Argo's Digest, Oltre Cultura

Populismi in Unione Europea oggi

Il Populismo che cos’è?
Questa è sicuramente una delle domande più complicate che ci presenta l’analisi politica contemporanea.
Ho provato a rispondere a questa domanda scrivendo un piccolo esame per un’elaborato della Scuola partendo però chiedendomi nell’analisi politica secondo quali tratti mi interessa accomunare diversi partiti.
I due che ho scelto sono la forma comunicativa e l’organizzazione interna lasciando da parte, cosa che invece è secondo molti determinante, il criterio di verità usato: ovvero non mi interessa raccogliere in un contenitore solo i partiti gentisti e antiscientifici ma piuttosto tutti quei partiti che mostrano una struttura organizzativa e comunicativa tra loro simile e molto diversa dal partito tradizionale novecentesco.
Fine premessa

Se si dovesse scegliere una parola che rappresenti i temi del dibattito pubblico attuale sulla politica europea, essa sarebbe senza dubbio populismo.

Sotto questa etichetta sono stati di volta in volta posti tantissimi soggetti politici tra loro anche molto diversi.

È quindi necessario, per poter provare a riconoscere la presenza o meno di questo fenomeno nelle trasformazioni in corso nei sistemi politici europei, dare una definizione di populismo o almeno individuare quali siano i suoi propri tratti comuni e ricorrenti.

Definire il populismo

Come ci suggerisce il nome stesso populismo il concetto chiave attorno a cui deve ruotare la definizione è quello di popolo.

Popolo che nella visione populista è innanzitutto il depositario della sovranità popolare e, di conseguenza, colui che dovrebbe guidare con le proprie opinioni le politiche pubbliche.

Assegnare un’opinione unica a tutto il popolo è però un’operazione impossibile che i movimenti populisti simulano con due stratagemmi: attraverso leadership forti e facilmente riconoscibili che possano parlare a nome del popolo (da cui generalmente rivendicano di provenire, in quanto imprenditori, uomini semplici o comunque persone che non provengono dalle élite politiche); rivendicando di rappresentare la maggioranza (silenziosa) del popolo e di essere gli unici in grado di parlare in nome di coloro che non appartengono alle élite politiche e economiche che controllano le leve del potere.

Per fare ciò i movimenti populisti cercano di riferirsi a tutti gli elettori che compongono il popolo, nella tradizione dei catch-all parties, piuttosto che a un segmento demografico preciso e a concentrarsi, soprattutto nella propaganda, su poche istante forti.

Una di queste, che accomuna tutti i partiti populisti, è la critica alle élite politiche e economiche: le prime sono quelle che hanno progressivamente eroso le possibilità del popolo di influire sulle politiche pubbliche, diventando una casta autoreferenziale che aumenta i propri poteri e rende difficile per i gruppi di semplici cittadini competere realmente per il potere; le seconde invece hanno progressivamente sottratto alla politica la possibilità di influire sulla vita dei singoli finanziarizzando l’economia e sfruttando la globalizzazione per sottrarre capitali alla tassazione e diritti ai lavoratori.

I populisti quindi oppongono alle posizioni sofisticate delle élite il senso comune del popolo. Ma cos’è il popolo?

Mény e Surel1 suggeriscono tre modelli per la definizione di popolo: la nazione, la classe e il popolo sovrano.

Il popolo-nazione racchiude un’intera etnia o tutti coloro che vivono in un territorio o in una comunità2.

Il popolo-classe si definisce per negazione rispetto a una élite, racchiudendo al suo interno i molti che le sono subalterni.

Il popolo sovrano coincide con il corpo elettorale, al limite escludendo da questo i politici eletti che lo governano come un’élite.

In ognuno di questi casi i populisti si ergono a difensori del popolo contro le minacce esterne ad esso, identificate negli immigrati, negli stati esteri, nelle organizzazioni internazionali o in altre etnie che vivono nello stesso territorio nel caso di riferimenti al popolo-nazione3 ; nella borghesia industriale o nel mondo della finanza per coloro che si rifanno al popolo-classe4 ; nelle organizzazioni non direttamente elettive (come quelle finanziarie, sovranazionali o le società segrete) o nei politici di professione per chi si riferisce al popolo sovrano5 .

Provando a riassumere queste caratteristiche possiamo quindi identificare quattro elementi fondanti che identificano i movimenti e i partiti populisti.

