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Il recente sciopero dei docenti ha senza dubbio avuto il merito di riportare l’attenzione del dibattito pubblico sull’università.

Ciò è avvenuto in modo frammentario, spesso prevenuto e sicuramente fazioso.

Nel senso di diviso in fazioni, ognuna salda nelle proprie convinzione e non disposta a mettersi in discussione.

Da una parte l’opinione pubblica, spalleggiata dagli stessi che hanno alimentato la cornice ideologica che ha portato alla riforma Gelmini, che vedono nell’università pubblica un luogo di corruzione, favoritismi e anacronistico spreco di denaro pubblico.

Dall’altra i docenti che hanno proclamato uno sciopero secondo cui l’unico problema dell’università è la mancanza di soldi con i quali si risolverebbe tutto.

Soldi che in primo luogo dovrebbero servire per sbloccare i loro scatti stipendiali e poi per finanziare altri problemi: questa posizione ha fatto gridare da più parti, dentro e fuori dall’università, al corporativismo.

Gli arresti di tributaristi eseguiti dalla procura di Firenze hanno messo altri elementi sul tavolo della discussione.

La prima cosa che si fa fatica a riconoscere (e non solo in università) è che le storie personali non sono esempi significativi del sistema.

La seconda che ragione e torto non viaggiano in compatti blocchi contrapposti.

Se è vero che all’università italiana mancano fondi, è ugualmente vero che per tanto tempo il loro utilizzo è stato assolutamente discrezionale e incontrollato.

Se è vero che è importantissimo oggi investire in corsi di laurea non professionalizzanti (o forse meglio dire non aziendalizzabili) è forse ancor più vero che l’università deve vivere il territorio in cui è inserita, portando avanti la sua terza missione (l’insieme di divulgazione e rapporto con il tessuto sociale e produttivo del territorio) che però essendo la più difficile da riconoscere e valutare non viene premiata da fondi.

Quello che non è vero è che va tutto bene, solo mancano soldi, o che va tutto male, tranne i politecnici.

Lo sforzo che questo sciopero ci ha offerto di fare (e che chiaramente non è stato fatto) è di ammettere le piccole bugie nella narrazione della propria parte e raccontare cosa si sta facendo per migliorare.

Perché troppe volte abbiamo visto i fondi (nella forma di denari o di punti organico) venire utilizzati per la promozione di un associato piuttosto che per l’ingresso in ruolo di un precario, anche quando di ordinari ce ne erano già abbastanza.

Troppe volte abbiamo visto grandi gruppi di ricerca assorbire tutte le risorse che avrebbero potuto invece finanziare ricerche innovative di singoli ricercatori.

Si può obiettare, non senza un fondo di ragione, che con un finanziamento (sovra)abbondante tutti avrebbero accesso ai fondi e che qualche spreco non danneggerebbe poi molto nessuno, il problema è che non possiamo essere sicuri che ci sarebbe solo qualche spreco.

Cercherò di delineare adesso alcuni problemi cercando di evidenziare la pluralità di problemi che emergono nelle opposte tesi, cercando di esplorare quel terreno intermedio fatto di compromessi e difficoltà.

Ruolo delle figure in università

Chi abita l’università?

Possiamo grandi linee identificare tre categorie (con tantissime persone però che si trovano in mezzo): studenti, docenti/ricercatori e personale di supporto.

Di studenti parleremo dopo, ma senza dubbio oggi sono la componente più debole e con meno possibilità di farsi sentire.

Il loro percorso si divide in tre fasi: un primo livello in cui riceveranno una formazione di base (termine volutamente vago) e una laurea, un secondo livello in cui si specializzeranno in un campo del sapere ricevendo una laurea magistrale e infine un terzo livello (ad accesso estremamente ristretto) in cui gli studenti vengono messi davanti alla sfida di portare avanti un proprio progetto di ricerca al termine del quale ricevono il titolo di Dottore di Ricerca.

Completato il terzo livello (dottorato) però si apre l’incertezza più assoluta.

La normativa attuale prevede un percorso che passa necessariamente da uno o più contratti a tempo determinato o a progetto (generalmente triennali) da ricercatore (quindi con compiti di docenza molto limitati e in teori a autonomia di ricerca) o da collaboratore nella ricerca d’altri, per poi diventare ricercatore a tempo indeterminato (oggi in esaurimento) o ricercatore con promessa di assunzione a tempo indeterminato come professore (in inglese tenure-track) prima di seconda fascia (associato) e successivamente di prima (ordinario).

Ciò verso cui stiamo andando è un sistema in cui dopo il dottorato si rimane precari finché non si apre un posto da professore, escludendo quindi la possibilità di fare carriera senza insegnare (se non negli enti di ricerca pubblica come il CNR che però sono più in difficoltà delle università per certi aspetti) nonché di avere una stabilità economica (e quindi sociale e affettiva) fino ad un’età piuttosto avanzata.

