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Dossier:
Industria 4.0 / jobless era

L’ILO, l’Organizzazione Mondiale del Lavoro, dice nel suo “Work Employment and social outlook 2015” che la massa salariale mondiale è diminuita di 1218 miliardi di dollari e più di 60 milioni di posti di lavoro sono stati persi negli ultimi 7 anni. L’ILO dice anche che la disoccupazione mondiale continuerà a a crescere nei prossimi 5 anni. Il PIL mondiale però aumenta. Ricchezza in su, lavoro in giù. Cosa sta succedendo?

Per produrre ricchezza servono meno persone di quante servissero un tempo. La globalizzazione e la combinazione delle mille rivoluzioni tecnologico-digitali ha creato la “jobless society”. Una strana società in cui alcune persone utilizzano le proprie competenze tecniche e le opportunità tecnologiche per costruire grandi ricchezze e molte altre persone purtroppo si affannano tra disoccupazione e occupazioni precarie mal retribuite.

Nel loro splendido “La nuova rivoluzione delle macchine” (Feltrinelli) Brynjolfsson e Mcafee utilizzano come esempio plastico dei cambiamenti economico/tecnologici e del loro impatto sul mondo del lavoro l’evoluzione del mondo della fotografia; nel 2010 un team di 15 persone progetta Instagram, un’applicazione usata oggi da 130 milioni di persone per condividere 16 miliardi di fotografie. Quindici mesi dopo la sua fondazione, nel 2012, Instagram viene venduta per un miliardo di dollari a Facebook. Sempre nel 2012 nel mondo della fotografia succede qualcos’altro. Fallisce la Kodak, che all’apice del successo aveva dato lavoro a 145.300 persone (Facebook in quel 2012 aveva 4600 dipendenti).

Questa storia di fotografia fotografa un’epoca in cui rivoluzione digitale, robotizzazione e big data stanno sconvolgendo il modo di produrre, distribuire e consumare beni e servizi. Si possono creare enormi ricchezze con poco lavoro (Whatsapp è stata venduta per quasi 20 miliardi di dollari quando aveva 55 dipendenti).

Questo fenomeno non vale solo per quei prodotti che viaggiano sui bit. La maggioranza degli economisti è concorde nel prefigurare un processo di reindustrializzazione di quelle economie sviluppate che avevano visto migrare le fabbriche altrove alla ricerca di costi del lavoro più bassi. Perché delocalizzare una fabbrica dove il grosso della produzione è in mano ai robot e dove esistono addirittura magazzini e centri di logistica completamente automatizzati? Un numero relativamente contenuto di ingegneri è in grado di progettare veicoli che rendono inutile il lavoro di piloti, autisti e conducenti, software con cui pagare le tasse senza andare dal fiscalista, programmi di gestione e analisi del comportamento dei consumatori (è la frontiera dei big data) che eliminano call center e addetti al customer service. Si chiama jobless society, e non è una minaccia, è una realtà. Non significa che non ci sarà più lavoro, ma che diminuiranno sempre più velocemente i lavori con mansioni ripetitive e prevedibili, i lavori senza autonomia creativa, i lavori senza contenuto imprenditoriale.

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Creare un censore che decida cosa sia vero e cosa no è pericoloso, e soprattutto inutile al fine di migliorare la qualità del dibattito online.
Pretendere che Facebook faccia da censore è ancora più pericoloso, in quanto la struttura dei social network che per loro stessa natura creano camere di risonanza è alla base del peggioramento del clima.
La soluzione sarebbe fare a meno dei social network, o per lo meno sforzarsi di immaginarne uno che ci porti al di fuori della nostra “comfort zone”.

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