I partiti populisti:

  1. Identificano un proprio popolo di riferimento che si propongono di rappresentare interamente.
  2. Utilizzano una leadership ben identificabile che possa parlare a nome del popolo esprimendo un’opinione condivisa interamente da esso.
  3. Accusano le élite (generalmente le forze politiche “tradizionali” o il mondo bancario-finanziario) di non utilizzare il potere detenuto per realizzare gli interessi del popolo quanto piuttosto i propri.
  4. Si fanno carico di difendere il popolo da tutte forze esterne che possano ridurne il potere, sottrargli diritti o minacciarne l’identità.

Lo scopo dei prossimi paragrafi è mostrare come effettivamente il populismo si manifesti oggi in Europa in modi molto diversi, rappresentando quindi più un approccio alla politica che non una piattaforma programmatica, ed evidenziare come il populismo non possa descrivere le geometrie politiche del futuro prossimo sebbene sia un linguaggio utile a sostenere certe istanze trasversali.

La scelta è caduta su tre paesi in cui il populismo si è sviluppato con dinamiche diverse (l’Italia in cui è stato quasi una costante nel periodo repubblicano6 e oggi domina la scena politica, l’Inghilterra in cui è stato per lungo tempo un fenomeno minoritario della destra radicale ma che ha conosciuto negli ultimi anni fortuna politica e la Spagna in cui il populismo è un fenomeno molto recente7 ) e sull’europarlamento.

Il populismo oggi in…

…Italia8

Sin dall’immediato dopo guerra il Fronte dell’Uomo Qualunque introdusse il populismo nel panorama politico italiano.

A più di settant’anni di distanza la scena politica italiana è quasi interamente occupata da partiti e movimenti populisti.

Le elezioni politiche del 2013 assegnarono due terzi dei seggi a forze che si presentarono con programmi populisti o che li hanno adottati negli anni immediatamente seguenti.

La coalizione di destra guidata da Silvio Berlusconi era composta dal Popolo della Libertà (evoluzione di Forza Italia di cui mantenne la struttura di partito-azienda e i toni da populismo del popolo sovrano in aperta critica all’eccessiva presenza dello Stato nella vita dei singoli9 ) e dalla Lega Nord (che si professa difensore del popolo italiano -o addirittura di quello padano10– contro gli eurocrati di Bruxelles e gli immigrati che competono con il suo popolo per il lavoro).

Il MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo risultò la prima forza del paese promettendo di aprire il parlamento come una scatola di tonno, utilizzando una retorica che contrappone agli onesti cittadini-portavoce del movimento i politici di professione disonesti e attaccati ai propri privilegi e mettendo in pratica la maggior parte dei comportamenti, dei temi, dei metodi di propaganda che gli studiosi tendono ad associare ai movimenti populisti.

Infine la seconda forza politica (che però per la legge elettorale allora in vigore si ritrovò ad avere la maggioranza assoluta alla Camera dei Deputati) fu il Partito Democratico allora guidato da Pierluigi Bersani, che però a causa del congresso successivo alla non-sconfitta elettorale vide affermarsi la leadership di Matteo Renzi.

Il cambio di guida portò rapidamente il PD a rivedere le sue forme di comunicazione e la sua piattaforma programmatica.

Nel documento congressuale di Renzi si legge che il PD deve essere un partito grande, ampio, vincente che ottenga i voti di coloro che non hanno votato il Partito Democratico alle scorse elezioni, siano essi anche elettori dei 5Stelle o della destra leghista-berlusconiana.

Inoltre lo slogan ricorrente in tutto il testo è cambiare verso, ovvero promettere una rivoluzione che rottami (parola cara a Renzi) la vecchia dirigenza che ha fallito, che finalmente realizzi le riforme strutturali che cambino lo status quo, dove continuano a fare e disfare i soliti noti, che permetta risposte semplici e che (con l’idea che verrà poi scritta nella riforma costituzionale Renzi-Boschi, poi bocciata) permetta al popolo di dare un mandato forte a colui che dovrà governare il paese.

Inoltre chiede un rafforzamento del Parlamento Europeo (l’unico organo elettivo dell’UE) poiché l’Europa ha bisogno di essere governata dai rappresentanti dei cittadini non da un’oscura burocrazia, sposando in questo un’altra tipica battaglia populista che vede nell’aumento dei poteri del parlamento, a discapito di organi tecnici o di nomina governativa, uno strumento di riacquisizione di potere dei cittadini ai danni delle élite.

