Lavoro, Oltre il Lavoro

Abbondanza e solitudine

Abbondanza e Solitudine

Nonostante questi anni di grande crisi, l’inizio del millennio ci ha regalato soprattutto abbondanza.
La produzione agricola mondiale sarebbe sufficiente a sfamare l’intera popolazione, la ricchezza dei grandi ricchi e delle grandi aziende è ben maggiore del PIL di uno stato africano.

Quello che manca, la grossa sfida che abbiamo davanti, è la redistribuzione di questa abbondanza per permettere un cambiamento nella nostra società.
Un cambiamento che possa portare un mutamento radicale nell’idea di essere umano e di rapporti interpersonali alla base della nostra società.

“There is no such thing as society. There is living tapestry of men and women and people and the beauty of that tapestry and the quality of our lives will depend upon how much each of us is prepared to take responsibility for ourselves and each of us prepared to turn round and help by our own efforts those who are unfortunate.”
Margaret Thatcher

Dopo l’affermazione di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, che hanno portato il liberismo e la visione umana connessa a diventare egemoni nell’occidente, nessun grande cambio di prospettive si è concretizzato.
Il crollo dell’URSS ha permesso anzi al neoliberismo di affermarsi in tutta Europa senza un vero contraddittorio, come se non ci fossero alternative.

Il mantra della produzione, l’immagine del self-made man che con il proprio (duro) lavoro non solo mantiene la famiglia ma riesce a diventare ricco hanno influenzato non solo le politiche pubbliche, ma più in generale la struttura sociale.
La visione economicista della (inesistente) società rappresenta gli individui come individualisti ed egoisti, come agenti che mirano ad accrescere la felicità propria e della propria famiglia con maggiori beni e ricchezze.
Il discorso, allora, racconterà un arcipelago di individui (o al limite piccoli gruppi sociali, come le famiglie) intenti a produrre, consumare e accumulare.
Ma in mezzo a queste isole qualcuno, pochi in verità, possederà le navi necessarie a spostare queste merci e, incontrastato, potrà dettare le condizioni, perché ci vuole troppo per accumulare abbastanza per comprare una barca.

Individui: individualità contro individualismo

“Every man is, no doubt, by nature, first and principally recommended to his own care; and as he is fitter to take care of himself than of any other person, it is fit and right that it should be so.”
Adam Smith

In un mondo atomizzato e sorretto, per i molti, dal lavoro e dai consumi il percorso verso la felicità sembrerà sempre simile a sé stesso e, spesso, incompatibile con quello altrui.
La mia promozione, che mi permetterà una casa troppo ampia per essere abitata o una macchina troppo grossa per essere parcheggiata, sarà possibile solo se non verrà promosso prima qualcun altro.

In questo sogno, americano, non c’è spazio per gli altri: ognuno è il protagonista della propria vita fatta da sé, ogni individuo si ritrova a dover pensare per sé.
Così facendo però si perderà, divenuto uguale a tutti gli altri avrà rinunciato a scoprire sé stesso.
I nomi vengono dati per riconoscere ciò che è diverso, altro, dal conosciuto e viceversa è nella diversità che i nomi assumono un senso.

L’individualismo ci ha fatto perdere di vista l’individuo e la sua individualità.
L’individualità, la consapevolezza di essere portatori di qualcosa di unico e particolare, nasce dall’alterità che si conosce nello spazio sociale del rapporto umano.
Negare la società significare togliere agli uomini le relazioni, togliere agli uomini le devianze dai comportamenti omologati.

Negare la società porta a negare l’individualità di ognuno, la sua libertà di scoprirsi e di essere.

(Le due) Libertà

Essere liberi nella storia ha assunto due valenze molto diverse a seconda del contesto e delle tesi.
Si può essere liberi perché nessuno ti impedisce di fare qualcosa, e viene detta libertà negativa.
Oppure si può essere liberi perché si è messi nella condizione di scegliere senza che solo una delle alternative sia realmente percorribile, e viene detta libertà positiva.

Il pensiero neolib si concentra soprattutto sulle prime. 1
L’idea portante è che a nessuno deve essere precluso qualcosa a meno che ciò non precluda, sul piano del diritto, a sua volta qualcos’altro ritenuto più importante.
Da questo principio nasce l’idea che lo stato non debba imporre tasse e regole piuttosto che lasciare a ognuno la scelta su come spendere i suoi soldi.

La libertà negativa assunta a principio non vede di buon occhio le regole che sono però il fondamento di ogni società, di ogni comunità che provi a collaborare per un fine condiviso che non sia la mera somma degli scopi dei singoli.
È chiaro quindi che solo in un mondo atomizzato le libertà negative possono essere la forma più importante di libertà e viceversa esse conducono per forza a un mondo individualista.

D’altra parte l’individualità ha bisogno di esplorare e scoprire per definirsi, e ciò può essere possibile solo se gli errori e i piccoli fallimenti non pregiudicano la nostra vita.
Per poter deviare dal gruppo bisogna essere sicuri che in caso la propria scelta si riveli sbagliata non si perda tutto.
Ci devono essere delle alternative per poter scegliere, ci devo essere delle possibilità per poter trovare la propria individualità.

È necessario, quindi, per riscoprire le individualità dei membri della comunità preferire alle libertà negative, che hanno atomizzato la non-società, le libertà positive, che ricostruiscono la comunità e le reti di sicurezza sociale.

La sfida politica sarà trovare il modo di garantire a tutti le libertà positive e per farlo sarà necessario ricostruire le comunità.

