Politica e economia

26 Settembre

21 Luglio

Dopo una crisi politica che ancora non riesco a decifrare con gli strumenti della ragione, ma solo con quelli del bispensiero, ci siamo tutti accorti che non c’era tempo.

Non c’era tempo per fare qualcosa di buono, di interessante o di nuovo.

Ed è importante ricordarci che non è colpa nostra, di noi singole persone: i due anni di pandemia prima di questa crisi hanno dilaniato il tessuto sociale, fatto mattanza di spazi associativi e ridotto le relazioni personali al nocciolo per chi di noi era riuscito a crearne uno negli anni precedenti.

Le strutture già esistenti invece, quelle cioè che disponevano di qualche forma di organizzazione territoriale o di disponibilità mediatica o finanziaria, non sono state in grado di porsi, né durante la pandemia né dopo la crisi di governo, in un posizione di ascolto (su questo ci torno più avanti), delineando per le elezioni dei percorsi di pura sopravvivenza, chiamando più a far far quadrato i propri che ad allargare il consenso.

Questo ha creato degli improbabili cartelli elettorali, eterogenei fino al sembrare pasticciati, con una data di scadenza stampata sopra: 25-09-22.

A chi comunque si è lanciato, ha provato a fare qualcosa (spesso nonostante la credibilità persa dai dirigenti) in questo momento va tutto il mio ringraziamento per il loro coraggio, ma il loro sarà, temo, un grido d’aiuto urlato nel deserto.

Luoghi, Persone

Quando si è cominciato a riaprire tutto dopo la pandemia, spesso per sincera responsabilità, tutto non ha incluso i servizi pubblici e i circoli culturali e aggregativi. Alcuni di questi non hanno riaperto nemmeno più tardi, altri, molti, si sono trasformati da luoghi di incontro a luoghi di consumo.

Una sensazione frequente e comune, condivisa da molti amici, è il desiderio fortissimo di un luogo dove andare, stare, (bere qualcosa, a poco, se si ha voglia,) incontrare qualcuno di simile a noi, qualcuno del clan, qualcuno di interessante con cui parlare e sentirsi a proprio agio. Ricostruire comunità.

La sfida grande che abbiamo davanti a noi da Ottobre non è tanto quella di tornare a far politica per fare politica, ma quella di creare comunità per fare politica.

Tornare a vedersi, parlarsi, allargare la rete sociale, divertirsi e, se capita, discutere.

Per fare ciò servono spazi e pretesti, dobbiamo riuscire a usarli dove ci sono e immaginarli dove mancano.

Gli spazi possono essere bar, circoli, case del quartiere, o se il tempo lo permette parchi e piazze.

I pretesti sono molti: penso mi rimetterò a insegnare matematica, magari a organizzare dei momenti di gioco. Quello che però penso sia importante è non partire dal proprio desiderio di testimonianza, dall’attività fatta per altri che non la hanno chiesta e per cui sei un estraneo (penso a molte attività che fatte in periferie dove non si è mai stati hanno vita breve), ma dal proprio desiderio di comunità, da quello che ci piace fare e che vorremmo fare insieme ad altri come noi.

Partire da noi stessi, da chi conosciamo, nel costruire comunità, può essere la strada (che credo abbia funzionato poco ma più volte di altre) per non trovarsi da soli nel momento di testimonianza e servizio, per farsi forza di un collettivo che aiuti e motivi.

2027

In Italia non ci sono più partiti. Non ci sono più strutture organizzate, poste in posizione di ascolto verso iscritti e non, dove un militante possa portare la sua opinione che, con metodo democratico, venga utilizzata nel comporre un consenso.

Non è un modo di lavorare semplice, è un metodo che ti porta a metterti in gioco e rifiutare l’identitarismo e la difesa di piccoli gruppi elettorali e di militanti dati per acquisiti.

Smettere di giocare a non perdere e cercare di vincere.

La pratica dell’ascolto è una pratica quotidiana e difficile, ancora più difficile se proviamo a farla con chi non condivide con noi valori e riferimenti.

Ritorno allora a suggerire di cominciare a provarci con chi è simile a noi, ricreare comunità che possano poi tra loro confrontarsi.

È una sfida che sto cominciando ad accogliere, una persona alla volta, fuori contesto, quasi per sbaglio, ma per la quale non ho grandi idee su come organizzarla.

Forse, davvero, basta un rituale collettivo, una birra tutte le settimane nello stesso posto, e le ansie e le paure che ci portiamo con noi sono sufficienti a guidare un discorso in cui tutti cerchiamo conforto e speranza.

Non so dove, non so quando, ma ci vediamo ad ottobre.

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Michele Ciruzzi
26 anni, Torino-Milano-Varese. Studente di Dottorato in Economia.
Alla fin fine mi occupo di complessità