Oltre il Lavoro

C’è qualcosa come la società: noi

C’è una rete che ci unisce tutti, che segue gli scambi di beni e servizi, gli affetti, il tempo passato insieme. Questa grande rete è la società, l’insieme di persone che l’un l’altra si aiutano a vivere.

Se vogliamo la si può guardare in soggettiva, seguendo i fili che ci legano ad altre persone e poi quelli che legano queste persone ad altre ancora, fino ad arrivare lontanissimi da casa.

La società è ciò che ci permette di specializzarci, di trovare il nostro ruolo e non preoccuparci di come soddisfare i nostri bisogni primari: i contadini riceveranno i vestiti dai tessitori, che a loro volta si sposteranno con gli autobus guidati dagli autisti che ascoltano la musica di qualche artista mentre guidano.

Le interdipendenze si sono create col tempo e ci hanno permesso di ottenere del tempo libero e di perseguire i nostri interessi. Allo stesso tempo però hanno richiesto alla società di coordinarsi, di darsi delle regole, di decidere cosa fare.

Un problema nasce quando le decisioni vengono prese da una parte della società nonostante il resto.

Uno degli elementi fondanti della società è la produzione dei beni primari affinché tutti ne possano disporre in maniere sufficiente alla sopravvivenza: parliamo del cibo, dei vestiti, di una casa.

A un certo punto della storia però, con la nascita del capitalismo, chi era nella condizione di decidere cosa produrre (quelli che un marxista definirebbe i possessori dei mezzi di produzione) ha smesso di regolare la capacità produttiva sulla base del quantitativo di beni necessari alla società, bensì sul ritorno di denaro previsto, trasformando così in merce di scambio i beni primari che la società gli chiede di produrre per tutti.

Così siamo arrivati a una società di affamati che produce cibo sufficiente per tutti e di senzatetto che ha costruito abbastanza case per tutti, in cui l’unica cosa che ci si cura di produrre è il denaro (che più che essere prodotto viene trasferito determinando un flusso che oggi ha una chiara direzione).

I think we have gone through a period when too many children and people have been given to understand “I have a problem, it is the Government’s job to cope with it!” or “I have a problem, I will go and get a grant to cope with it!” “I am homeless, the Government must house me!” and so they are casting their problems on society and who is society? There is no such thing!

Nel rendere tutto merce, nel garantire tutto solo dietro pagamento, il bisogno primario delle persone diventano i soldi e se non si è fortunati abbastanza da averne per altri motivi (per esempio un generoso lascito testamentario, o una paghetta settimanale a due o tre zeri) oggi serve lavorare dietro compenso.

E il bisogno primario di una persona diventa quindi il salario per poter comprare i beni realmente primari: ciò determina una sovrastruttura che non ha nulla a che fare con l’idea propria di società, ma è conseguenza di questa particolare organizzazione della società, che ha accettato il capitalismo come regolatore della produzione.

Arriviamo quindi al paradosso che se una persona è senza casa o non ha abbastanza da mangiare il problema che la classe politica cerca di risolvere è la sua disoccupazione, non la sua povertà.

E ciò rende il lavoro salariato una merce ancora più fondamentale e richiesta, trasferendo ulteriore potere a chi può garantirlo.

Il salario viene corrisposto generalmente in cambio del proprio tempo da chi organizza la produzione (cioè dai sopracitati possessori dei mezzi di produzione), dalla società in cambio dello svolgimento di compiti utili a tutti (cioè dallo stato o dagli enti locali) o, in casi più rari, direttamente da una persona ad un’altra in cambio di un lavoro (il caso dei bottegai, degli idraulici o degli avvocati).

Il capitalismo fornisce il primo laddove e fintanto che permetta di produrre denaro (il che significa che, come oggi, il salario può essere molto basso e nient’affatto sufficiente ad evitare la povertà per il lavoratore), il secondo dipende dall’organizzazione dello stato e dalla ricchezza delle sue casse (che sono sicuramente meno piene oggi di un tempo, quando lo scaglione massimale dell’IRPEF era al 72% e il debito al 60%) mentre il terzo dipende dalla ricchezza delle persone che devono poter cedere una parte del proprio salario senza diventare povere facendolo.

