Un qualcosa che non ha impedito a SYRIZA di ottenere il 36% dei voti alle elezioni del 2015. Una terza risposta è quella dell’ignoranza. Pur rigettando totalmente questa spiegazione, è necessario tenerla in considerazione, in quanto argomento spesso e volentieri usato in tempi recenti da partiti sedicenti progressisti italiani. Inoltre, questa mentalità classista, che purtroppo ha formato tanta parte sia della retorica sia dell’ideologia di certa sinistra italiana, ci mostra la polvere che abbiamo nascosto sotto il tappeto: un’ideologia e una cultura politica non socialista, che nel Sud Italia hanno trovato un terreno estremamente fertile. Di seguito voglio provare a tracciare lo sviluppo di tale ideologia.

Per il Mezzogiorno e più in generale per l’Italia si parla del rapporto conflittuale con la politica utilizzando molto spesso il termine “sfiducia”. Ne voglio proporre un altro, con lo stesso significato, però più potente: disillusione. Per il termine “disillusione” la Treccani scrive:  “perdita di un’illusione o delle illusioni, disinganno: al contatto con la realtà, la disillusione è inevitabile. In italiano, la parola “illusione” viene utilizzata esclusivamente in senso negativo, riferendosi con essa a quelle speranze che non potranno in nessun modo realizzarsi. Al contrario, in spagnolo, il termine “ilusión” non ha necessariamente un connotato negativo e ha il significato di sogno, speranza ma anche di felicità ed eccitazione. E se è vero che il “linguaggio è la casa dell’essere” si potrebbe chiudere qui questa discussione. Ma andiamo oltre. E’ innegabile che il pensiero marxista si basi sull’idea che il progresso sia un fatto inevitabile e che la storia, nell’alternarsi dialettico della lotta di classe, non possa che chiudersi con l’avvento del comunismo. Come spesso si dice, c’è un lato giusto (giusto perché necessariamente trionfante) della storia. E proprio in Sicilia troviamo alcuni degli intellettuali che più rifiutano questa visione provvidenzialistica e fondamentalmente positiva della storia: Giovanni Verga, Giuseppe Tomasi da Lampedusa, Federico De Roberto, Leonardo Sciascia, convinti sostenitori di un’idea pessimistica della natura, della politica e dell’uomo (tutti siciliani, vero, ne faccio mea culpa ma la mia cultura sul tema, al momento, è circoscritta a questi). 

I Malavoglia sono forse l’opera più emblematica di questa visione, il cosiddetto “ideale dell’ostrica”, rappresentato dai famosissimi personaggi di ‘Ntoni e di Lia. “Io non sono una bestia come loro. Io non voglio vivere come un cane alla catena, come l’asino di compare Alfio, o come un mulo da bindolo, sempre a girare la ruota; io non voglio morir di fame in un cantuccio, o finire in bocca ai pescicani” dice nel romanzo ‘Ntoni, deciso ad abbandonare Aci Trezza per raggiungere la città, emancipandosi da quella vita che non può essere chiamata vita. Così come Lia, ‘Ntoni perderà la sua battaglia personale, andando ad arricchire quel “ciclo dei vinti” che Verga ha costruito con i suoi romanzi più famosi. E allora l’ideale dell’ostrica diventa una dottrina della disillusione, che va intesa non come la fine delle illusioni quanto più come una illusione negativa, cioè come la certezza che ogni tentativo di cambiamento, di rivolta, di rivoluzione non può che finire con la sconfitta e tanto vale conservare quel poco che passa il convento: la famiglia, alla quale si può aggiungere fuori dalla finzione letteraria la patria e magari Dio. In quest’ottica, la rivoluzione, parola d’ordine della sinistra socialista e comunista, non può che terrorizzare quella che, in linea di principio, dovrebbe essere la sua guida: la classe lavoratrice che, privata di qualsiasi illusione positiva, si è convinta che il fallimento non è soltanto un rischio ma un’assoluta certezza.

Giovanni Verga

L’ideologia sviluppata da Verga sul piano individuale si riflette in una chiave politica nel Gattopardo di Tomasi da Lampedusa e nei Viceré di De Roberto: “bisogna che tutto cambi affinché nulla cambi”. Non solo non è possibile avviare un processo di cambiamento del sistema, ma questo stesso tentativo non è altro che una parte del sistema stesso, un suo modo di ricostruirsi: non la rivoluzione ma la restaurazione è l’unica certezza. E si può usare la stessa chiave di lettura per Todo Modo di Leonardo Sciascia (autore che, va sottolineato, molto difficilmente può essere considerato conservatore). L’omicidio dell’ex senatore Michelozzi avviene all’interno del quadrato degli esercizi spirituali ai quali partecipano le più alte cariche dello stato. L’assolutismo del potere è tale che esso arriva ad autodistruggersi per evitare di essere in qualche modo riformato. Qualsiasi rivolta è vana, in quanto il potere è come la “causa buona” di Dio, che “non è né anima né mente; che essa non ha immaginazione né opinione né ragione né pensiero; non si può esprimere né pensare. Non è numero né ordine né grandezza piccolezza uguaglianza disuguaglianza somiglianza dissomiglianza. Non è immobile né in movimento; non è in riposo né ha potenza, e neppure è potenza o luce. Non vive e non ha vita: non è sostanza né evo né tempo; di lei non vi è apprendimento intellettuale.” E se non c’è rivoluzione o riforma che possa cambiare il mondo, ecco che l’unica illusione possibile è quella della distruzione, del buttiamo giù tutto e ricominciamo da capo, dell’anti-politica tout-court, del Qualunquismo, da non intendersi con ignoranza ma come negazione di tutte le ideologie.