Stando ai sondaggi i quattro principali partiti italiani (PD, FI, M5S, Lega) potrebbero raccogliere oltre i tre quarti dei consensi11 alle prossime elezioni legislative utilizzando tutti retoriche e programmi populisti, sebbene associati a posizioni politiche molto diverse tra loro.

L’Italia è quindi oggi l’esempio di un sistema politico in cui il populismo è stato adottato da tutti i principali partiti, rendendo la retorica populista normale nel dibattito pubblico.

Nonostante ciò le posizioni politiche dei partiti rimangono tra loro ben distinguibili.

…Inghilterra

Anche a causa del suo sistema elettorale la politica inglese ha raramente conosciuto elezioni con più di due partiti e un comprimario: dal dopoguerra a oggi Labour e Tories hanno sempre conquistato più del 60% dei voti12, quasi sempre più del 70%, fino ai massimi del 96,8% dei voti nel 195113.

Tutto ciò ha reso storicamente difficile la nascita e il consolidamento di partiti terzi e, ancora di più, di partiti populisti.

L’unico partito populista che ha ottenuto un buon successo elettorale è stato l’UK Independence Party che ha sfiorato il 30% dei consensi alle ultime elezioni europee ma che, presentandosi per lo più come single-issue party, attraversa ora un momento di difficoltà dopo l’abbandono del leader storico Farage, il passaggio dell’unico deputato eletto alla Camera dei Comuni tra gli Indipendenti e l’ottenimento del suo principale obiettivo elettorale: l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Più interessante da valutare è senza dubbio la trasformazione che Jeremy Corbin sta cercando di imprimere al Labour con la sua associazione Momentum.

Nella presentazione sul suo sito l’associazione Momentum rivendica di voler trasformare il Labour in un partito più aperto, guidato dagli iscritti e capace di vincere le elezioni, sottintendendo, per antitesi, che il Labour attuale sia troppo simile ai suoi parlamentari piuttosto che ai suoi militanti.

Con questa retorica Corbin ha conquistato la segreteria del partito con l’appoggio degli iscritti (più che raddoppiati tra il congresso e l’inizio della sua segreteria) e dei sindacati nonostante l’opposizione di gran parte dei parlamentari.

Molto ambigua è stata inoltre la posizione di Corbin sulla possibile uscita dall’Unione Europea (che si è risolta per un voto contrario, sebbene da molti definito tiepido, al referendum e uno favorevole alla ratifica in parlamento) che da sempre è ben vista dalla corrente più a sinistra del Labour che vede nell’autonomia del Regno Unito la possibilità di essere più incisivi nella propria azione politica non dovendo cedere sovranità a entità sovranazionali.

Il Labour di Corbin presenta ad oggi molte delle caratteristiche di un partito populista sebbene non abbia ancora così marcatamente le caratteristiche di un catch-all party e rivendichi invece la sua base elettorale ben definita e circoscritta nel perimetro della sinistra tradizionale.

L’Inghilterra è storicamente un paese in cui il populismo è stato un elemento marginale sebbene negli ultimi anni l’UKIP lo abbia fatto entrare prepotentemente e velocemente nella scena politica da destra (analogamente a quanto fatto dal Front National in Francia, dal Vlaams Belang in Belgio o da Alternative für Deutschland in Germania).

D’altra parte oggi l’UKIP non gode di buona salute e ciò potrebbe portare di nuovo il populismo a scomparire dall’Inghilterra a meno, come abbiamo visto, di una trasformazione del Labour in partito populista.

…Spagna

Il sistema politico spagnolo è stato per la gran parte delle sua storia quasi totalmente occupato da due soli partiti, quello popolare e quello socialista, che appartengono alle più istituzionali tra le famiglie politiche europee.

Già nelle prime elezioni dopo la fine della dittatura questi due partiti raccolsero oltre il 60% dei consensi, continuando a crescere in maniera significativa fino alle elezioni del 2008 in cui ricevettero l’84% delle preferenze.

L’affermazione dei partiti populisti è quindi un fenomeno recente che si manifesta solo a partire dalle elezioni del 2015 in cui Podemos e Ciudadanos raccolsero quasi il 35% rendendo i movimenti populisti parte delle geometrie di governo.