Questo perché attualmente i docenti universitari vengono sostituiti solo parzialmente e (come dicevo prima) a volte si predilige promuovere un docente di seconda fascia alla prima piuttosto che nominare un precario professore.

Si può quindi tirare fuori una delle (contrapposte) tesi di partenza: basterebbero più fondi e si risolverebbe tutto, ci sarebbero posti per tutti e potremmo assumere tutti in università.

In parte vero ma già oggi più fondi non significano per forza più persone assunte o che siano assunte persone valide: i finanziamenti si perdono in promozioni, in progetti con capofila famosi o nel reclutamento dei collaboratori di chi già detiene il potere.

Rimane quindi il problema di come allocare i fondi e come scegliere chi assumere.

Eterodossia e reclutamento

Il tentativo che è stato fatto con la riforma Gelmini è di porre come condizione necessaria per la promozione a professore l’aver pubblicato almeno un certo numero di articoli scientifici, che siano stati citati almeno un certo numero di volte in un certo gruppo di riviste (ovviamente con valori diversi per i professori di prima e seconda fascia).

Questo meccanismo ha avuto degli indubbi vantaggi (ha obbligato ad assumere persone con un minimo di curriculum, eliminando l’assoluta discrezionalità che v’era nei concorsi precedenti) ma ne ha creati altri: la difficoltà nel distinguere una rivista sufficientemente di qualità da una no, nel fissare delle soglie arbitrarie o nel nominare una commissione che se ne occupi.

Sì, perché per fortuna il processo non è totalmente automatico: una commissione composta da professori di prima fascia dell’ambito disciplinare in cui si vorrebbe diventare professori può decidere di “abbuonare” qualche pubblicazione o di respingere un candidato perché le pubblicazioni non sono abbastanza di qualità o abbastanza inerenti alla materia in questione.

Tenete a mente quest’ultima cosa perché più avanti ci ritorneremo.

Una volta ricevuta l’idoneità dalla commissione (un’idoneità strettamente di ricerca) bisogna passare un concorso bandito da un’università.

Ogni dipartimento che dispone di abbastanza fondi può bandire un posto da professore indicando dei compiti di cui dovrà occuparsi.

Questo ha due implicazioni: per entrare bisogna avere un curriculum coerente con le richieste di un gruppo di professori già incardinati, cosa che penalizza ricercatori che hanno lavorato su temi di nicchia o innovativi, e, soprattutto, permette di cucire concorsi ad hoc su un candidato.

Questo nega ai ricercatori (e in qualche modo ai professori a inizio carriera) di non avere piena libertà e responsabilità nella ricerca, cosa che invece dovrebbe essere nelle loro possibilità.

Questo meccanismo è criticato da entrambe le fazioni: gli universitari vedono nell’imposizione di dei requisiti minimi un grave atto di sfiducia verso la capacità dei professori di cooptare i migliori e una barriera insormontabile per il ricercatore che fa ricerca di nicchia e vorrebbero sostituirlo con la libera chiamata, i populisti invece ritengono che un’assunzione a vita non garantisca la migliore efficienza reclamando una valutazione continua e l’erogazione di fondi solo in seguito a prestazioni positive.

Il punto di incontro lo trovano nella libera chiamata con responsabilità del chiamante, dimenticando che un docente universitario (giustamente!) non si può licenziare e deve essere libero di portare avanti la propria ricerca una volta entrato in accademia.

Ancora una volta dal meccanismo però resterebbero fuori i free lance della ricerca: quegli “eroi contemporanei” che dopo il dottorato provano a portare avanti la propria ricerca senza mettersi in scia a un professore già affermato.

E ancora di più, checché ne dicano i fautori della cooptazione, i free lance rimangono esclusi se esplorano le aree grigie tra le discipline, se provano a portare una disciplina fuori da quello che i (a volte il) professori-commissari ritengano sia l’ortodossia di quell’ambito disciplinare.

Questo perché ad oggi il sapere è suddiviso nei cosiddetti Settori Scientifici Disciplinari (più di un centinaio) che dovrebbero garantire agli atenei di reclutare persone adatte alla posizione che cercano e agli studenti di avere dei corsi di studio coerenti e differenziati (col piccolo problema che ai corsi viene associato il settore del docente e non quello degli argomenti trattati).

Quello che ho cercato di far trasparire lungo tutto il paragrafo è la difficoltà per un giovane di prendere in mano la propria carriera, soprattutto se vuole essere originale.

Oggi un ricercatore non ha autonomia nei fondi e nella scelta dei temi da trattare finché non si stabilizza da associato.

O meglio può averceli per un certo periodo di tempo in cui trova una borsa di ricerca privata o una posizione triennale da ricercatore, al termine della quale però dovrà convincere i professori che lo circondano a concedergliene un’altra.

