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Oltre frontiera

La crescente instabilità nel vicinato meridionale dell’UE ha fatto aumentare il numero di persone che cercano di raggiungere l’Unione europea. L’UE e i suoi Stati membri stanno intensificando gli sforzi per definire una politica migratoria europea efficace, umanitaria e sicura.
La nostra società celebra le differenze, il pluralismo, l’identità politica.
Anzi, li ritiene caratteristiche emblematiche di una democrazia progressista e moderna. Tuttavia negli ultimi anni si è diffusa una certa diffidenza verso il multiculturalismo, la cui caratteristica più evidente è il peso che viene dato appunto alla cultura, all’etnia o alla religione rispetto ad altre coordinate, come la classe sociale o la generazione, che in passato avevano ben altro peso.
Settant’anni anni di politiche multiculturaliste in Europa hanno creato società frammentate, minoranze non trattate come cittadini ma come membri di particolari gruppi etnici che, ad intervalli regolari, esplodono in rivolte violente.
Dall’altro lato i detrattori del multiculturalismo espongono fallacemente, anche in chiave storica, le loro derive razziste malcelate dietro assurde pretese di distruzione della “nostra” cultura, della “nostra” storia, della “nostra” tradizione.
L’analisi delle generazioni di immigrati che si sono succedute dal dopoguerra a oggi non lascia spazio a ipotesi di inevitabilità dei conflitti attuali.
Non c’è uno scontro di culture, bensì una mala gestione del fenomeno migratorio che ha trasformato la convivenza in una polveriera.
Il tutto va ad intersecarsi con la difficile costruzione di quella che doveva essere la “cittadinanza europea”, naturale successore degli stati-nazione morenti e alveo di costruzione dell’identità multi-livello, ferita a morte da una crisi economica-migratoria senza precedenti.