Ciò che rende particolarmente interessante il caso spagnolo è la piattaforma politica di questi due partiti: nessuno dei due fa riferimento al popolo-nazione14 né è ascrivibile alla destra radicale15, caratteristiche che è facile riscontrare (insieme o singolarmente) in altri paesi dell’Unione Europea16.

Podemos si propone di essere uno strumento unitario, tanto all’interno del partito quanto verso la società civile per battere socialmente e politicamente il Partito Popolare (e le élite che rappresenta)17 : trascinato dalla figura di Pablo Iglesias questo partito ha saputo coniugare un messaggio populista con delle posizioni (radicalmente) di sinistra ed eurofile.

In particolare Podemos insiste sulla lotta alle élite economiche liberiste non in senso protezionista e nazionalista bensì ponendo l’accento sulla necessità di redistribuire la ricchezza e di permettere ai cittadini di riappropriarsi degli strumenti democratici a loro disposizione, per esempio aumentando i poteri dell’Europarlamento (l’unico organo ad elezione diretta in Unione Europea) o supportando la richiesta dei partiti catalani di organizzare un referendum per ridefinire i rapporti tra la regione lo stato centrale.

Ciudadanos invece nasce intorno alla figura di Alberto Rivera a Barcellona nel 2006 come alternativa liberale a popolari e socialisti con un forte accento sin da subito sulla necessità di mantenere l’unità dello stato spagnolo in opposizione al movimento indipendentista catalano.

Nella quarta assemblea generale, nel 2016, Ciudadanos ha definito la propria strategia che prevede che la nostra azione politica quotidiana è volta a proporre alla società spagnola una politica realista, democratica e trasparente […] In tutti gli ambiti istituzionali la nostra politica si baserà su due semplici regole: il soggetto della politica è il cittadino, non il territorio o i sentimenti identitari e il potere pubblico deve garantire e salvaguardare la libertà e l’uguaglianza in tutto il territorio nazionale, assicurando che la Spagna continui a essere uno stato democratico, sociale e di diritto come dice la nostra Costituzione18 .

In questo passo del programma elettorale è di interesse il richiamo al cittadino come soggetto della politica in contrasto, secondo la visione di Rivera, ai due partiti storici (popolari e socialisti) che hanno intermediarizzato la rappresentanza a proprio vantaggio limitando il potere sovrano dei cittadini.

Anche Ciudadanos affianca al suo essere populista una visione fortemente europeista aderendo all’Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa.

In Spagna il populismo è diventato un fenomeno rilevante solo negli anni dieci del duemila quando in altre nazioni europee, per esempio Italia e Francia, era già una realtà consolidata.

Inoltre a differenza di altri paesi si è incanalato in un partito liberale e in un partito della sinistra radicale che sono riusciti a diventare in breve tempo la quarta e la terza (quasi seconda) forza politica del paese.

…Europarlamento

Degli otto gruppi parlamentari19presenti all’Europarlamento due hanno la parola Libertà nel proprio nome per sottolineare l’opposizione allo struttura sovranazionale europea che sottrae sovranità agli stati membri: l’Europa delle Nazioni e delle Libertà e il Gruppo Europa delle Libertà e della Democrazia diretta.

Il gruppo per le Libertà e la Democrazia diretta (EFD) nasce come accordo tra Movimento 5 Stelle e UKIP con lo scopo di essere soltanto una scelta strategica e pragmatica al fine di ottenere posizioni nelle commissioni del Parlamento europeo, per ottenere finanziamenti, tempo di parola in parlamento, e un segretariato esperto e professionale20 .

Inoltre nel suo statuto auspica la cooperazione fra stati sovrani [per] rigettare la burocratizzazione dell’Europa, si impegna ad opporsi a ogni ulteriore integrazione europea […] che esacerberebbe l’attuale deficit democratico e la struttura politica centralista dell’UE poiché la legittimità di ogni potere proviene dalla volontà dei suoi Popoli e dal loro diritto di essere liberi e democraticamente governati.

Rivendica cioè di utilizzare gli strumenti che l’Unione Europea mette a sua disposizione per svuotarla di poteri da riconsegnare poi agli stati membri e ai loro cittadini.