E se passando da contratto a termine a contratto a termine venisse in mente di provare a diventare professore dovrebbe innanzitutto convincere i migliori professori di prima fascia della sua disciplina (se è stata codificata, altrimenti bisogna provare con una affine) non solo che è bravo ma anche che interpreta la disciplina nel modo giusto (il loro). E in alcuni settori i professori che hanno i requisiti per far parte della commissione sono meno di una decina e servirebbe trovarne alcuni fra questi disposti ad allargare i confini della disciplina per il bene della ricerca (ma di certo non per il proprio).

Successivamente, come se non bastasse, è necessario trovare un dipartimento che bandisca una posizione che corrisponda alle sue esperienze pregresse per essere, infine, l’ultimo arrivato cui verranno assegnati i corsi che nessuno vuole e che riceverà i fondi per ultimo (a meno di non riuscire a farsene intestare personalmente da una compagnia privata o in una delle rarissime assegnazioni pubbliche).

A quel punto forse potrebbe raggiungere autonomia di ricerca.

Gli studenti

Parlando degli studenti, su alcuni aspetti, possiamo estendere quanto sopra.

Scelto il corso di laurea si trovano davanti, generalmente, a una sequenza di esami obbligatori in cui ogni tanto, quasi come un contentino, si inserisce una possibilità di scelta, cosicché tutti i laureati in una disciplina in un ateneo abbiano la stessa preparazione.

E siano più integrabili nel mondo del lavoro, o almeno questa è l’intenzione proclamata.

All’opposto però è difficilissimo avere un percorso formativo che oscilli tra più settori, che contamini sensibilità, linguaggi e esperienze diverse.

Alla base di ciò c’è, forse, la scarsa fiducia negli studenti a cui spesso nei primi anni (se non in tutta la laurea di primo livello) vengono proposti degli esami standardizzati e mnemonici che non richiedono una rielaborazione personale o un protagonismo, probabilmente anche a causa dell’alto numero di studenti per docente e della totale mancanza di preparazione didattica di gran parte dei docenti selezionati solo in base ai loro risultati di ricerca.

Per risolvere ciò entrambe le parti (incredibilmente d’accordo) propongono di creare un’università di élite con i migliori professori e i migliori (pochi) studenti che sarebbero così seguiti al meglio, affiancando un sistema parallelo di università “professionalizzanti” che preparino al mondo del lavoro e in cui insegnino dei docenti non ricercatori.

In ogni caso è necessario secondo questi introdurre il numero chiuso per garantire a chi entra nell’università un’educazione di qualità.

Chi poi debbano essere i migliori non è mai specificato, con quale criterio si accettino coloro bravi a fare qualcosa piuttosto che quelli bravi a fare qualcos’altro.

Tutto ciò dimenticando che la Costituzione prevede (poi la si può sempre modificare ma fino a quel momento lo prevede) che tutti i capaci debbano avere la possibilità di studiare, cioè che tutti coloro che sono in grado di passare gli esami devono essere messi nella condizione di poter dedicare alcuni anni della loro vita a studiare senza preoccuparsi di dover lavorare o di dover viaggiare quattro ore tutti i giorni perché non si possono permettere un alloggio vicino all’università.

Conclusioni

L’università italiana tutto sommato funziona.

Ma non funziona bene e sicuramente potrebbe funzionare meglio.

Sviluppare una piattaforma di modifica efficace e coerente va oltre lo scopo di questo articolo e delle mie possibilità (solo lo studio comparato e storico con altri sistemi meriterebbe una tesi magistrale) ma spero di aver evidenziato alcuni problemi e contraddizioni di cui l’università, la politica e l’opinione pubblica sono chiamati a tenere conto.

Mi riferisco ad esempio al fatto che la tutela dell’attività di ricerca è tale perché i docenti (e si spera un domani di nuovo i ricercatori) dispongono di fondi propri e non possono essere licenziati, ma che quindi bisogna cercare di fare una efficace selezione all’ingresso, perché le risorse sono giocoforza finite.

O al ritenere (giustamente) i professori ordinari tra i più competenti per giudicare un lavoro del proprio campo di studi, ma come ciò al contempo rende difficile uscire dal solco della tradizione e dell’esistente.

Ho volutamente lasciato da parte una trattazione ampia sulla valutazione dell’università, sulla distribuzione dei fondi e su altri aspetti pratici come la costruzione dei percorsi formativi degli studenti o l’attribuzione di incarichi perché richiederebbero ciascuno forse ancora più parole che questa non breve panoramica.

Spero comunque di avere offerto un punto di vista critico e soprattutto composito.

Alcune letture consigliate

Michael Young L’avvento della meritocrazia

Federico Bertoni Universitaly

Juan Carlos de Martin Università futura

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Michele Ciruzzi
22 anni, Milanese insediato a Torino. Scout e giocatore di ruolo.
In università studio Matematica, fuori tutto il resto.
Di Sinistra e -in fondo- Democratico, però non riesco a essere amico di tutti...