In nessun caso viene tenuto conto delle reali necessità delle persone, della società nel determinare quali siano le professioni che debbano essere retribuite e, quindi, svolte: il pericoloso mix di capitalismo e marketing ci porta a comprare e produrre cose che non servono solo perché sono profittevoli per i possessori dei mezzi di produzione, lo stato e gli enti locali sono limitati da vincoli contabili e l’impoverimento generalizzato riduce allo stretto indispensabile il ricorso a prestazioni di professionisti.

Eppure ci sono necessità quotidiane legate al benessere degli individui o dell’ambiente, come l’assistenza psicologica o sanitaria, un’educazione di qualità, una riconversione in senso ecologico della produzione, una riprogettazione degli spazi urbani e di vita, che non vengono soddisfatte non per mancanza di persone disponibili a soddisfarle (anzi la rete del volontariato ci dimostra l’esatto contrario) ma perché non c’è la possibilità da parte del necessitante di retribuirle, costringendo l’incontro tra necessità e disponibilità nei ritagli di tempo del volontariato, perché il pane a casa lo devono portare tutti.

Riportare lo scopo della produzione sui beni invece che sul denaro non richiede di organizzare piani quinquennali di sovietica memoria. Tutt’altro.

Così come il capitalismo ha prosperato in Cina senza il libero mercato, così il libero mercato può prosperare senza il capitalismo.

Ciò richiederebbe però di cambiare tanti presupposti dell’attuale sistema fiscale: se un’azienda deve produrre beni ciò che andrebbe scoraggiato (e quindi tassato) non è la retribuzione dei lavoratori o gli investimenti in nuovi macchinari ma i prodotti “di scarto” della produzione: i dividendi, i surplus generati dalla compravendita di proprietà e le altre forme di investimento che sfruttano l’azienda per aumentare appunto il capitale dell’investitore.

There are individual men and women and there are families and no government can do anything except through people and people look to themselves first. It is our duty to look after ourselves and then also to help look after our neighbour and life is a reciprocal business and people have got the entitlements too much in mind without the obligations, because there is no such thing as an entitlement unless someone has first met an obligation and it is, I think, one of the tragedies in which many of the benefits we give, which were meant to reassure people that if they were sick or ill there was a safety net and there was help, that many of the benefits which were meant to help people who were unfortunate—“It is all right. We joined together and we have these insurance schemes to look after it”. That was the objective, but somehow there are some people who have been manipulating the system and so some of those help and benefits that were meant to say to people: “All right, if you cannot get a job, you shall have a basic standard of living!” but when people come and say: “But what is the point of working? I can get as much on the dole!” You say: “Look! It is not from the dole. It is your neighbour who is supplying it and if you can earn your own living then really you have a duty to do it and you will feel very much better!” 

There is also something else I should say to them: “If that does not give you a basic standard, you know, there are ways in which we top up the standard. You can get your housing benefit.”

Oggi produciamo abbastanza per soddisfare i bisogni primari di tutti e la corsa all’automazione renderà necessario per questo il lavoro di ancora meno persone. Corsa che oggi è frenata, come nell’ottocento, dalla disponibilità di lavoratori poveri, ricattabili e quindi sottopagati.

Abbiamo quindi la possibilità di rivolgerci verso le necessità del benessere: un bel posto in cui vivere, la serenità che sbagliare non significa fallire, la saluta fisica, psicologica e sociale, l’arte, la convivialità.

Potendo avere tutto quello che ci serve per vivere possiamo cercare quello che ci piace per vivere meglio noi e con gli altri: siamo tutti d’accordo che si vive meglio in mezzo a persone che stanno bene, che non sono violente o prevaricatrici, e che quindi il benessere degli altri pezzi di società genera il proprio, con un bellissimo feedback positivo.

