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Quando l’altra settimana mi è capitato sotto gli occhi il testo di Renzi, ho dovuto leggere due volte. Bene, riga per riga. Testo, autore – autore, testo. Potrei dire che come molti italiani sono rimasta sconcertata dalla facilità con cui un esponente di un partito che ancora si richiama a valori di sinistra rimastica e sputa frasi di marcata eco leghista. Potrei anche dire che è inaccettabile e vergognoso che si siano pubblicate sui social, nella convinzione di suscitare interesse per il prossimo successo editoriale dell’autore. Potrei anche dire che mi lascia piuttosto di sasso il fatto che in tanti (il primo ministro tra gli altri) si siano affrettati a sminuire (quando non a difendere) il significato profondo di queste parole.

In realtà, la cosa che più di tutte mi rattrista è una constatazione più profonda e più amara. La profonda, profondissima ignoranza della politica italiana in generale quando si parla di migrazione (emigrazione, immigrazione), e l’evidente incapacità di mettere sul piano una qualsiasi forma di progettualità dinnanzi all’argomento.

Cercherò di ignorare lo sproloquio di parole prese a caso sul salvare chi affoga per poi passare ai sensi di colpa di matrice cattolica, e mi concentrerò su un dettaglio, che Renzi lancia lì, in chiusura di anteprima: la nostra identità.

Non parliamo di identità – se non ne siamo capaci

La parola “identità” è una parola positiva, non negativa. Identità non è il contrario di integrazione: il contrario di integrazione è disintegrazione. Senza identità non è possibile alcuna apertura. Senza identità la contaminazione sarebbe semplicemente annullamento. Può dialogare, contaminare e farsi contaminare chi ha un’identità forte, della quale non si vergogna. Chi viene qui deve fare i conti con la nostra identità. Che è innanzitutto identità, culturale, civile, spirituale, sociale.

Agghiacciante. Rabbrividevole.

L'identità non esiste

Pic by Ilya Schultz

Chiaramente la mia deformazione personale mi porta alla cautela più assoluta quando si parla di identità, e quindi potrei essere un po’ troppo sensibile al soggetto. Ma credo sia pacifico affermare che questo paragrafo sia abominevole dall’inizio alla fine.

Vorrei provare a spiegare al signor Renzi perché forse sarebbe meglio che non parlasse di identità, e lo farò seguendo l’esempio di uno che di queste cose se ne intende, un antropologo, un professore che si chiama Francesco Remotti.

L’identità è un fatto di decisioni
Remotti, Contro l’Identità

Il concetto di identità è incredibilmente difficile da affrontare, un po’ perché abusato su ogni palcoscenico pubblico, un po’ perché è una definizione che ci è entrata sotto pelle, che pensiamo di conoscere bene e che non ci viene in dubbio di mettere in discussione. L’identità è quello che ci definisce, che ci identifica appunto, come individui e come appartenenti a una comunità; siamo italiani, siamo cristiani, quasi quanto siamo biondi o rossi. L’identità viene percepita come il nucleo profondo della nostra essenza, anche quando si accetta (come in questo caso) che l’identità si possa contaminare.

Flusso e stabilità

L'identità non esiste

Pic by Oscar Keys

Bisogna partire da una constatazione preliminare: in natura ma in cultura, esistono fenomeni che si possono definire “di flusso”, vale a dire fenomeni di mutamento incessante da cui le forme emergono ma in cui sono anche destinate a scomparire. Tali forme (soprattutto nel momento di stabilità) sono utilizzate, o più spesso inventate, per dare l’idea specifica di qualcosa, e per tentare di fornire una rappresentazione adeguata di questo qualcosa. Per questa ragione, il mutamento (fonte di confusione e di disordine) è quasi sempre collocato sullo sfondo, e considerato come qualcosa di oscuro.

Cosa ha a che fare tutto questo con l’identità?

Beh, l’identità sembra essere ben rappresentata, a prima vista, con quella categoria di fenomeni che potremmo definire di struttura; essa è spesso concepita come qualcosa che si sottrae al mutamento, che si salva dal tempo e dal flusso. Come qualcosa di stabile, e quindi di rappresentabile.

Ad esempio, l’identità di una persona è considerata una struttura psichica, “quel che rimane” di là del flusso delle vicende e delle circostanze; questo residuo è concepito come il nocciolo duro, il fondamento perenne della vita individuale.

Identità e confini

Non solo l’identità fa appello alla struttura e alla stabilità; importanti sono anche (forse soprattutto) i contorni, le delimitazioni e le denominazioni.

L’identità dipende non solo dal nome, ma da quello che ci interessa di un fenomeno. Dipende dal nostro modo con cui intendiamo perimetrarlo, delimitarlo, tracciarne confini più o meno rigidi.