Il gruppo per l’Europa delle Nazione e delle Libertà (EFN), che raccoglie tra gli altri il Front National, la Lega Nord, Vlaams Belang (come delegazione fiamminga e non belga) e un parlamentare di Alternative für Deutschland, basa la propria azione sulla sovranità di stati e cittadini […], sull’opposizione a qualunque trasferimento di sovranità nazionale, sulla conservazione dell’identità dei cittadini e delle nazioni dell’Europa21 .

Anche l’EFN pone l’accento sulla necessità di ridare poteri agli stati membri poiché, nella loro visione differente da quella dell’EFD, questi sono coloro che possono garantire non solo ai cittadini di esercitare la propria sovranità ma anche di vedere protetta la propria identità e cultura dalle influenze esterne (globalizzazione e immigrazione per prime).

Affianco a questi due gruppi della destra populista però anche il gruppo di sinistra radicale della GUE riporta nella propria presentazione online di vedere come propria missione [quella] di rendere l’Unione Europea più umana, più trasparente, più tangibile, [di volere] più democrazia diretta e partecipazione attiva dei cittadini [poiché] l’Unione Europea deve diventare un progetto dei suoi cittadini e non può rimanere un progetto delle élite.

Nel parlamento europeo quindi la retorica populista unisce tre gruppi parlamentari, oltre a singoli partiti come il PD italiano o Ciudadanos, che incarnano tre visioni di popolo diverse (la nazione per l’EFN, il popolo sovrano per l’EFD e la classe per la GUE), tre piattaforme politiche molto diverse e, soprattutto, una visione diversa del futuro dell’Unione Europea.

Conclusioni e prospettive

I partiti populisti sono ormai una realtà in quasi tutti i paesi europei sebbene tra loro mantengano importanti differenze a livello politico.

Ciò sembra suggerirci che il populismo non sia un’ideologia solida e organica come quelle novecentesche, ma che sia piuttosto uno stile, un modo di comunicare che si presta ad esprimere certi malesseri.

Un tratto comune però a quasi tutti i movimenti populisti europei è una visione molto critica della forma attuale dell’Unione Europea.

L’approccio funzionalista che ha guidato in questi anni l’integrazione europea ci ha lasciato una struttura complessa che affianca elementi pienamente federali (un parlamento elettivo) ad altri di natura confederale e intergovernativa (come il Consiglio europeo).

Questi ultimi in particolare hanno determinato una presenza sempre maggiore nella legislazione nazionale degli stati membri di norme comunitarie (per esempio gran parte delle norme in materia alimentare o di agricoltura) scritte da organi (la Commissione e il Consiglio) su cui gli elettori non hanno controllo diretto.

Inoltre anche la disciplina di bilancio degli stati membri (ovvero la spesa pubblica e quindi i servizi offerti ai cittadini) è sottoposta al vaglio di organi comunitari verso cui i parlamenti nazionali e gli elettori (sembrano) impotenti22.

D’altra parte anche il Parlamento Europeo, unico organo elettivo dell’Unione, è quasi sempre vincolato nella sua azione da organi confederali o tecnici -o presunti tali- dietro cui i governi nazionali riescono a nascondere le proprie responsabilità e a sminuire, agli occhi degli elettori, il valore del voto23.

È evidente quindi come nell’architettura istituzionale europea attuale manchi un mandato chiaro e diretto tra i cittadini-elettori europei e gli organi di governo comunitari, mancanza di cui si fanno forti i populisti per portare avanti le loro istanze.

Coloro che prediligono il modello confederale (per esempio i gruppi EFN e EFD) auspicano che questo mandato sia dato ai governi nazionali che, in una struttura simile all’attuale Consiglio, trovino tra di loro dei compromessi.

Coloro che al contrario spingono per una maggiore integrazione in senso federale (ad esempio alcuni populisti di sinistra come Podemos o SYRIZA) vorrebbero che l’Unione Europea potesse legiferare attraverso un parlamento eletto appositamente da tutti i cittadini su un numero maggiore di temi, come ad esempio la fiscalità o certi servizi pubblici.

L’obiettivo di ciò sarebbe creare un legame diretto tra il popolo e i governanti dell’Unione Europea, che avrebbe quindi la legittimità politica e le dimensioni geografiche, economiche e demografiche tali da permetterle di incidere efficacemente nelle vite dei cittadini contrastando l’impoverimento conseguente alla globalizzazione e alla finanziarizzazione non regolamentate.

