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Disclaimer: le parole che seguono sono parole di pancia (forse di rabbia anche), e sicuramente di preoccupazione. Le riflessioni che ne seguono ritornano nella mia testa su base quotidiana, il che mi ha spinto a voler affrontare in futuro l’argomento, in maniera più ponderata e analitica, per provare a fornire un panorama più dettagliato e (magari) qualche possibile soluzione…

Elogio della bellezza

Parlare di corpo femminile non è mai facile. Ancora meno lo è parlare di bellezza, sensualità o avvenenza; lo è perché si rischia sempre di trasformare in dati obiettivi e incontrovertibili canoni che invece sono profondamente personali e soggettivi. Il problema per me è complesso, difficile da articolare e probabilmente non ampiamente condivisibile, ma proverò lo stesso a condividerlo perché è diventato profondamente fastidioso.

La riflessione parte da un’osservazione dei canoni di bellezza. Modelli (anzi, modelle) che ci dicono quale deve essere il nostro corpo e come dovremmo essere per essere considerate avvenenti. Problema che esiste probabilmente anche per la controparte maschile, ma che sfido ad affermare abbia la stessa violenza e lo stesso esito.

Ormai ci siamo abituate, abbiamo passato la nostra adolescenza guardando a quelle che erano le muse della bellezza (Claudia, Naomi, Kate), e siamo diventate adulte vedendo questa attitudine diventare sempre più stringente e rigorosa, mentre lo standard lentamente scivolava verso figure sempre più diafane e minute (Agyness, Freya, Cara,), che hanno rielaborato la nozione di femminilità rendendola delicata, anche fragile, sicuramente debole. L’ideale è la donna che non fa paura, ed è meglio così.

Poi negli ultimi anni è successo qualcosa, da molti salutato come una vera e propria rivoluzione: Beyoncè, JLo, Kim, e la folta schiera delle cosiddette modelle “Plus size”, che hanno aperto la strada ad una maggiore fantasia nell’immaginario e nella possibilità per le donne di ogni corporatura di considerarsi belle, avvenenti e seducenti. Lo standard si è aperto ad accogliere forme e corpi diversi, potenti e sensuali, ma sempre indubbiamente femminili. E si è ancora aperto accogliendo corpi no-gender, dal fascino innegabile perché confondono i confini e ci mostrano quanto il genere sia una categoria superflua e ridicola.

E questa rivoluzione è stata accolta come liberazione. Finalmente la donna è libera di essere come vuole. E siamo di nuovo tutte femministe perché accogliamo nel nostro immaginario figure diverse.

Dov’è l’inganno?

Ma è qui che io mi arrabbio. Davvero nessuno vede niente di sbagliato? Davvero nessuno vede un problema in tutto questo?

Perchè io, quello che ci vedo, è sempre e solo un corpo. Diafano o curvy, bianco o nero, femminile o asessuato. Tutto quello di cui continuiamo a parlare è di corpo. Peggio, di bellezza. Siamo passati dall’affermazione: “per essere bella devi essere skinny come Kate Moss” alla dichiarazione “Tutte possiamo essere belle, qualsiasi sia la nostra taglia”. Tutte possiamo fotografarci in intimo su Instagram e sapere che qualcuno dirà di noi che siamo sexy. Siamo passate da dover essere corpi trasparenti a corpi di tutte le forme.

Ma in qualche modo, continuiamo a essere corpi. Bei corpi.

Quando succederà che qualcuno ci dirà: “al diavolo la bellezza, voi siete esseri umani completi nella vostra vita perché siete PREPARATE, QUALIFICATE, INTELLIGENTI, AMBIZIOSE”?

La verità è che il meccanismo è terribilmente pericoloso perché trasforma in rivoluzione quello che (opinione personale, chiaramente) rivoluzione non è, ma semplicemente un nuovo modo per rimanere incastrate in un dimensione limitante (per usare un eufemismo) e svilente, che continua a riproporre il confronto con le altre, e il valore prima di qualsiasi altra cosa di essere piacente. Semplicemente ora ci viene detto che possiamo essere piacenti anche se non siamo una taglia 38.

Ma vorrei davvero sapere quando qualcuno ci dirà che stiamo sbagliando mira, che ci stiamo concentrando su qualcosa di superfluo che ci distrae dal nostro vero potenziale. Perché, sia chiaro, anche a me piace essere piacente, con tutto quello che questo comporta (trucco, vestiti, capelli), ma essere sempre all’altezza dello standard è faticoso, richiede un’enorme dispersione di energie e distoglie l’attenzione da tutto il resto. E non abbiamo più tempo per cercare di essere altro. Una ricercatrice, una dottoressa, una politica (una vera politica), un’imprenditrice, una musicista, una scrittrice, un’astronauta.

La bellezza ci inganna nel pensare che sia l’unica cosa che conta nella nostra esistenza.
La bellezza – fine a se stessa, la sola bellezza elevata a obiettivo ultimo della nostra vita – ci inganna distraendoci dal potere che potremmo davvero conquistare.
La bellezza ci toglie credibilità quando diciamo di voler diventare potenti.
La bellezza è un’arma contro di noi, e la vera rivoluzione arriverà quando avremo il coraggio (e la voglia) di dire “Al diavolo la bellezza”.

Altrimenti moriremo di bellezza senza aver concluso nient’altro nella nostra vita.

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Marianna Zanetta
PhD in Antropologia
PhD in Antropologia delle Religioni e Studi dell'Estremo Oriente, presso l'Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi.
Parla spesso di Giappone, di morte e di religione, in ordine sparso.