Dobbiamo fare profondamente attenzione: l’identità non rappresenta l’essenza di un oggetto; essa dipende dalle nostre decisioni.

Concordo con quanto invita a fare Remotti: bisogna abbandonare la visione essenzialista e fissista dell’identità, per adottarne una convenzionalistica. Se nella prima visione (quella a cui siamo abituati, quella che guida il linguaggio pubblico e politico), l’identità “c’è”, è lì e deve soltanto essere scoperta, nella seconda visione, l’identità NON esiste.

Ripetiamolo bene: l’identità non esiste

Esistono solo modi diversi di organizzare (adoperare, interpretare, vivere) il concetto di identità.

Ripetiamolo di nuovo: l’identità viene sempre (e sottolineo sempre) costruita o “inventata”.

Due linguaggi e due visioni

Risulta evidente come le due prospettive rimandino a comportamenti, e linguaggi diversi, quando si parla di decidere l’identità. Nella prima impostazione (quella che abbiamo definito fissata), si può solo decidere se ricercare (o accettare) l’identità delle cose; non si decide la struttura dell’identità, perché questa è concepita come un’essenza fissa, per molti aspetti immutabili.

Nella seconda prospettiva, l’idea di “decidere l’identità” implica tutta un’altra disposizione; implica decidere il livello e il tipo di identità, l’organizzazione interna, la coesione, la coerenza di ciò per cui intendiamo predicare l’identità.

La ricerca dell’identità

La ricerca dell’identità implica due operazioni diametralmente opposte che si richiamano l’un l’altra: da un lato si procede ad un’operazione di separazione; dall’altro ad un’operazione di assimilazione.

Sono due movimenti diversi che si verificano spesso in situazioni e scenari diversi. Se l’identità viene ricercata verso l’alto (verso la generalità, “gli italiani” per esempio), prevale l’opera di assimilazione; se viene ricercata verso il basso (privilegiando la particolarità, “gli italiani cattolici”) è decisiva l’operazione di separazione.

L’identità è di per sé una questione di tagli per un verso e di assimilazioni  e accostamenti per l’altro.
F. Remotti, Contro l’identità

Oltre ad assimilazioni e separazioni, ci sono però anche le connessioni, e più ancora le possibilità di connessione le quali indicano modi alternativi di costruire l’identità. Le connessioni superano i confini tra identità date come strutture rigide, intaccano la compattezza della superficie.

Si ritorna alla dimensione del flusso e del movimento.

L’identità è costruzione; implica anche uno sforzo di differenziazione che si esercita nei confronti delle connessioni e dei movimenti. Essa si costruisce in opposizione all’alterità e all’alterazione.

In quanto costruzione, si presenta come una riduzione drastica rispetto alle possibilità di connessione, e come un irrigidimento massiccio rispetto all’inevitabilità del flusso.

Quale identità immaginiamo?

Cosa vuol dire tutto questo discorso, e cosa ha a che fare con l’affermazione pericolosa di Renzi?

Vuol dire che l’identità non esiste di per sé, che non esiste un’italianità data e fissata con la quale gli altri devono fare i conti. Vuol dire che esiste, in quella frase, una decisione molto chiara di cosa si intende per identità; spiace dirlo, ma è la decisione che oppone un noi (non ben definito) a un loro, altrettanto oscuro ma che funziona molto bene nel dibattito politico, così come ha funzionato ai tempi del Fascismo, delle reggi raziali. Si, è un discorso molto pericoloso che affonda le radici in un razzismo che si vergogna di dichiarasi apertamente, ma che è innegabile nel fare appello ad una presunta identità nazionale (tipico dei grandi regimi del secolo scorso), che viene messa in opposizione all’estraneo, sconosciuto e invasore, spaventoso. Uno sconosciuto che deve fare i conti con un’identità violenta, che non accetta intromissioni.

Ma diciamolo ancora una volta: l’identità non esiste, è un fatto di decisioni.

Forse varrebbe la pena soffermarsi più cautamente a riflettere su che tipo di identità vogliamo creare per questa nazione moribonda, che sta riscoprendo violenti rigurgiti di razzismo. Varrebbe la pena capire più a fondo che cittadini vogliamo essere quando invochiamo questa identità, e che è nelle nostre mani la scelta di dove dirigere lo sguardo.

Per approfondire:

F. Remotti, Contro l’identità, Roma-Bari, Laterza, 1996

F. Remotti, L’ossessione identitaria, Roma-Bari, Laterza, 2010

F. Remotti, Fare umanità. I drammi dell’antropo-poiesi, Laterza, Roma-Bari, 2013

 


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Marianna Zanetta
PhD in Antropologia
PhD in Antropologia delle Religioni e Studi dell'Estremo Oriente, presso l'Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi.
Parla spesso di Giappone, di morte e di religione, in ordine sparso.