Che l’intento sia quindi ridare potere cittadini o togliere degli argomenti di propaganda ai partiti populisti (cosa che i partiti liberal-democratici spesso dicono di voler fare) è necessario immaginare un nuovo assetto delle istituzioni europee che le avvicinino agli elettori o, al limite, a loro diretti delegati.

Il vantaggio di una struttura federale, ovvero di un processo che porti l’Unione a farsi stato e dotarsi di tutte quelle strutture democratiche e di partecipazione che caratterizzano le democrazie europee, è che i grandi protagonisti geopolitici oggi sono stati continentali, come USA e Cina, che per dimensione e popolazione sono comparabili solo all’Europa unita e al confronto dei quali qualunque stato nazionale ha poco potere.

Bibliografia

Paul Taggart, Il Populismo, Città Aperta Edizioni, Troina (En), 2002 (opera originale Paul Taggart, Populism, Open University Press, Buckingham, 2000)

Yves Mény – Yves Surel, Populismo e democrazia, seconda edizione, il Mulino, Bologna, 2004 (opera originale Yves Mény – Yves Surel, Par le peuple, pour le peuple, Librairie Arthème Fayard, Paris, 2000)

Marco Tarchi, Italia Populista, seconda edizione, il Mulino, Bologna, 2015


  1. Yves Mény – Yves Surel, Populismo e democrazia, seconda edizione, il Mulino, Bologna, 2004 (opera originale Yves Mény – Yves Surel, Par le peuple, pour le peuple, Librairie Arthème Fayard, Paris, 2000)  
  2. Il concetto di nazione è sfuggente e complesso quasi come quello di popolo. Una approssimazione efficace può essere quella proposta da Mény e Surel che individua tre costruzioni della nazione: una di matrice tedesca legata alla lingua e alle tradizioni, una di matrice francese legata alla scelta di appartenere a una comunità nazionale e una di matrice inglese che si presenta come somma degli interessi dei singoli. «In altre parole il people [inglese a differenze del peuple francese] non dispone di alcuna trascendenza che possa farlo considerare come un corpo separato dagli individui che lo compongono» (Meny-Surel, opera citata, p. 190). 
  3. Esempi evidenti sono la Lega Nord con la sua retorica anti-meridionale prima e anti-immigrati e euroscettica poi, il Vlaams Belang che rivendica l’indipendenza del popolo fiammingo dal Belgio condiviso coi valloni o il Front National fortemente schierato contro gli immigrati e l’Unione Europea che minano la cultura, i primi, e la sovranità, la seconda, dei francesi. 
  4. Si inseriscono in questo filone i populismi marxisti che inneggiavano alla rivolta del popolo contro la borghesia o, in tempi più moderni, movimenti come SYRIZA o Podemos che criticano la progressiva finanziarizzazione dell’economia a discapito del lavoro salariato. 
  5. Un esempio sono i movimenti populisti che in vari momenti della storia degli USA cercarono di far eleggere un presidente che non fosse un politico di professione legato a uno dei grandi partiti o alle élite economiche della costa atlantica. 
  6. Si veda ad esempio Marco Tarchi, Italia Populista, seconda edizione, il Mulino, Bologna, 2015 
  7. Prima del movimento 15-M nel 2011, da cui si svilupparono in modo diverso Podemos e Ciudadanos, il populismo in Spagna è stato circoscritto ai partiti regionalisti che non hanno mai influito in modo determinante sulla politica nazionale. 
  8. Il saggio di Marco Tarchi Italia Populista (op. cit.) compie un’approfondita analisi della situazione come alle elezioni del 2013.Rimando perciò a questo testo per un’analisi più approfondita su Lega, 5Stelle e Forza Italia mentre presterò un po’ più di attenzione al PD di Renzi. 
  9. Sin dai tempi della discesa in campo, e in tutte le elezioni successive, Berlusconi promise di realizzare la riforma liberale, mai pienamente attuata, oltre a manifestare una certa ostilità verso il fisco che mette le mani in tasca agli italiani e la magistratura che si è prestata ad un uso politico per permettere agli eredi dei comunisti di prendere il potere