Se garantissimo a tutti uno standard di vita sufficiente a soddisfare i propri bisogni primari (ad esempio ripristinando e espandendo il welfare state dell’Europa degli anni settanta e introducendo un reddito universale di base) solo seguendo le vocazioni di ognuno gran parte di questi lavori per il benessere potrebbero essere coperti senza compenso o con compensi che non ti permetterebbero oggi di vivere (permettendo per esempio a tutti di accedere a una consulenza legale o all’assistenza psicologica senza dover dar fondo ai propri risparmi). E per il resto si può fare leva sulla bramosia: oggi il costo del lavoro è basso perché tutti abbiamo bisogno di lavorare per poter provare a sopravvivere, nel venire meno ciò, potendo rifiutare il lavoro, si riacquista potere contrattuale potendo lavorare meno con un salario maggiore per, ad esempio, potersi pagare un viaggio o una casa più grande.

Pensare che un welfare state che garantisca a tutti uno stile di vita essenziale sia la morte del lavoro salariato mi sembra miope, sarebbe come affermare che nessuno ama permettersi uno sfizio in più o regalarsi qualcosa di bella ma non essenziale.

D’altra parte rischia di uccidere il lavoro sottopagato, che non mi sembra sia un male.

But it went too far. If children have a problem, it is society that is at fault. There is no such thing as society. There is living tapestry of men and women and people and the beauty of that tapestry and the quality of our lives will depend upon how much each of us is prepared to take responsibility for ourselves and each of us prepared to turn round and help by our own efforts those who are unfortunate. And the worst things we have in life, in my view, are where children who are a great privilege and a trust—they are the fundamental great trust, but they do not ask to come into the world, we bring them into the world, they are a miracle, there is nothing like the miracle of life—we have these little innocents and the worst crime in life is when those children, who would naturally have the right to look to their parents for help, for comfort, not only just for the food and shelter but for the time, for the understanding, turn round and not only is that help not forthcoming, but they get either neglect or worse than that, cruelty.

Ci sono delle connessioni profonde fra gli esseri umani fate di interdipendenze, di relazioni e di affetti.

Fra questi ultimi si consolida di solito il nostro nucleo più stretto, quel gruppo di persone con cui passiamo più tempo, di cui abbiamo più a cuore le sorti: sono spessi i compagni di vita, gli amici più stretti, talvolta i figli e i genitori.

Questa unità minima è quanto di più simile alla concezione tradizionale di famiglia io riesca a immaginare, con però un’enorme differenza: ciò che la tiene insieme sono i legami affettivi e non quelli parentali, sono le persone che ho scelto.

Affrontiamo oggi il problema di nonni e genitori la cui rete sociale è solo strumentale alla sopravvivenza, che non hanno un nucleo affettivo al di là dei figli da cui pretendono di essere ricambiati, da cui pretendono di essere seguiti nel momento del bisogno. Figli che vengono additati come insensibili traditori se non lo fanno. Anche se hanno litigato coi genitori e preso strade diverse.

Riconoscere che facciamo parte di una società più complessa e incentivare il coinvolgimento di tutti in essa permette di rompere certi legami imposti concentrandosi su quelli realmente sentiti, scongiurando d’altra parte la solitudine.

Margaret Thatcher

Trentadue anni dopo questa intervista il sistema immaginato da Margaret Thatcher è molto reale e conosciamo i danni che ha fatto a livello sociale e non solo.

Abbiamo bisogno di immaginare qualcosa di completamente diverso, a partire probabilmente dal lessico, che infranga i tanti tabù che il neoliberismo è riuscito a imporre.

Non dobbiamo avere paura di guardare criticamente l’organizzazione sociale e produttiva, a partire dalla famiglia e dalle risposte che diamo alla povertà, dalla definizione che diamo di lavoro e dal ruolo sociale che attribuiamo al salario.

Fino ad arrivare a rivendicare che l’ozio non sia un diritto solo per i ricchi patrizi ma anche per schiavi e plebei.

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Michele Ciruzzi
23 anni, Milanese insediato a Torino.
Studente di Matematica e Economia. Giocatore di Ruolo.
Di Sinistra e Democratico, però non riesco a essere amico di tutti...
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