Arrivati a questo punto, il bravissimo (e anche molto antipatico) lettore nota che rimangono aperti due quesiti: come si è arrivati fin qui e se sia possibile svoltare rispetto a questo atteggiamento. Sfortunatamente, entrambi dovranno essere lasciati tali. Se sul primo ci sono moltissimi elementi di natura storica che potrebbero essere analizzati in una riflessione certamente più approfondita di questa, il secondo punto è decisamente più complesso da affrontare e rischia di essere limitato, di riffa o di raffa, a due risposte possibili: “sicuramente migliorerà” o “non cambierà nulla”. Ammettendo la sconfitta, lascio entrambe le questioni aperte. Aggiungo poi che questa analisi non può e non deve essere considerata come un tentativo di dare una spiegazione esaustiva dell’argomento, quanto più una (limitata) chiave di lettura. La mia speranza (o la mia illusione) è di aver messo in luce due aspetti. Il primo: se vogliamo comprendere il motivo per il quale nell’Italia intera (non solo al Sud) la sinistra non è più in grado di ravvivare le speranze delle persone, dobbiamo capire in primo luogo per quali ragioni e in quali condizioni quelle speranze, se ci sono state, sono scomparse. E una volta capito il perché forse potremmo tentare di far sentire una qualche forma di ilusión socialista a chi continua a vederla solo come illusione socialista. Il secondo: dobbiamo smettere di credere che la cultura di destra sia solo dettata dall’ignoranza e dal bigottismo. Al contrario proprio nella letteratura a tema sociale e politico possiamo rintracciare i fili di una ideologia che è riuscita, a fasi alterne, ad essere egemonica prima nel Sud e in qualche forma nel resto d’Italia. 

Voti Dc elezioni del 1972 (massimo MSI)

Voti Dc elezioni del 1972 (massimo MSI)

Voti MSI

Un’ideologia che ha un primo pilastro nel conservatorismo, volto a preservare quegli scogli a cui l’ostrica deve rimanere aggrappata, cioè ancora Dio, Patria, Famiglia, che dal punto di vista istituzionale ha avuto come più importante rappresentante politico la Democrazia Cristiana. Tuttavia, la DC ha rappresentato sempre il partito egemone della politica italiana, quel potere considerato irriformabile e necessariamente da abbattere. Non stupisce quindi che conviva con il conservatorismo un pensiero antipolitico e antisistema, in qualche forma liberale, se per liberale vogliamo intendere l’individuo in opposizione allo stato e al potere. Un’ideologia che si riflette, dal punto di vista strettamente elettorale, nel fortissimo consenso che il Movimento Sociale Italiano e Forza Italia (che storicamente ha sempre condiviso molto poco con i partiti popolari europei, anche se oggi tendiamo a dimenticarcelo) hanno sempre avuto nel Meridione. Senza dimenticare, ovviamente, il Movimento 5 stelle, che nelle ultime elezioni politiche si è palesato come “il partito del Sud”. Un consenso, quello del partito di Berlusconi e del Movimento, che si potrebbe riversare nelle casse di Fratelli d’Italia, che se nel 2018 rimaneva ancora confinato territorialmente nel Lazio, alle elezioni europee del 2019 ha raggiunto buoni numeri in larga parte del Meridione, specialmente in Puglia (8.89% su base regionale, picco di 11.90% in provincia di Lecce) e in Calabria (10.26%, con picco nelle province di Vibo Valentia, 16.11%  e Reggio di Calabria, 12.24%). Ed è proprio il forte successo che il partito di Giorgia Meloni sta ottenendo negli ultimi anni a rendere il tema più che mai attuale. Fratelli d’Italia governa l’Abruzzo, potrebbe da settembre governare sia le Marche sia la Puglia (più probabile la seconda della prima) mentre in Sicilia Nello Musumeci, governatore della regione, benché indipendente è considerato uomo molto vicino al partito di Meloni (dopo 25 anni nel MSI e 10 in Alleanza Nazionale non c’è molto da stupirsi). Su base nazionale, invece, il partito è stabilmente il secondo per percentuale di consenso all’interno della coalizione di (centro)destra e insidia il Movimento 5 stelle nel ruolo di terza forza del paese. Comprendere per quali ragioni questo stia avvenendo e proprio a partire dal Mezzogiorno è un qualcosa che non possiamo più ignorare.

Ringraziamenti:

Si ringraziano Gilda Borello, Federico Dolce e Andrea Russo per le interessanti discussioni che hanno portato alla scrittura di questo articolo, per i suggerimenti e per le correzioni apportate.

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Luca Gallo
Dottorando in Fisica dei Sistemi complessi. Polentone trapiantato a Catania. Tutte cose per le quali dici: "eh?"

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