  10. Sono state scritte molte pagine sulla capacità della Lega negli anni ‘90 di creare un sentimento di appartenenza a una nazione, la Padania, che non è mai esistita, facendo leva su tratti comuni linguistici e creando quasi da zero un folklore attorno al quale raccogliere un “popolo”. Al contempo si sviluppò una critica da parte della Lega verso l’Italia centro-meridionale (rappresentata come sprecona, corrotta e nullafacente) che non rientrava nei confini e nelle virtù immaginate. 
  11. Raccolti da en.Wikipedia 
  12. I dati sono elaborati a partire da quelli messi a disposizione dal progetto ParlGov curato da Holger Döring e Philip Manow dell’Univesità di Brema 
  13. I risultati delle elezioni europee, i cui seggi sono distribuiti con il proporzionale, suggeriscono però che l’effetto distorsivo del sistema elettorale sia importante: nelle elezioni europee tenute dal 2000 a oggi Labour e Tories hanno ottenuto tra il 43,4% e il 49,3% dei voti mentre nello stesso periodo nelle elezioni per Westminster i voti sono oscillati tra il 65,1% e il 72,4%. 
  14. Il tema dell’identità nazionale in Spagna è molto sentito e vivo nel dibattito politico poiché sono numerose le minoranze regionali (Catalogna, Galizia, Paesi Baschi) che non si identificano nella nazione spagnola, difesa a sua volta dall’istituzionale Partito Popolare. Nel loro intento unitario quindi Podemos (che si impegna per una gestione decentralizzata e plurinazionale dello stato spagnolo) e Ciudadanos (che pur favorevole all’unità della Spagna parla di decentralizzazione dello stato) non fanno propria la retorica del popolo-nazione spagnolo minacciato, ad esempio dall’immigrazione, poiché allontanerebbe le minoranze regionali e regionaliste. Forme di nazionalismo si notano invece a livello regionale: per esempio nelle ultime elezioni in Catalogna i partiti nazionalisti di destra e sinistra si sono presentati riuniti in un unico cartello elettorale rivendicando l’indipendenza del popolo catalano dalla Spagna che, secondo loro, sottrae risorse alla regione attraverso una tassazione iniqua e penalizzante. 
  15. Recentemente il FT ha pubblicato un articolo (No right turn for Spanish politics) in cui si sostiene che ciò possa essere causato dalla vicinanza temporale con la dittatura franchista o dalle posizioni politiche molto conservatrici del Partito Popolare in tema di unità nazionale o di diritti civili. 
  16. Per esempio la Lega Nord in Italia, il Vlaams Belang in Belgio, Alternative für Deutschland in Germania e il Front National in Francia presentano entrambi i profili, l’UKIP in Inghilterra o il Partito per la Libertà nei Paesi Bassi sono populisti del popolo-nazione
  17. Dall’introduzione della mozione di Pablo Iglesias al secondo congresso di Podemos 
  18. Dall’Estrategia approvata nella IV assemblea generale 
  19. Gli otto gruppi sono Socialdemocratici (S&D), Popolari (EPP), Liberali (ALDE), Verdi, post-Comunisti (GUE), Conservatori (ECR), Nazionalisti (EFN), Populisti (EFD)  
  20. Così scriveva Beppe Grillo sul suo blog annunciando l’accordo con Farage 
  21. Dalla presentazione che il gruppo fa sul proprio sito  
  22. In realtà la Commissione Europea è vincolata dal rapporto fiduciario con il Parlamento eletto a suffragio universale, mentre il Consiglio è composto dai membri dei governi a loro volta legati ai parlamenti eletti. È tuttavia vero che rispetto al legame stretto che c’è tra elettore, eletto e governo in molti paesi europei, questa struttura multi-livello risulti distante e, soprattutto, opaca.  
  23. Emblematica in questo senso è la politica monetaria su cui i parlamenti nazionali hanno perso ogni controllo in favore della banca centrale, il cui management è però nominato dai capi di governo. 

PUBBLICAZIONE ORIGINALE SU OFFICINECULTURA

Michele Ciruzzi on Twitter
Michele Ciruzzi
23 anni, Milanese insediato a Torino.
Studente di Matematica e Economia. Giocatore di Ruolo.
Di Sinistra e Democratico, però non riesco a essere amico di tutti...
Avatar

About Michele Ciruzzi

23 anni, Milanese insediato a Torino. Studente di Matematica e Economia. Giocatore di Ruolo. Di Sinistra e Democratico, però non riesco a essere amico di tutti...

Related Posts