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Questo 5 settembre, Chiara Appendino ha pubblicato un post in cui affronta il problema dei senzatetto. Definisce Torino “in prima linea per combattere la marginalità”, e in mezzo a diverse banalità e diverse lodi (meritate) al sistema di volontariato torinese, si intravede una visione del povero paternalista e colma di sufficienza:

“Paradossalmente, proprio l’efficienza dei sistemi di assistenza della Città, fa sì che ogni inverno circa un centinaio di senzatetto provenienti da fuori Torino (circa la metà del totale) si stabiliscano qui, senza fare ritorno ai luoghi di provenienza.”

Questo è il primo esempio, in questo articolo, della classica tattica Appendino: spostare la problematica adulando la città di Torino e i suoi cittadini. I servizi assistenziali di Torino saranno anche efficaci, ma i senzatetto non si spostano solo per avere il letto più comodo, si spostano perché nelle zone limitrofe a Torino i letti praticamente non ci sono.

Ma perpetuare questa visione “soft” della vita di strada serve solo a rendere più credibile ciò che dirà dopo.

“Tuttavia quasi sempre quella di rimanere in strada – e il conseguente rifiuto degli aiuti – è una precisa scelta, dettata principalmente dal fatto che così facendo è più facile accumulare denaro attraverso le elemosina. Da qui il primo punto che voglio ribadire: non fate elemosina ai senzatetto.”

I senzatetto restano per strada perché a loro piace così. Sono troppo svogliati e troppo confortevoli nei loro letti di cartone per tirarsi fuori da quella condizione.

La tesi del rifiuto degli aiuti trova riscontro in molte testate che non si prendono la briga di chiedere ai senzatetto in questione ma semplicemente assumono che il rifiuto sia dettato da capriccio e rifiuto delle regole.

Questa tesi non tiene da conto di due fatti semplici: la maggior parte dei clochard non rifiuta affatto gli aiuti, e i pochi (in proporzione) che li rifiutano, non lo fanno certo per noia. L’unica testata online che sembra essersi presa la briga di riportare l’opinione di questi “barboni ingrati” sembra essere Bologna Today, attraverso le parole di un’addetta:

“Si tratta di persone, per la maggior parte di nazionalità italiana, che in qualche caso guadagnavano anche 2mila euro al mese, prima di perdere tutto. Prima la perdita del lavoro, poi l’assottigliamento della rete sociale e, infine, l’allontanamento degli affetti trascina con sé una spirale fatta di distaccamento, di perdita dell’autostima, di auto-isolamento, fino all’indigenza”

Queste persone non sono pigre, ma sono piuttosto il risultato di una società che ha fallito nell’aiutarli quando erano in difficoltà, fino a che non hanno toccato il fondo; non vedono più via d’uscita, e accettare l’aiuto dei volontari sembra loro solo un altro fallimento ancora.

Se rifiutano gli aiuti ora è perché non li abbiamo aiutati prima. Non è una scelta razionale, ma dettata da un profondo smarrimento e senso di fallimento.

Ovviamente la sig.ra Appendino si guarda bene dall’imputare a chiunque se non agli indigenti la colpa del loro fallimento, anzi ne approfitta per dare un’altra carezza all’ego torinese:

“Lasciatemi spiegare. La solidarietà dei cittadini torinesi è nota e di questo vi ringrazio infinitamente.”

Dopo una sviolinata alle iniziative, arriva una frase che sembra quasi buttata lì a caso, appena prima della chiusura:

“Inoltre, per disincentivare lo stabilizzarsi nelle piazze auliche, provvederemo a inserire degli elementi di arredo urbano negli spazi più propensi ad essere occupati.”

Sembra una misura innocua, ma non lo è. Ciò a cui la sig.ra Appendino sta facendo riferimento è la creazione di elementi architettonici ostili.

L’intento è ovviamente quello di perseguire il pubblico decoro scacciando indigenti, tossicodipendenti, adolescenti chiassosi dai posti dove non li si vuole vedere.

Crolla l’immagine della Torino accogliente che la sindaca voleva proporre. Alla giunta non sembra tanto interessare aiutare i senzatetto, quanto evitare che ammorbino la vista delle belle piazze comunali.

Ma ovviamente questa non è una nuova strategia, bensì molto vecchia (come molte delle idee che sono uscite dal M5S). La prossima volta che vi capiti di girare per le vie di Torino, guardatevi attorno, e potrete facilmente individuare elementi di architettura ostile quali:

  • Panchine che non permettono di sdraiarsi, o che sono molto fredde, così il senza tetto non può dormirci
  • Spuntoni su muretti o gradoni per evitare che qualcuno di non gradito ci si possa sedere
  • Superfici inclinate
  • Rastrelliere di bici piazzate in posti dove l’unico scopo assolto è quello di impedire a “malintenzionati” di sdraiarvisi

Ad esempio tutte le panchine della GTT obbediscono a queste regole, assieme alle due stazioni. In queste ultime noterete anche la quasi totale assenza di posti a sedere in qualsiasi zona non privata, quali bar o ristoranti.

Queste misure sono pensate principalmente per ridurre l’afflusso di senzatetto, immigrati e “poveri” di vario genere a luoghi che devono essere frequentati dalla “gente perbene”, anche a scapito della fruibilità del luogo da parte di tutti.

Che le intenzioni della sindaca siano quelle di perseguire il pubblico decoro ad ogni costo, sono evidenti anche dalle dichiarazioni degli ultimi giorni: infatti all’ordine del giorno del consiglio comunale è arrivata una proposta di inviare al ministro dell’interno la richiesta di inserire nel futuro “Decreto Sicurezza” la possibilità di individuare e limitare l’apertura dei negozi nelle aree “a rischio degrado”, come nel Comune di Torino si sta già facendo da diverso tempo, e la sig.ra Appendino non ha perso tempo a pubblicizzarlo.

Da lei è stata ripubblicato anche un articolo de La Stampa che individua tra i maggiori problemi dei cosiddetti “banglamarket” la concentrazione di “immigrati, anche clandestini” (sic), e il fatto di essere “rifugio per disperati”.

Il programma è sempre lo stesso: nascondere i poveri nelle zone meno visibili ed udibili, per permettere ai più abbienti di vivere con la pace nel cuore.

Poco importa se i poveri restano poveri.
Poco importa se i tossicodipendenti restano tossicodipendenti.
Poco importa se gli stranieri non hanno nessun posto dove trovarsi tra loro, e devono accontentarsi delle strade laterali, poco frequentate e che e che acquistano subito una brutta e spesso immeritata fama.

L’importante è che lo facciano lontano dai palazzi signorili.

Le “piazze auliche” diverranno il sogno silenzioso di chi vi abita sopra: senza panche, senza tettoie, senza vita.

David Chiappini