Quali comunità

Una volta ogni cittadino aveva alcuni punti fermi su cui fare affidamento.
Il coniuge, i figli e i genitori formavano un solido nucleo di appartenenza che, con ruoli ben definiti, spesso condivideva la stessa casa e parecchio tempo insieme. La parrocchia (o la casa del popolo) era un punto di riferimento dove si entrava in contatto con altre persone con opinioni e interessi più o meno comuni.

Oggi la famiglia è sempre meno basata sui legami di sangue e sempre di più sugli affetti: sempre più persone non convivono o convivono con amici, non hanno figli oppure partono lasciando soli i genitori. Il numero medio di componenti familiari si è abbassato, le “famiglie” di un solo componente sono in aumento. Allo stesso modo la chiesa e i partiti di massa hanno perso il loro ruolo di guida e i loro spazi hanno chiuso o si sono spopolati.

Ciò che rimane come unico collante sociale è il lavoro.
Le persone si identificano ancora, ad esempio sulla carta d’identità o quando si presentano, con il loro lavoro, che sempre più spesso però è precario, temporaneo o atipico. Attraverso il lavoro le persone acquisiscono il diritto ad alcuni dei più importanti strumenti di tutela sociale, come le pensioni, i sussidi di disoccupazione e, in molti paesi, il reddito minimo.
L’unica comunità rimasta a un uomo è spesso il lavoro, e perso quello si è naufraghi.

Per questo è necessario immaginare nuovi spazi di comunità con creatività e coraggio, a partire da nuove forme di abitare che favoriscano la condivisione di spazi e esperienze dei nuovi nuclei “familiari”, composti anche da amici e gruppi di famiglie, e da nuovi spazi vivi nella città dove i cittadini e le loro associazioni possano condividere interessi e attività.
Ma soprattutto legittimare altre forme di partecipazione alla comunità oltre al lavoro retribuito, permettere che anche il tempo speso, ad esempio, per la cura del proprio prossimo, per organizzare e realizzare attività culturali e ricreative per la comunità venga considerato tempo utile.

Perché adesso?

Il sistema produttivo sta cambiando vorticosamente: professioni che oggi sono considerate fondamentali dieci anni fa non esistevano, le aziende più importanti al mondo oggi impiegano una frazione dei lavoratori che venivano impiegati vent’anni fa dai giganti mondiali.
Il sistema del lavoro sta cambiando e la precarietà è diventata un fenomeno strutturale che accompagnerà molti giovani per tutta la loro vita.
Anche il sistema politico sta cambiando: alle Europee del ‘99 socialdemocratici, popolari e liberali (le tre grandi famiglie del ‘900) raccoglievano il 75% dei voti, oggi in molti paesi europei stanno perdendo la loro rappresentanza parlamentare.

Siamo sempre più vicini a un punto di non ritorno in cui l’attuale struttura sociale condannerebbe i molti alla povertà.
La disoccupazione strutturale sembra sempre più vicina a divenire reale, la ricchezza sottratta dai miliardari al resto del mondo attraverso l’accumulo cresce esponenzialmente, la bomba demografica è vicina a esplodere in occidente e nel mondo.

Nella seconda metà del novecento, grazie all’espansione economica e allo spettro del comunismo, sono stati conquistati tantissimi diritti sociali di cui ancora oggi beneficiano i protagonisti di quegli anni: il sistema pensionistico e di tutele per il lavoro risultano anacronistici rispetto alle forme di (dis)occupazione contemporanee e talmente onerosi da essere destinati a fallire prima che gli attuali 40enni raggiungano la pensione; il sistema sanitario allo stesso tempo si sta facendo carico della cura delle malattie degli anziani molto più di quanto non si occupi della salute dei giovani.
E gli equilibri elettorali, che vedono negli anziani il principale blocco di elettori attivi, rendono quasi impossibile un cambio dello status quo.

Prima che il sistema ci travolga collassando sugli enormi capitali e su una popolazione sempre più vecchia è necessario cambiare il sistema.
E quando i problemi sono grandi, bisogna puntare in alto.

Penso che una se non due generazioni di questo paese si stiano vedendo sottratto il futuro dall’immobilismo in uno status quo che le condurrà alla povertà e alla ricerca di sé dove non si potranno trovare.
Credo che sia il momento di rivendicare anche per sé qualche sicurezza e tante possibilità, tante volte la facoltà di scegliere.
Perché essere ricchi non è un diritto e diviene un peccato nel momento in cui qualcuno perde per questo le proprie libertà positive.
Perché la garanzia di un reddito e le cure mediche sono un diritto universale che non si sblocca solo dopo quarant’anni di contributi.

È probabilmente giunta l’ora di un conflitto tra chi non ha pur facendo e chi ha senza fare.
Tra chi non può scegliere perché sotto la spada di Damocle della povertà e chi si permette di scegliere al suo posto.
E non potrà che essere anche un conflitto generazionale.

  1. Questo è particolarmente vero in ambito economico. Prendendo in considerazione invece le libertà civili (il diritto all’aborto, la non discriminazione in base al genere, …) spesso il pensiero economico neolib si è manifestato attraverso posizioni neocon (neo-conservatore) in cui a una forte tutela della libertà negativa in ambito economico si è accompagnato un paternalismo etico di fondo sul tema dei diritti civili. Su questo aspetto quindi anche la sola libertà negativa non è pienamente conquistata su tutto il fronte.
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Michele Ciruzzi
23 anni, Milanese insediato a Torino.
Studente di Matematica e Economia. Giocatore di Ruolo.
Di Sinistra e Democratico, però non riesco a essere amico di tutti...
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